La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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mercoledì 26 marzo 2014

Vent’anni dopo, DAI FURBETTI ALLE OLGETTINE LA MUTAZIONE DI UN PAESE

Vent’anni dopo, DAI FURBETTI ALLE OLGETTINE LA MUTAZIONE DI UN PAESE (Concita De Gregorio).

Altan
Il nuovo libro di Enrico Deaglio è un’indagine con ricordi e testimonianze sui cambiamenti italiani, dopo la vittoria elettorale di Berlusconi del ’94.
Enrico Deaglio lo ha fatto di nuovo. Un diario finito stamattina, l’ultima pagina è oggi. Una foto scattata in movimento, mentre ancora tutti gli invitati alla festa stanno risalendo sulle auto tenendo con una mano la coda del vestito, la pochette sotto l’ascella nuda, gli uomini il piede nella berlina la portiera aperta il sorriso troppo largo ad uso della tv, buonanotte e grazie del vostro lavoro. Nitida la foto, ferma la mano: ogni dettaglio bene in vista e il quadro d’insieme ai lati del grandangolo, sul fondo. Vent’anni. Il Ventennio, il secondo dei due. 1994, 2014.

Indagine sul ventennio, s’intitola il libro. Proprio come se fosse un delitto, o per lo meno un pasticciaccio brutto. Al principio di questa storia Deaglio aveva mandato alle stampe per la stessa casa editrice, Feltrinelli, i primi due suoi quadernetti di appunti. Il “diario di un anno abbastanza crudele”, era il 1994 e il titolo del libro Besame mucho.
Poi il “diario di un anno che poteva anche andare peggio”, era il 1995, il libro Bella ciao.
Dopo è venuto altro: romanzi, biografie di uomini notevoli, storie di gesti efferati e di agguati. Nel 2010 l’antologia di un trentennio, dagli anni Settanta ai Duemila, per il Saggiatore: un’opera monumentale, un abbecedario indispensabile a chiunque si occupi di cosa è accaduto in Italia, per chi voglia sapere l’Italia cos’è: Patria.
Adesso, di nuovo, quaderni di diario: con gli appunti e le interviste, il glossario e i post-it su cosa facevamo, come mangiavamo, cosa dicevamo in quegli anni. Però nel frattempo Deaglio, che è un grande giornalista attento soprattutto alle cose di politica e di mafia, è andato a vivere in America, a San Francisco. Sarà per l’oceano che ha messo in mezzo, ma questo suo ultimo diario ha qualcosa di meno e qualcosa di più rispetto agli altri. Di meno: l’enfasi, il personale ingaggio, l’illusione e la disillusione di chi è dentro la storia che racconta. Di più: la chiarezza quasi da antologia scolastica, la nitida messa a fuoco, alla distanza, della sequenza. Di suo, sempre, c’è quella peculiare capacità di essere analitico nella sintesi, sintetico nell’analisi. «I furbetti del quartierino furono i nostri lupi di Wall Street». Le olgettine «fantastico gruppo di ragazze, un vero musical. Le prime a capire che un’orgia poteva trasformarsi in sindacato».
Indagine sul ventennio non è una lettura adatta a chi pensi, avvisa l’autore, che questi due ultimi decenni abbiano portato freschezza novità e liberalismo. Costoro d’altra parte si sarebbero astenuti comunque dal leggere un libro di Deaglio. Così oggi stanno le cose: si legge ormai quasi solo per avere conferma di quel che già si pensa, in generale. Assai di rado per curiosità, per mettere alla prova le proprie certezze o esercitare il dubbio. Sarebbe interessante avere a disposizione un’analisi altrettanto documentata, precisa e dettagliata da mettere a confronto con questa: una confutazione punto per punto. Per qualche ragione, tuttavia, manca. Per il momento manca.
Il racconto di Deaglio parte dall’alba del nuovo mondo, il ’94, e si occupa sì di Silvio Berlusconi, le sue origini la sua ascesa i suoi legami e i suoi padrini, i suoi alleati. Racconta certo la storia di un uomo e della stagione politica che lo ha visto dominare la scena, stagione che sarebbe azzardato oltre che ingenuo considerare chiusa. Più di tutto, però, si occupa di cosa sia stato e cosa sia ancora il berlusconismo. Una definizione di quello spirito gregario, servile, pronto all’acchiappo del piccolo vantaggio che tanti considerano connaturato all’indole dell’italiano medio, amorale familista e antistatuale. Già Piero Gobetti nel ’24 diceva che più grave del fascismo era stato il mussolinismo, «abito cortigiano, scarso senso della propria responsabilità, vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza». Del duce, poi, cambia il nome ma sempre qualcuno che arrivi a risolvere si attende.
Il berlusconismo, dice Deaglio, «se ti prende da giovane è una brutta bestia,
perché nasci senza aver visto altro; se ti prende da adulto è quasi peggio perché ti viene il terrore di morire prima che finisca ». Grande la responsabilità delle opposizioni, nel Ventennio. «Il Pci sapeva, taceva, trattava. Gli eredi del Pci non si accorsero, quando si accorsero non si opposero sicuri di soccombere in uno scontro aperto. Non furono né intelligenti, né lungimiranti, né coraggiosi ». Le ragioni dell’interesse di Silvio Berlusconi per la politica l’autore le lascia declinare a Fedele Confalonieri: lo fece perché «altrimenti noi oggi saremo sotto un ponte o in galera con un’accusa di mafia». Detto e noto questo resta da capire l’atteggiamento degli italiani. Il perché, più del come. Il movente non del colpevole del delitto ma della vittima consenziente. Perché acconsentiva, la ragione del consenso.
Deaglio ne chiede conto a Romano Prodi per la parte strettamente politica, a Peppino Ortoleva domanda del potere televisivo, ad Andrea Jacchia della degenerazione della borghesia, a Fausto Melluso, studente universitario, chiede come sia stato crescere a Palermo, a Roberto Saviano di Napoli e Caserta. Ogni tanto disserta e ricorda come parlavamo, cosa dicevamo in quegli anni. Berlusconi mi ricorda mio cognato. Inciucio, lodo, mi consenta. Passo indietro, pizzino. Ad personam, metterci la faccia, usato sicuro. Poi, ostinato, torna a chiedere. A Mario Deaglio di economia. A Ivan Carozzi di usi e costumi. Ad Adriano Sofri il ventennio visto dalla galera. A Gad Lerner dell’ascesa della Lega, a Massimo Recalcati una diagnosi psicanalitica di nevrosi, ossessioni, paranoie. Intanto, come di passaggio, torna a declinare con esattezza la storia dell’acquisto di villa San Martino ad Arcore, la riunione coi capi di Cosa Nostra di cui si dà conto nel dettaglio nella sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri, i legami con la mafia, nomi e cognomi di tutti. Come passavamo il tempo libero, nel frattempo. Cosa vedevamo in tv, cosa leggevamo se ancora stavamo leggendo. Come mutavano i paesaggi: il Veneto, il parlamento, Genova nei giorni del G8, la terra dei fuochi.
Dice Saviano: «Probabilmente i problemi dell’Italia sono più gravi di quanto pensassimo. Probabilmente siamo tutti parte del problema». Dice Sofri: «Quando sono uscito dalla prigione mi sembrò che le persone avessero facce incattivite, anche quando parlavano da sole per strada, anche quando guidavano l’automobile. Solo un’impressione ». Dice Prodi, nell’intervista forse più importante, che Berlusconi certo si poteva sconfiggere e difatti in qualche occasione è accaduto, ma in sostanza le «divisioni e i personalismi dell’opposizione hanno lanciato all’opinione pubblica il messaggio che non vi fossero alternative concrete a Berlusconi». Non è scontato, aggiunge, che non sarà così anche alle prossime elezioni.
In coda al capitolo sul miraggio fallico (Recalcati) e a quello, tecnico, intitolato “La gnocca”, parlano due donne. Silvia Ballestra, scrittrice, e Marcelle Padovani, giornalista corrispondente dall’Italia per il suo paese, la Francia. Padovani racconta che ad una conferenza alla Stampa estera Berlusconi la avvicinò per chiederle, galante, quale fosse il suo profumo. Lei ebbe la prontezza di domandargli subito, specularmente, quale fosse il suo. Berlusconi non lo ricordava. Il giorno dopo le arrivò un pacco imponente da Palazzo Chigi, accompagnato da un biglietto: «Ecco la risposta alla sua domanda». Era colmo di decine di creme, dopobarba, deodoranti e polveri col marchio Antaeus di Chanel. «Insomma, il presidente del Consiglio mi aveva spedito un pacco pieno del suo odore». Ecco, questo. Indagine su un ventennio torbido come una palude, ma odoroso di Chanel.
Da La Repubblica del 26/03/2014.

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