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mercoledì 23 aprile 2014

Quando l'America perse l'innocenza. Walt Whitman, Visioni democratiche

Quando l'America perse l'innocenza. Walt Whitman, Visioni democratiche



Walt Whitman testimone della perdita dell'innocenza del sogno americano.

Nadia Fusini

Così Whitman costruì l'America


Nella traduzione di Mariolina Meliadò Freeth questo pamphlet di Walt Whitman era apparso per i tipi del Melangolo circa vent'anni fa col titolo Prospettive democratiche, con una bella prefazione di Franco Ferrucci, oggi introvabile. Ora rinasce come Visioni democratiche, per Piano B, stessa traduzione, nuova introduzione di Alessandro Miliotti. In effetti il titolo originale Democratic Vistassi offre all'ambiguità, evocando un'area semantica in cui il senso fondamentale di vista, veduta, prospettiva, fluttua fino a significare visione del futuro o del divenire. Ed è questo che ha in mente il poeta americano: il futuro dell'America.

«Canto me stesso, e celebro me stesso» apriva Foglie d'erba con piglio personalistico, anche se subito dopo il poeta si riconosceva tra i figli anonimi della lingua, della terra, dell'aria americana, «nato da genitori nati qui e così i loro padri e così i padri dei padri». Ora con lo stesso orgoglio ed empito dantesco, Whitman alza la voce per difendere la patria.

Difenderla da chi? Da un articolo virulento di Thomas Carlyle, saggista e filosofo del Vecchio Mondo, che con acuti vibrati alla Nietzsche attacca l'idea di democrazia e il valore del suffragio universale, in nome della difesa di un ideale eroico, che nella democrazia realizzata finirebbe per deperire, a favore della comparsa di un tipo d'uomo-massa (di cui Edgar Allan Poe in quegli anni anticipava i tratti nel sinistro racconto dell'uomo della folla).

Anti-democratico e anti-borghese è l'attacco di Carlyle. E come tutti i ragionamenti di quel tipo prevede uno sbocco autoritario. Con insofferenza Whitman legge quell'analisi spietata e con risentimento la contesta. Di qui l'appassionata orazione che leggiamo.

Siamo nel 1867, la guerra civile americana è finita da sei anni. Sono anni emozionanti, ora di pace, ma una pace complicata, perché gli stati d'America sono usciti, sì, dal conflitto, ma con il sentimento di aver perduto per sempre l'innocenza, avendo incontrato non solo la realtà della violenza, ma la verità di un male interno alla loro società. Come comprendere la realtà della schiavitù nel disegno palingenetico dei Padri Pellegrini? Come commisurare la volontà di potenza redentiva dei coloni, che dal Vecchio Mondo erano giunti al Nuovo per creare una Nuova Gerusalemme, con quel che di fatto è lo stato dell'Unione? I conti non tornano.



Con rara generosità Whitman assume le critiche "reazionarie" di Carlyle, ne riconosce in parte la giustezza, ma con piglio democratico ancora più esaltato difende il 'sogno americano': non si è ancora realizzato, ma lieviterà nel futuro. Nella sincerità del ragionamento passa da essere il più radicale dei critici a farsi il più appassionato difensore dell'esperimento democratico. Riconosce prima di tutto la verità sostanziale, etica, più che politica, che non si potrà parlare di Nuovo Mondo, laddove non si assista alla nascita di una 'nuova razza umana'. E questa, che è la vera chance, non si è realizzata.

Il catalogo della corruzione che infetta la società degli Stati è spietato: ipocrisia, arroganza dei politici, depravazione della classe commerciale, amministrazione pubblica satura di corruzione, venalità, falsità, incapacità; nel mondo degli affari unico obiettivo è il guadagno. In pagine straordinarie per potenza profetica, Whitman fissa con coraggio lo sguardo sul cancro che corrode il "sogno". «A un occhio severo che usi il microscopio morale sull'umanità », come può sfuggire l'infezione? Come non vedere il «piatto e sterile Sahara», ove sopravvivono creature «insignificanti, impudenti, frivole, forme malaticce, maschi e femmine dipinti»? 

Ecco dunque la verità terribile: «Io dico che la nostra democrazia del Nuovo Mondo è un fallimento ». L'America è «un corpo vasto, a cui è rimasto solo un poco, o niente affatto anima». In un paese «dove tutti sanno leggere e scrivere e godono del diritto di voto», le cose essenziali mancano. Perché tutto manca, laddove manca la coscienza morale, e cioè «la spina dorsale dello Stato», a fornire la quale non servono i politici. Qui ci vogliono i poeti, perché sono i poeti i veri legislatori dell'umanità. In Europa è il sogno di Shelley, Schegel, Nietzsche, che i poeti possano salvare il mondo.

Forse la democrazia non è un valore assoluto, ma divenire uomini liberi, eguali tra eguali - questo è qualcosa: «Democrazia è una grande parola», la cui storia è tutta da scrivere, la cui realtà è tutta da vivere. L'ottimismo profetico di Whitman vira verso l'utopia di una società né di massa, né di eroi, ma di esseri singolari, «singole anime solitarie » che compongono un panorama - ecco il senso di vista - vario e variopinto di personalità ognuna diversa dall'altra.

Questa la «curiosa razza americana» che politicamente dovrà esprimersi non nei partiti, ma in un «elettorato fluido», perché alla fine conta l'individuo, giudice e signore della propria vita.

la Repubblica 


Walt Whitman
Visioni democratiche
Piano B, 2014
euro 12


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