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lunedì 31 dicembre 2012

“È inutile che insisti. Non Ti Amo Più”, di Gianni Zanata

“È inutile che insisti. Non Ti Amo Più”.
Non c’è niente che mi infastidisca più delle cose che accadono senza che ci siano motivi sufficientemente validi perché accadano proprio là dove mi trovo.
Ieri, mentre rientravo da Calasetta, erano le due o le tre del mattino, minuto più minuto meno, a un certo punto, sulla statale 130, all’altezza di Decimomannu, la carreggiata è stata invasa da una coltre di nubi biancastre che sembrava nebbia ma non era nebbia, era qualcosa di molto più inquietante, piccoli banchi di nuvolette sottili che non stavano all’altezza dell’asfalto ma sospese due o tre metri, sembrava una specie di tunnel, una galleria di roba bianchiccia e viscida, ho rallentato, non c’erano altre auto, né davanti né dietro, ho percorso un chilometro dentro quel cunicolo cadaverico e lattiginoso,  dentro quel budello d’albume anguillesco che sembrava non finire mai, e allora per un attimo ho pensato: “santo cielo, è finita, sono stato risucchiato dalle forze aliene, dalle scie chimiche, dalle potenti grinfie di un’entità sovrumana, mi porteranno su un altro pianeta, incontrerò Sara Tommasi, mi impianteranno un microchip, nemmeno farò in tempo ad ascoltare il prossimo disco di Bob Dylan, nemmeno farò in tempo a festeggiare il mio compleanno, ma che sfiga”.
Poi, invece, poco prima di Assemini, mi ha sorpassato un cretino gaggio che andava a zigzag, sono scomparse le strane nuvole di panna sporca, e tutto m’è sembrato di nuovo normale.
A Elmas il semaforo era rosso, mi sono fermato. Un istante dopo si è accostato un fuoristrada. Sulla fiancata c’era scritto: “È inutile che insisti. Non Ti Amo Più”.
Non ci giurerei, ma credo che al volante del fuoristrada non ci fosse nessuno. Proprio nessuno.
 
“È inutile che insisti. Non Ti Amo Più” (2).
Son tornato a casa e negli occhi avevo ancora quell’immagine. L’immagine del fuoristrada sulla cui fiancata c’era scritto: “È inutile che insisti. Non Ti Amo Più”.
Al volante del fuoristrada non c’era nessuno. Ne sono certo. Proprio nessuno.
Son tornato a casa e negli occhi avevo ancora quell’immagine. Quella scritta. Quell’abitacolo vuoto. Il semaforo rosso. La nebbia che non era nebbia ma una roba bianchiccia e viscida.
Son tornato a casa e mi son sdraiato sul letto. Mi son sdraiato vestito.
Fuori, in cortile, c’era qualcuno che lavorava. O forse non era fuori, era al piano di sopra. Sentivo il trac trac di un arnese, forse di un cacciavite, o di uno scalpello.
Ho iniziato a pensare che non mi piaceva affatto, quel rumore, quel trac trac. Non è una bella cosa mettersi a lavorare con un arnese, un cacciavite, uno scalpello, nel cuore della notte. Ho iniziato a pensare che quel rumore altro non era che un’intrusione nella mia vita privata. Uno sgarbo, un’azione disgustosa.
Mi son tirato su, sono andato alla finestra. Fuori non c’era nessuno, il cortile era deserto. Di colpo era sparito anche il trac trac.
Son andato in bagno, ho acceso la luce. Sullo specchio c’era una scritta rossa: “È inutile che insisti. Non Ti Amo Più”.
Son rimasto un minuto a guardare la scritta. Stampatello maiuscolo.
M’è venuto su un rigurgito di malinconia.
Allora ho spento la luce e son tornato in camera. Mi son sdraiato sul letto. Ho preso tra le mani la rana, ho aspettato che diventasse calda, e poi l’ho poggiata sulla fronte.
Un attimo dopo, di nuovo il trac trac. Fuori, in cortile. Ne sono certo.
032
 

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