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lunedì 25 marzo 2013

Oltre il fallimento e la violenza: l'Argentina che tenta di rinascere a 37 anni dal golpe

La presidente Kirchner e Papa Bergoglio La presidente Kirchner e Papa Bergoglio 

Oltre il fallimento e la violenza: l'Argentina che tenta di rinascere a 37 anni dal golpe

di Cristiano Sanna
Processo di riorganizzazione. Lo chiamava così il triumvirato formato dai capi delle forze armate Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera e Orlando Ramon Agosti, autori del colpo di stato che depose il governo Peron. Era il 24 marzo 1976. Cominciava una stagione di terrore, quella dei desaparecidos, dei 40.000 dissidenti o sospetti fatti assassinare, dei centri di detenzione clandestina, della gente prelevata da case e strade all'improvviso e fatta sparire. Spesso costretta a tuffarsi in mare aperto da centinaia di metri di altezza, a bordo di aerei militari. Oggi l'Argentina ha il volto deciso della presidente Cristina Kirchner, il sorriso ancora incerto di chi è scampato al baratro finanziario che aveva reso il Paese una sorta di nuovo terzo mondo agli occhi del resto del pianeta fra il 1999 e il 2002. Ha anche il volto del nuovo Papa, Jorge Mario Bergoglio, sul quale si proiettano attese quasi messianiche in tempi di istituzione Chiesa in forte crisi. E continua a sentire pulsare le ferite del 1976, quelle tenute vive anche dall'opera delle Madri di Plaza de Mayo, l'associazione formata dalle mamme di chi sparì tra quell'anno e il 1983. Ma qual è l'umore dell'uomo della strada in Argentina? Che rapporto c'è tra la speranza per il futuro e la pesante eredità di una storia traumatica? Ne abbiamo parlato con Paolo Maccioni. Scrittore, autore radiofonico, traduttore di autori come Rodolfo Walsh, appassionato "cultore della materia". Suo è il libro Buenos Aires troppo tardi, edito da Arkadia.
Paolo, il suo libro vede protagonista un informatico che deve visitare Buenos Aires per sviluppare un'applicazione che guidi i viaggiatori nella scoperta della città. Ma mentre si muove, conosce persone e luoghi, gli si spalancano le porte verso un'altra realtà. Una metafora di come può apparire ancora oggi la capitale e il resto dell'Argentina?
"Può essere. Il mio personaggio, nel suo peregrinare per la città impara a guardare la capitale di oggi, anche attraverso i suoi miti letterari, musicali e calcistici, con uno sguardo che torna indietro fino agli orrori del golpe del 1976. Un'ombra che si proietta sulla gente di quel Paese, e con cui non è facile fare i conti. Anche perché il colpo di Stato fu molto diverso da quello di qualche anno prima in Cile, con il presidente Allende democraticamente eletto ed amato dal popolo, deposto con le armi e la violenza. In Argentina il golpe, l'ennesimo della storia di quel Paese, fu silenzioso. Favorito dall'impopolarità della presidenza della vedova Peron. Il sangue comincio a scorrere solo a cose fatte, per stroncare il dissenso".
L'elezione del nuovo Papa ha rinfocolato le polemiche sulla connivenza della Chiesa con i soprusi del regime militare. Ha avuto modo di leggere il libro di Horacio Verbitsky all'origine di tante accuse di collaborazionismo rivolte a Francesco I?
"Ho letto L'isola del silenzio con attenzione e non ho trovato accuse precise e circostanziate contro Bergoglio. Esiste solo un passaggio, piuttosto vago, in cui si accenna al suo ruolo di responsabile provinciale provinciale dei Gesuiti. All'epoca di Videla non era certo un pezzo grosso della curia argentina. Quanto al caso del rapimento e della tortura dei sacerdoti Orlando Yorio e Francisco Jalics, trovati nudi un campo dopo cinque mesi, l'impressione che ho ricavato dalla lettura di quel teso e di altri dati disponibili, è che Bergoglio abbia lavorato sotto traccia, in silenzio, giocando di diplomazia per permettere a quei religiosi di mettersi in salvo.  A suo favore gioca anche la testimonianza di Jorge Ithurburu, responsabile del sito 24marzo.it che rappresenta la memoria storica dei processi contro i crimini della dittatura".
Cosa dice Ithurburu?
"E' fiducioso sull'elezione papale di Bergoglio che considera un segno di speranza. Ricorda la sua attività di giovane gesuita contro la dittatura di Videla e ne elogia l'aver spinto la chiesa argentina a scusarsi per gli episodi di complicità con la violenza dei generali. L'altra voce a favore di Francesco è quella di Adolfo Perez Esquivel, premio Nobel per la pace, che concorda con le parole di Ithurburu".
Qual è il rapporto degli argentini con questo fardello del passato?
"Non è facile dirlo. E' improbabile trovare oggi persone che siano d'accordo con tutto quel sangue versato o che scusino le violenze compiute da Videla. Ma il processo di riscrittura storica, di metabolizzazione, è ancora in corso. Ed è una storia imbarazzante per tutti. Sarebbe come chiedere ad una donna stuprata di raccontare con disinvoltura ciò che ha subito. C'è una sorta di doloroso pudore a prevalere su tutto. Ma non dimentichiamo che Videla è stato condannato all'ergastolo e così i generali che gli sono succeduti. Processi che vengono seguiti con attenzione, spesso riunendosi in famiglia".
La presidenta Kirchner è una figura controversa.
"Piuttosto controversa, sì. Non ha il grande affetto popolare, molti le rimproverano il suo decisionismo e una certa limitazione d'azione e d'affari imposta ai media nazionali. Il fatto è che ha raccolto l'eredità pesante del marito Nestor, primo a risollevare il Paese dal fallimento economico di fine anni Novanta. Oggi circa il 30% degli argentini vivono al di sotto della soglia di povertà, fino a qualche anno fa la metà della popolazione era in condizioni critiche. Il governatorato di Buenos Aires è in mano a Macri, uomo di destra, figura di grande peso nazionale, in aperta opposizione alla Kirchner. Infine, anche l'ala politica più a sinistra le da aperta battaglia. Sta di fatto che lei difende in modo fiero la nazione dagli attacchi del Fondo monetario internazionale, cosa che la costringe a scelte impopolari. E questo si sa, l'uomo della strada, che ne sente le coneguenze sulle proprie tasche, non lo apprezza per niente".
 

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