La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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lunedì 10 marzo 2014

L’arte del perdono nella coppia dopo il tradimento

L’arte del perdono nella coppia dopo il tradimento (CONCITA DE GREGORIO).

Manuale del perdono
MANUALE
RECALCATI: COSÌ L’AMORE SOPRAVVIVE AL TRADIMENTO.
“Non è più come prima”, il nuovo libro dello psicanalista sui rapporti di coppia nell’epoca del consumo della felicità “tutta e subito”.
Si chiede, Massimo Recalcati, se la forza dell’amore possa vincere lo spirito dei giorni. Si chiede se sia ancora possibile, come in qualche raro caso superstite è possibile, ritrovare dentro di sé la forza e il tempo che servono a sconfiggere l’imperativo dell’epoca: l’iperedonismo del discorso capitalista, lo chiama. Avere, avere, avere. Possedere. Tenere in mano ciò che procura piacere al massimo grado quel giorno, qualcosa di nuovo ogni giorno. Accaparrarsi il piacere e identificarsi in quello, godere della titolarità costosa ed effimera di un nuovo modello di auto, l’ultimo uscito, dello smartphone più moderno, del televisore al plasma a più alta definizione. Dell’amore nuovo, dell’uomo o della donna che riaccendono il desiderio adesso. Effimero, il piacere dell’ultimo modello, perché ciò che è nuovo oggi sarà vecchio domani, forse già stasera. E però sostituire, rottamare, decidere in fretta e decidere possibilmente da soli: queste sono le parole guida del tempo, nella vita privata come in quella pubblica, a casa e in politica. Fare presto, fare a meno dell’eccesso di dialogo che potrebbe appesantire e frenare, fare senza il dubbio che rallenta e l’ascolto che distrae. Stare bene. Essere liberi di scegliere e farlo. Muoversi, cambiare, correre. Flessibilità, cinismo, opportunismo, infine e sempre: decidere il meglio per sé, prenderlo. È questo che ci rende felici? Davvero lo fa?
Non è più come prima, s’intitola il libro, ed è un «elogio del perdono nella vita amorosa». Giacché di questo si parla: di amore. Tutto il resto ne discende. In particolare va in cerca, Recalcati, di quella particolare modalità di amore che è «l’amore che resiste, che insiste». L’amore capace di durare nel tempo e di non cedere alla lusinga della nuova sirena, alla rabbia dell’onore offeso, alla delusione dell’imperfetta corrispondenza con le attese e coi bisogni. Capace di perdonare la sua stessa imperfezione. Fuori metafora, e molto più semplicemente: è ancora possibile, oggi, conservare un amore e perdonare il tradimento? Decidere di restare con qualcuno che torna? Oggi, perché in passato sì che lo era: per intenzione o per forza questo assai spesso si faceva, lo raccontano i nonni ma più ancora le nonne. E qualche superstite c’è, si diceva: come sopravvissuti a un’epidemia di peste ci sono, attorno a noi, alcuni indenni dalla schiavitù del nuovo, del sostituto, dell’arbitrio scambiato per libertà di scelta. Recalcati racconta la storia di un uomo, in chiusura del suo libro. La storia di O. Dice quanta fatica costi restare dentro il perimetro dell’amore tradito, ma di quanta profonda gioia sia colma la meta. Perché spesso perdonare è alla fine più facile che essere perdonati, e perdonarsi.
Le 130 pagine che precedono il “diario di un dolore”, l’epilogo che racconta la storia di O., sono un trattato sull’amore che non vuole morire. Un abbecedario delle insidie e degli ostacoli. Un dizionario delle parole e dei gesti da ritrovare e da mandare a mente, cancellati come dopo un disastro nucleare dalla bomba. Libertà e schiavitù. «La ricerca compulsiva del nuovo non è libertà, è la nuova schiavitù». Abbandono e attesa. Ciascuno
di noi esiste solo nel riconoscimento dell’altro. Il neonato che grida sta chiamando solo se c’è qualcuno che ascolta e che accorre. «Eccomi», dice l’altro. Dunque esisti, se ti sente. Se chi ami ti abbandona cessi di esistere: entri in un mondo fuori dalla scena del mondo. Fedeltà e sacrificio. È davvero la fedeltà una rinuncia al desiderio? Gelosia e libertà. Si può tenere prigioniero un amore? Esiste una libertà prigioniera della domanda dell’altro, anche se l’altro domanda solo — solo — di essere desiderato nel corpo? Scrive Recalcati: «Il lavoro del perdono è un lavoro che esige tempo: la memoria dell’offesa viene attraversata e riattraversata al fine di raggiungere un punto di oblio che rende possibile un nuovo inizio». Somiglia al lutto ma lì l’oggetto è morto, qui è vivo. Anzi: è vivo e morto allo stesso tempo. Bisogna riuscire, vincendo l’orgoglio narcisistico e le sue espressioni tanto spesso violente, a perdere il primo oggetto d’amore per trovarne un altro. Come tastando alla cieca un corpo nel buio. Si può? Si può. Per gli uomini è più difficile perdonare. «Per l’uomo l’identità è un’uniforme», l’offesa è un’umiliazione sociale. Se l’imperativo categorico è il godimento, ogni ostacolo sarà rimosso con violenza. L’uomo può uccidere in nome dell’amore e può uccidere in nome di Dio, con la stessa cecità sorda. La tragedia di molte donne, al contrario, non è solo essere picchiate ma non riuscire a vivere lontano da chi le picchia.
Eppure esistono, mostra l’autore, amori rari che «rispettano le distanze, si nutrono delle differenze, amori che si sostengono sulla solitudine reciproca degli amanti». Esiste la possibilità di sottrarsi alla menzogna del nostro tempo senza per questo rassegnarsi a una vita priva di desiderio. È un sentiero stretto, ma c’è e qualcosa tutto attorno a noi ci dice che si sente il bisogno di tornare a percorrerlo. Lo raccontano Roth e Mc-Carthy, Tornatore e De André. Lo dice la politica: cambiare solo in nome del nuovo
non soddisfa il bisogno profondo, i bisogni reali. Lo indica la saggezza popolare, perché il meglio è nemico del bene. La luce, dice Recalcati, è piena d’ombra. Sempre più rara è la solitudine eppure la vera pienezza non nasce che dall’incontro con se stessi. Poi serve è vero, come al neonato, la risposta dell’altro. Che tuttavia è imprevedibile, sempre, e mai risiede nelle attese. Ogni amore è in pericolo. Saper accogliere quella risposta, attenderla, salutarla con sollievo quando torna. Questo il segreto, fin dalla culla.
Da La Repubblica del 10/03/2014.

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