La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

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Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

venerdì 30 settembre 2011

Lavoro e sud protagonisti di Logos

Articolo 21 - cultura
Lavoro e Sud protagonisti di LOGOS
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di redazione

Lavoro e Sud protagonisti di LOGOS LOGOS - Festa della Parola è  una manifestazione aperta in cui case editrici, lettori, autori, ricercatori, artisti, mediattivisti, portano le proprie espressioni. Perché la Parola che si vuole festeggiare è quella vitale. Una parola il cui significato vive nella ricerca dello sguardo, del suono, della carne. Partita il 28 settembre si chiuderà domenica 2 ottobre con una serie di appuntamenti di notevole interesse vista l'attualità dei temi trattati. Se stasera il tema trattato è quello della paura che vede tra gli ospiti Stefano Liberti, premio Idro Montanelli nel 2010, a presentare il suo nuovo libro “Land Grabbing” il primo reportage al mondo sull’allarmante e dilagante fenomeno dell' accaparramento delle terre nel sud del mondo; Vittorio Moroni, sceneggiatore di "Terraferma" premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia,  illustrerà i processi di elaborazione e trasmigrazione della parola tra cinema teatro documentario e letteratura; Guido Lombardi presenta in anteprima a Roma il “Là-Bas - Educazione criminale” film premiato come miglior opera prima con il Leone del Futuro Premio; le giornate conclusive (sabato e domenica) ruotano attorno a due parole chiave: lavoro e sud.
Di lavoro si parlerà con Arturo Di Corinto in “Internet: quale rivoluzione?“, con la presentazione del libro“Insegnare al principe di Danimarca”, con “Nuova Panda, schiavi in mano”  sul piano Marchionne e la resistenza operaia, con “Ieri e Domani” sulle origini del movimento operaio e le prospettive di ri-organizzare la lotta, sull'emancipazione dallo sfruttamento con l'incontro “Lavorati – Il Corpo Soma” con Gabriele Polo, insieme ai portuali Gioia Tauro e gli operai della ThyssenKrupp.
La proiezione dei film “Je suis Simone (la condition ouvrière)”  e “ La fabbrica Incerta“ su Pomigliano. L'alienazione nel lavoro "fisso" raccontato nel romanzo“Alice in gabbia” più l'anteprima de “La ballata dei precari” film in prossima uscita.

La manifestazione durata 5 giorni, si chiude domenica 2 dedicata alla parola "Sud". La mattina con “Lo sfruttamento è servito” si analizzerà la filiera tutta italiana dello sfruttamento in agricoltura, dalla raccolta nei campi del sud italia agli scaffali della GDO. Nel pomeriggio l'incontro incontro “150 anni di questione meridionale: colonialismo, sottosviluppo e sfruttumanto nel mezzoggiorno”.
Si chiude in serata con la proiezione alla presenza dei registi di "In Attesa dell'Avvento" di Felice D'Agostino e Arturo Lavorato, in anteprima a Roma, vincitore del premio Orizzonti come miglior cortometraggio  e "Malavoglia" di Pasquale Scimeca.
LOGOS – Festa della Parola. Dal 28 settembre al 2 ottobre 2011 al C.S.O.A. Ex Snia e al Parco delle Energie,  via Prenestina 173

Per info e approfondimenti e per consultare il programma on-line:
www.logosfest.org

''Colpo alla nuca'' di Sergio Lenci

 
Articolo 21 - Libri
Sergio Lenci, Colpo alla Nuca, Il Mulino, Bologna 2010
Sergio Lenci, Colpo alla Nuca, Il Mulino, Bologna 2010 È il 2 maggio 1980, l'Italia sta vivendo uno dei periodi piu' difficili del dopoguerra. Il terrorismo colpisce sistematicamente uccidendo e ferendo uomini noti e meno noti: operai, giudici, giornalisti, economisti, poliziotti.

Quella mattina, in una Roma assolata, nel mirino di un commando di prima linea c’è Sergio Lenci, architetto, colpevole - agli occhi dei suoi attentatori - di aver progettato il carcere di Rebibbia. Legato, con un cerotto sulla bocca viene trascinato nel bagno del suo studio. Qui, sdraiato tra il water e il lavandino, gli sparano un colpo di pistola alla nuca.

Poi fuggono. Il proiettile si conficca nell'osso, ma Sergio Lenci non muore. Per 21 anni vivrà con quel pezzo di piombo in testa. La sua vita cambierà per sempre.
Il suo diario scritto dopo quella drammatica esperienza è diventato un libro “Colpo alla nuca. Memoria di una vittima del terrorismo”, edito dal Mulino.  Centosessantasette pagine dure, come il proiettile che lo ha colpito, per raccontare  la sua vita di sopravvissuto, la solitudine che lo ha circondato, la difficolta’ a tornare nel mondo normale, ma soprattutto l’urgenza di dare un senso a quello che era successo.

Perche’ io?  Si chiede con dolore Sergio Lenci. Poi la domanda si trasforma. Lenci ha bisogno di capire il perché del terrorismo, della scelta della violenza.  Deve sapere.
Cerca delle risposte nel processo. Poi negli incontri che ha con gli uomini e le donne del commando che gli sparò, confrontandosi con loro anche in maniera dura per cercare la verità.

Nel racconto degli anni che sono seguiti a quel 2 maggio del 1980 colpisce la grande forza morale di Sergio Lenci che si traduce in una forte e pressante domanda di senso. Non in richiesta di vendetta. Dalle sue parole non traspare mai l’odio. Anzi. Le ultime lettere che scrive a Giulia Borrelli, unica donna del commando, si aprono con un “Cara Giulia” e una di queste si chiude con “mi auguro che lei e i suoi bambini stiate bene e che la situazione migliori verso la completa libertà. Cordialmente”.
Sergio Lenci è morto il 20 marzo del 2001, 21 anni dopo quel terribile giorno di maggio. Nella sua testa il proiettile. E ancora molti interrogativi irrisolti.

Daniela de Robert

''Dal villaggio alla nazione'' di Giampaolo Salice

L'associazione Khorakhané, sotto l'egida del Comune di Villasor, in collaborazione con le Edizioni Am&D e la Provincia di Cagliari, organizza due pomeriggi dedicati alla storia.

Venerdì 7 ottobre 2011

Aula consiliare, via Baronale 1 (mappa), Villasor, ore 17:30


Conferenza di presentazione del libro dal titolo "Dal villaggio alla nazione. La costruzione delle borghesie in Sardegna", AM&D Edizioni
Intervengono:

Walter Marongiu, Sindaco di Villasor
Stefano Pira, AM&D
Giampaolo Salice, autore del volume

Questo libro segue il percorso sociale, la crescita patrimoniale e le strategie genealogiche che hanno reso possibile la formazione e l’ascesa della borghesia sarda, protagonista, nell’arco di duecento anni, degli avvenimenti decisivi nella storia dell’isola. La nuova élite borghese anticipa il suo ruolo dirigente nel triennio rivoluzionario di fine Settecento e nella congiura di Palabanda del 1812, per poi arrivare allo scontro finale con gli apparati dello Stato attraverso la rivolta contro le chiudende e i tumulti per la divisione delle terre.

Filo conduttore dell’intero volume è la storia della famiglia Cocco Ortu, della sua inarrestabile crescita sociale che, partendo nel Seicento da villaggi pastorali e agricoli, permette ai propri discendenti di inserirsi tra Ottocento e Novecento nella classe dirigente nazionale, fino ad esprimere con Francesco Cocco Ortu, parlamentare per cinquant’anni, ministro dell’agricoltura e della giustizia in età giolittiana, l’esponente più maturo del dialogo tra Stato centrale e Meridione.


Sabato 8 ottobre 2011

Aula consiliare, via Baronale 1 (mappa), Villasor, ore 17:30

Conferenza di presentazione del saggio/DVD dal titolo "Quasi un secentenario. Vicende del palazzo Alagon di Villasor alla luce di nuovi documenti d'archivio".


Intervengono:

Walter Marongiu, Sindaco di Villasor
Marcello Schirru, Università di Cagliari
Raimondo Pinna, Architetto e libero studioso
Sebastiano Fenu, Archivista e paleografo
Aldo Pillitu, curatore del saggio
Giovanni Sanna, Associazione Khorakhané

--


Associazione Khorakhané
Sede legale: Via Nazionale 7, 09024 Nuraminis (Ca), Sardegna, Italia.
Sede virtuale: www.khorakhane.eu
e-mail: khorakhane@khorakhane.eu



Mercoledì  5 ottobre alle ore 17,00
presso la Libreria Libra PoEtica

La spoken word poetry

un movimento di poesia viva
e presentazione del libro













 “Bless me father”
di Mario D’Offizi


parteciperanno l’autore, e i poeti Raphael D’Abdon, Lorenzo Mari
e la chitarra blues di Gabriele Polese
 

 «Uno sguardo a tutto campo su un Sudafrica inedito, quello di Mario d'Offizi, coinvolgente e indimenticabile. Un uomo alle prese con una vita difficile ma con una sensibilità, una forza d'animo e un istinto di sopravvivenza fuori del comune. Un racconto autobiografico, durissimo, dalla cui lettura difficilmente si può rimanere indenni».
Marie Joset Hoyet su Bless me father (giornalista de Il Manifesto e Le Monde Diplomatique)


Note biografiche dell’autore

Mario D’Offizi è nato a Bloemfontein (Sudafrica) il 13 giugno 1946, metà irlandese e metà italiano, Mario d’Offizi vive a Cape Town, dove lavora come editore e scrittore pubblicitario freelance. Cresciuto negli orfanotrofi dell’apartheid sin dall’età di tre anni, si è diplomato alla Boys’ Town di Magaliesburg.Quando aveva 16 anni alcune sue poesie furono presentate a Kalender, programma radiofonico “cult” di allora, mentre altre poesie sono state pubblicate sul Cape Times, sul Cape Argus e sulla rivista accademica New Coin. Ha tenuto readings di poesia alla University of cape Town, all’ex “Space Theatre” e al “Cafe Camissa” di Cape Town. Nel 2003 è stato poeta del mese nel sito www.jhblive.com dedicato alla poesia urbana sudafricana contemporanea, mentre alcune sue poesie sono incluse in un’antologia di poesia erotica di prossima pubblicazione, a cura di Raphael d’Abdon, Natalia Molebatsi e Myesha Jenkins.
Tre sue poesie sono state pubblicate e tradotte in italiano nel volume I nostri semi – Peo tsa rona. Poeti sudafricani del post-apartheid, Raphael d’Abdon (a cura di), Compagnia delle Lettere, Roma, 2007



Libreria Libra Poetica
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giovedì 29 settembre 2011

''Soldati nell' ombra'', presentazione a Siena

Verrà presentato il libro

Soldati nell'ombra

di Claudio Biscarini · Scheda del Libro

a Siena sabato 1 ottobre alle 17:30
presso la libreria Becarelli, via Mameli 14/16

Presenterà il prof. Massimo Borgogni, Università di Siena
 
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mercoledì 28 settembre 2011

''Divieto di affissione'', quando le opere entrano nei luoghi di lavoro


Il Fatto Quotidiano Terza pagina | di Eugenia Romanelli
28 settembre 2011





“Divieto di affissione”, quando le opere entrano nei luoghi di lavoro
Si tratta di una mostra collettiva itinerante che mette in scena le giovani avanguardie artistiche del sud del mondo. La seconda tappa occuperà uno studio legale di Roma. Prossime tappe Firenze e Torino, poi Palermo, Capri e di nuovo la Capitale
Andromeda di Adelaide Di Nunzio
C’è tempo fino al 5 ottobre per partecipare alla seconda tappa del viaggio “Divieto di affissione”. La sede è bislacca, dato che si tratta di uno studio legale di Roma. Stiamo parlando della mostra collettiva itinerante che mette in scena le giovani avanguardie artistiche del sud del mondo e che, curati da Giuliana Ippolito e grazie a Numen Arti Contemporanee, fa sosta da quei di professionisti interessati a trasformare per brevi periodi di tempo i loro studi in punti d’incontro tra arte e lavoro. Nella capitale è stato Gennaro Terracciano, amministrativista di grido con il pallino per l’arte contemporanea e nessuna paura di compromettere l’ovattata atmosfera del suo super studio di largo Arenula, a ospitare le opere.

“Il progetto – spiega Giuliana Ippolito – è stato concepito come un viaggio alla ricerca di una ritrovata materialità. Nasce da una riflessione sulla nuova natura del vivere: il mondo reale sembra procedere verso la smaterializzazione. Nella nostra vita di ogni giorno una rarefatta dimensione di pura virtualità ha assunto uno spazio sempre più importante e, paradossalmente, ingombrante”. I tredici giovani artisti (Gema Rupérez Alonso, Francesca Capasso, Domenico Cordì, Adelaide Di Nunzio, Anna Ma, Alessandra Mai&Dario De Cristofaro, Monticelli&Pagone, Alì Nasser-Eddine, Nadia Perrotta, Antonella Romano, Vittorio Valente) sono stati coinvolti a dicembre a Napoli (dove hanno debuttato). “Tra i luoghi di lavoro quotidiani – continua la Ippolito – abbiamo in particolar modo scelto quelli dei professionisti perché forse è proprio qui che l’avvento del computer ha imposto la dolorosa frattura tra l’essere umano e la materia, tra noi e il corpo, il nostro e quello degli altri”.

L’arte quindi come farmaco capace di riunire, creare contatto e partecipazione, ricoagulare quanto è stato infranto, proprio grazie alle emozioni che è capace di suscitare: “I nostri artisti parlano linguaggi diversi e l’unico elemento in comune è la provenienza dal sud del mondo. Crediamo che a sud si trovi l’antidoto alla virtualizzazione della vita contemporanea. Nelle antiche antiche culture del sud del mondo il radicamento alla fisicità e alla materia sembra essere così profondo da indurci a scommettere che nessuna rivoluzione tecnologica potrà essere mai così forte da disancorare la mente dal corpo, l’immagine dalla materia”. Ci tengono, gli organizzatori a rassicurare che l’incontro tra gli artisti di “Divieto di Affissione” e lo staff degli studi professionali che accolgono la mostra avviene a impatto zero: il progetto si svolge infatti nel segno di una dimostrazione della capacità dell’arte contemporanea di convivere con il quotidiano negli ambienti della vita reale. Prossime tappe Firenze e Torino, poi Palermo, Capri e di nuovo Roma.

Da segnalare inoltre a Morlupo, un paesino vicino Roma, la nascita di Libra PoEtica, un nuovo modo di fare libreria con volumi introvabili e particolarissimi, case editrici di nicchia e underground, opere e autori sconosciuti o rari. Il fine? “Avvicinare il lettore al testo poetico – spiega l’ideatrice, Monica Maggi – dove per poesia si intende la globale bellezza della vita”. Si troveranno anche angoli di mondo: dai manga giapponesi agli incensi del Tibet, dalle spezie indiane ai tessuti etnici. Un luogo dove sensazioni, emozioni e sentimenti partecipano di pari passo con la cultura intesa nel suo senso più classico e dove concerti di musica etno-classica, vernissage e allestimenti, rassegne cinematografiche e conferenze aiuteranno ad amalgamare mente e cuore, corpo e spirito, idee e passioni.

Che Guevara, i diari della battaglia


IL DOCUMENTO

Che Guevara, i diari della battaglia
"Non abbiamo tempo per seppellire gli eroi"

L'assalto alla caserma, l'imboscata, le discussioni con Fidel castro, i compagni caduti. Ma anche i dubbi. Escono a Cuba per la prima volta i taccuini che Guevara scrisse sulla Sierra Maestra. Eccoli in esclusiva per Repubblica

di ERNESTO CHE GUEVARA
1957: MAGGIOSenza molta fretta, ci mettiamo in marcia. Giunti sul luogo dell'imboscata del giorno prima, ci raggiunge uno dei nostri uomini staffetta che porta un prigioniero che, secondo alcuni informatori, sarebbe un poliziotto travestito.
Dall'interrogatorio non esce fuori nulla di concreto; lui dice di essere un fidelista e che vuole unirsi a noi.
Siamo rimasti imboscati per tutto il giorno e nel corso della giornata è sorta una discussione con Fidel perché io dicevo che non si poteva sprecare l'opportunità di prendere cinquanta o sessanta guardie in un'imboscata, e lui che non si può attaccare se non una caserma per la forza simbolica che questo comporta.
Per cominciare si è pensato di attaccare Uvedo che ha sessanta soldati [...].

Fidel pensa che Casillas (il colonnello che Batista aveva messo al comando del Terzo Distretto Militare Las Villas, ndr) sia vicino e ordina l'avanzata in contemporanea di 80 uomini sul posto. Abbiamo preso posizione quando ci hanno informato che era tutto tranquillo e che le spie erano state catturate. Dopo un po' sono arrivati i prigionieri, un bianco e un nero; il bianco piangeva a calde lacrime. Hanno confessato di aver avuto l'ordine da Casillas di andare in giro a scoprire qualcosa. Non suscitavano pena ma ripugnanza per la loro vigliaccheria.

Gli ordini prevedevano di impadronirci dei posti di guardia e di avanzare sulla caserma per crivellarla di colpi. La mappa della zona di combattimento era questa:

Con il far del giorno,
ci siamo trovati davanti la sgradevole scoperta che la caserma non si vedeva. Alcuni gruppi hanno sbagliato direzione e a un altro avevano dato delle cattive informazioni e il suo gruppo non dominava la caserma come gli avevano detto. La mia posizione mi permetteva di sparare sulla caserma a una distanza di circa 500 metri. Appena dato l'ordine di aprire il fuoco, con lo sparo di Fidel, le mitragliatrici hanno cominciato a crepitare. La caserma ha risposto al fuoco e in modo abbastanza efficace, come poi sono venuto a sapere [...]. Abbiamo continuato ad avanzare e 2 che sono corsi verso il batey (villaggi costruiti in mezzo alle piantagioni di canna da zucchero, ndr) sono sfuggiti al mio Madzen. Non avendo più cespugli dietro cui trascinarci, cade accanto a me il vecchio Leal e vado a soccorrerlo, il colpo gli ha trapassato la testa, interessando la massa encefalica all'altezza della circonvoluzione parietale sinistra e non riusciva a muovere la mano destra. Gli faccio un po' d'aria, copro la ferita con un pezzo di carta e lo affido a Joel mentre io riprendo il mitra, quasi subito, tuttavia, la caserma e i posti di guardia si arrendono [...].

La battaglia si era svolta così: dopo lo sparo e le raffiche siamo avanzati tutti, meno lo stato maggiore. Lì c'era Julito [Díaz], appostato dietro un tronco, quando gli hanno sparato in un occhio ed è morto poco dopo. Il vecchio Eligio Mendoza, l'uomo pratico della zona, si è gettato nella mischia con un fuciletto che gli avevano dato e si è preso un proiettile nel ventre, morendo poco dopo. Jorge è avanzato alla testa del suo plotone, ma è stato respinto e si è dovuto buttare in acqua per non farsi ammazzare, "el policía" era dietro di lui e lo hanno ammazzato; nell'avanzata sono stati feriti Manals e Quique Escalona al braccio, a una mano e al gluteo destro; Anselmo Vega, del plotone di Guillermo, si è fatto troppo avanti ed è stato abbattuto, morto. Luis Crespo è venuto dallo stato maggiore per aiutare e siamo riusciti a sterminare il posto di guardia quando ormai non faceva quasi più resistenza. Sul posto sono rimasti tre uomini, il quarto è uscito di corsa ed è stato colpito e ucciso sulla spiaggia. Almeida è avanzato con i suoi uomini sul posto di guardia e anche loro hanno ucciso 3 uomini, ma ce n'era ancora qualcuno che ha fatto molte vittime provocando un allarme perché i nostri credevano che a sparare fossero i nostri compagni. Raúl (Castro, fratello di Fidel, ndr) ha separato il suo plotone e Nano [Díaz] è stato mandato in basso con la mitragliatrice. È arrivato quasi fino alla caserma con il suo treppiedi e quando questa si è arresa ha proseguito con la pistola. In quel momento una nostra raffica di mitragliatrice ha provocato la replica degli uomini della caserma, e Nano è caduto ferito a morte alla testa. Acuña era con noi e mentre andava a soccorrere Leal è stato ferito alla mano e al braccio destri, allora si è trascinato per uscire dalla linea di fuoco e trovandosi davanti Almeida ferito lo ha portato con sé fino alla retroguardia. Il plotone di Crescencio non è quasi intervenuto per il fatto che la mitragliatrice non ha funzionato: si trovava nel posto migliore per attaccare la caserma. Quando gli uomini si sono arresi, [Víctor] Mora e Vitalio [Torres], dell'avanguardia, hanno catturato il soldato che ci sparava addosso e con il prigioniero siamo andati a prendere il medico e il suo aiutante; dopo avergli affidato i feriti ho proceduto a perlustrare il batey dove ho trovato altre due guardie. I loro feriti sono stati 19, i morti 12, oltre a 14 prigionieri, se si considera che erano 51 esclusi i sanitari, si ritiene che siano scappate 6 guardie. La cosa stupefacente nel corso della battaglia che è durata 2 ore e tre quarti è che nessun civile è stato ferito. In serata ho potuto prendermi cura dei feriti e dormire che era il mio più grande desiderio [...].

1958: Luglio
Si è dato ordine a tutti gli uomini perché si preparino a scendere perché alle 6 è terminata la tregua. Raúl rimarrà sulla Maestra con i suoi uomini e Fonso, tutti gli altri piomberanno su Las Vegas [de Jibacoa], appoggiati da 30 uomini di Camilo che si troverà in un posto intermedio per attaccare Las Vegas o i rinforzi di Santo Domingo. È andato tutto storto perché gli uomini non si sono attenuti agli ordini e sono rimasti a metà strada o qualcosa del genere e infatti non si sono potuti trovare. Il messaggero che doveva fare da contatto con Camilo non si è degnato di svegliarmi e si è addormentato tranquillamente.
Il piano d'attacco a Las Vegas è il seguente:

[...] Arriva un messaggio che chiede un medico, perché Daniel ha una brutta ferita. Ho passato il messaggio a Las Vegas e sono andato di corsa con quello che avevo a portata di mano per riuscire a vedere solo il suo cadavere. Daniel era morto per la ferita causata da un mortaio nello stomaco, era di 10 centimetri ma si sarebbe potuto salvare se avesse avuto delle cure immediate. L'imboscata  era viziata da vari errori gravi ma aveva lasciato un saldo di 16 soldati morti e altrettanti gravemente feriti da una mina. Gli uomini si sono affrettati per andare a cercare le guardie e un mortaio ha colpito Daniel; c'è stato un momento di confusione e lui è rimasto solo con il suo piccolo gruppo, ferito, e ha dovuto passare per una via crucis fino alla morte, qualche ora dopo. Delle profonde divergenze ideologiche mi separavano da René Ramos (detto Daniel, ndr) ed eravamo nemici politici, ma ha saputo morire compiendo il suo dovere, in prima linea e chi muore così lo fa perché sente un impulso interiore che io gli avevo negato e che ora rettifico. Senza aver tempo per il lutto, proseguiamo per Las Mercedes, organizziamo un assedio, senza sapere con sicurezza se ci sono o no le guardie.

Traduzione di Luis E. Moriones
(da Diario de un combatiente, © 2011 Aleida March y el Centro
de Estudios Che Guevara, © 2011 Ocean Press y Ocean Sur)

Sex, Paris & mistero: sono le donne di Bettina


Sex, Paris & mistero:
sono le donne di Bettina

dall' Unità di Stefano Miliani
le muse inquietanti foto bettina rehims box mostra alinari
Impudiche e sensuali, le donne della francese Bettina Rheims hanno quella carica di innocenza e perversione che fa impazzire tanti voyeur. Ma la fotografa la inquadra con il gusto del loro corpo in scenari onirici e carichi di piacere in scatti di rara raffinatezza. Il museo della fotografia Alinari a Firenze insieme alla Bibliothéque nazionale de France, con il tramite dell’Istituto francese fiorentino, fino al 27 novembre espone una mostra che vuol essere un racconto per immagini, “Rose c’est Paris”. La trama, pur esile, è che una bionda ed eterea fanciulla cerca la presunta gemella sparita per angoli segreti, ambienti lussuosi e incontri sadomaso al femminile, magazzini della Biblioteca nazionale e stanze d’albergo in un percorso la cui costante è il desiderio, il sesso, il sogno, il mistero. La accompagna un video sul tema dello scrittore Serge Bramly. Subito un’avvertenza: il museo sconsiglia la visione ai minori.

LE FOTO di Bettina Rheims: FOTOGALLERY

La mostra, l'allestimento Alinari: FOTOGALLERY

Così c’è la modella bruna svestita da una bionda tra i binari di una stazione, una bionda seminuda, baciata e avvinghiata da una bruna per una strada tagliata dai raggi di un sole tardo pomeridiano, una ladra in tuta di latex minaccia una bambola sui tetti tra guglie gotiche, una bellissima modella travestita da suora in autoreggenti in latex si scopre compiaciuta davanti allo specchio, la bionda protagonista della storia con abito da fanciulla morigerata tiene ben legata una ragazza nuda in un trio saffico… Bettina Rheims gioca costantemente sul filo del sesso e dell’ambiguità e su quel filo, con bianco e nero e sfumature sul grigio modulate con rara sapienza, cammina sicura. E perciò a lei si affidano star come una morbida Monica Bellocci, Charlotte Rampling o una Naomi Campbell vestita di veli e di una sensualità irresistibile.

Più che un racconto è un percorso per immagini – molti già viste - nella dimensione del sogno. È la loro sequenza che la fotografa impagina come una storia carica di espliciti riferimenti al surrealismo, all’idea cioè che accostando elementi in apparenza incongrui (l’esempio classico è l’ombrello e la macchina da cucire su un tavolo chirurgico) si possano svelare aspetti della vera realtà altrimenti nascosti, repressi. Magritte, tanto per fare un nome, è usato chiaramente, ad esempio nel corpo fantasma femminile senza testa e grande gonna. Traspaiono accenni a Delvaux, a Dalì, a Sade che il capo dei surrealisti Breton stimava, mentre il titolo, Rose c’est Paris, richiama quel “Rose Celavy” di Marcel Duchamp , gioco di parole che stava per “Rose c’est la vie” (Rosa è la vita). Perché forse per Bettina Rheims l’attrazione sessuale, il mistero, il sogno, le donne dai magnifici seni, sono l’essenza di Parigi e Parigi è la vita nelle sue incredibili sfaccettature. Con un’ultima curiosità: “Estelle, la Gioconda del metrò” ritrae a seno nudo nella carrozza della metropolitana vuota quello che sembra un trans. Il titolo però non cita la Monna Lisa al Louvre, cita la Monna Lisa a seno nudo ritratta da allievi di Leonardo, dal viso più da efebo che di donna, che alcuni studiosi ritengono copia di un presunto quadro del pittore-scienziato sparito chissà dove e quando. Un mistero mai svelato per dirci che Bettina fa trapelare ma non svela il mistero di Rose, di Parigi e della sessualità femminile.

Bettina Rheims e Serge Bramly. “Rose c’est Paris”. Museo nazionale Alinari della fotografia, piazza Santa Maria Novella 14a, Firenze. Fino al 27 novembre 2011. Catalogo, edizione francese della Bibliothèque nationale de France (non tutte le foto in mostra sono nel libro e viceversa).

Orario 10-19, chiuso il mercoledì. Ingresso intero 9 euro, ridotto 7,50, 6 e 4 euro, tel. 055 216310, mnaf@alinari.it.


Terraferma è il candidato italiano agli oscar

Cinema
Percorso:ANSA.it > Cinema > News

Terraferma e' il candidato italiano agli Oscar

Lo ha stabilito oggi la Commissione di selezione istituita all'Anica


Terraferma candidato italiano agli Oscar. Nella foto il regista Emanuele Crialese Terraferma candidato italiano agli Oscar. Nella foto il regista Emanuele Crialese
 ROMA - 'Terraferma' di Emanuele Crialese e' il candidato italiano agli Oscar per il miglior film in lingua non in inglese. Crialese 'batte' quindi Moretti: in corsa c'erano infatti anche 'Habemus Papam'. Gli altri sei film in pole erano 'Corpo celeste' di Alice Rohrwacher, 'Nessuno mi puo' giudicare' di Massimiliano Bruno, 'Noi credevamo' di Mario Martone, 'Notizie dagli scavi' di Emidio Greco, 'Tatanka' di Giuseppe Gagliardi e 'Vallanzasca' di Michele Placido.
Nel 2002, per concorrere agli Oscar, come film italiano venne scelto 'Pinocchio' di Roberto Benigni. In lizza, quell'anno, c'era anche 'L'ora di religione' di Marco Bellocchio e 'Respiro' di Emanuele Crialese, che molti indicarono come il film italiano piu' adatto a rappresentare l'Italia negli States.
La Commissione di selezione istituita all'Anica era composta da Nicola Borrelli (Direttore Generale Cinema), Marco Bellocchio (regista), Martha Capello (presidente AGPC, Associazione Giovani Produttori Cinematografici), Francesca Cima (produttrice), Tilde Corsi (produttrice), Paola Corvino (presidente UNEFA, Union of Film and Audiovisual Exporters), Valerio De Paolis (distributore), Luca Guadagnino (regista) e Niccolò Vivarelli (giornalista).
L'anno scorso era stato candidato per l'Italia, 'La prima cosa bella' di Paolo Virzì.


martedì 27 settembre 2011

''Non sto tanto male'' a Urasnotte 2011

Non sto tanto male” il 30 settembre a Uras (OR)

Nell’ambito della manifestazione
"UrasStanotte 2011”
a cura del Comune e dell’associazione Origamundi
venerdì 30 settembre
ore 18.30
Ex Palazzo Municipio
Gianni ZANATA
Non sto tanto male” (Quarup, 2011)

letture di Marcello ENARDU

''Deak'Kast'' alla libreria Lupo Rosso di Padova

"Drak'kast" alla libreria Lupo Rosso di Padova

Ora
sabato 8 ottobre · 18.00 - 20.00

Luogo
Libreria Il Lupo Rosso
Via Tiepolo 28 (zona Portello)
Padova (Padua, Italy)

Creato da

Maggiori informazioni
Presentazione del libro "Drak'kast" (Edizioni della Sera, 2011)

Saranno presenti: Fabrizio Corselli (autore) e Paola Boni (scrittrice).

http://www.edizionidellasera.com/2011/04/04/drakkast-storie-di-draghi/

Quello di Drak’kast è un mondo rischioso, selvaggio, dominato da profondi e oscuri misteri che aspettano solo di essere riportati alla luce. Un mondo in cui ognuno è costretto a sfidare la stirpe dei draghi e la sua egemonia, aprendosi un varco nel fuoco con il crudele acciaio nel pugno… o andando incontro alla morte. In questa era, meglio conosciuta come Primordium Draconis, esiste però anche chi ha scelto di non combattere i draghi: gli Hadragnir, incantatori disposti a sposare la loro causa per preservare l’equilibrio tra le razze. È qui che entra in gioco il personaggio di Elkodyas, il leggendario drago mutato in un elfo cantore, unico eroe tanto audace da sfidare le insidie e i pericoli celati nella Foresta di Smeraldo alla scoperta di quei segreti che per troppo tempo sono rimasti confinati in essa. Avventura, melodia e incanto. Drak’kast è tutto questo. Da tempo niente era più così epico.

“I miei draghi sono nati per portare l’arte agli uomini. Essi cercano di ricordare alla società che l’arte, la poesia, la musica hanno un enorme potere che non dobbiamo ignorare. Sono davvero contento che accompagnino i versi di Fabrizio Corselli in queste meravigliose storie. Spero proprio che le sue parole e le immagini rievocate dei miei draghi possano incantare chiunque legga il libro, permettendogli di condividere altri mondi, anche se per un momento solo.” – Ciruelo Cabral.

Fabrizio Corselli è uno scrittore di poesia epico-mitologica e un saggista italiano. Nato a Palermo nel 1973, vive e lavora come educatore a Settimo Milanese. Proprio nell’ambito didattico cura il progetto Calypsos, volto all’intensificazione del linguaggio nel disabile attraverso la poesia. È redattore della rivista nazionale InArte, dove si occupa della rubrica Mythos. Diverse le pubblicazioni su riviste e cataloghi del settore: ha collaborato con il Salone Internazionale di Parigi, con il Museo Beleyevo di Mosca e con Mediabrera (Milano); è stato segnalato sul sito della Treccani per la positiva riscrittura dei classici greci in relazione all’epica sportiva antica e collabora con l’associazione internazionale di cultura ellenica Mondogreco, per la quale ha recensito la celebre mostra La Forza del Bello di Mantova e quella sul Canova presso il Palazzo Reale di Milano. Il suo sito.

Per ulteriori informazioni:

ufficiostampa@edizionidellasera.com - 3204126622

AFFONDO...STORIE DI IMMIGRAZIONE

Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Affondo... storie di immigrazione
Affondo... storie di immigrazione Come ogni estate anche quella che ormai ci si lascia alle spalle ci è stata costellata di sbarchi e respingimenti... Libia, Tunisia e Lampedusa come approdo sicuro... l'Italia. Volti diversi di giovani e meno giovani, uomini soprattutto, ma anche donne e bambini alla ricerca di uno scampo o semplicemente una speranza, un futuro. Ma in quanti conoscono esattamente cosa li aspetta, in quanti sono realmente pronti a rischiare la vita, magari a perderla nelle acque del nostro Mediterraneo, in quanti sono pronti ad affrontare il sacrificio e la miseria, l'umiliazione e lo sfruttamento nella ricca e civile Europa? Questa la domanda che Jean-Baptiste Sourou, giornalista e docente universitario, pone in maniera semplice e immediata attraverso le piccole storie contenute nel libretto Affondo edito da San Paolo. Una riflessione già maturata da tempo evidentemente ma che si avvale del racconto e della testimonianza raccolta sul campo nel corso di diversi anni. Da Lampedusa, a Roma, a Rosarno si susseguono volti, nomi, ricordi.... storie e drammi umani in una carrellata che potrebbe essere infinita. L'occhio del giornalista si sofferma su ognuno di loro e in poche parole ne restituisce l'umanità, così che il lettore abbia la possibilità di incontrare il vecchio pescatore nelle cui reti si sono incagliati resti di corpi umani accanto alla giovane donna che ha dovuto partorire sul barcone in tutta fretta... ma anche le prigioni libiche e i trafficanti di esseri umani, i Cie e l'Hotel Africa.
Storie che hanno il pregio di raccontare in maniera semplice e immediata, un fenomeno in realtà complesso e multiforme come quello dell'immigrazione, utili soprattutto ai non “addetti ai lavori” e che, nella volontà dell'autore sono l'atto d'accusa più grave si possa rivolgere alla classe dirigente africana, responsabile in buona parte del fenomeno e conseguentemente dell'assassinio di molti suoi figli, senza tuttavia tacere le responsabilità italiane ed europee, complice una cattiva informazione.
E di fronte alla tragedia per Sourou sembra proprio che l'informazione possa offrire una forma di salvezza: se quegli uomini e quelle donne conoscessero realmente quello che li aspetta forse rinuncerebbero all'idea di partire...
Forse... perchè il condizionale è più che mai d'obbligo.
Bruna Iacopino

''Italianera'' di Carmine Fotia

Articolo 21 - Libri e Giornalismo
Italianera ( di Carmine Fotia)
Italianera ( di Carmine Fotia) 
E' già in libreria "Italianera", il libro scritto dal direttore de "Il Romanista", Carmine Fotia, ed edito da Fuorionda.  Un romanzo di fantapolitica, con connotati di forte attualità, che grazie allo sguardo disincantato e visionario dell’autore, diviene una chiave per capire quale futuro inquietante potrebbe riservarci un presente che sembra implodere nella cupa dissolvenza di un regime politico e assieme mediatico. Sul palcoscenico si muovono personaggi che sono maschere nelle quali il lettore potrà provare a individuare questo o quel personaggio reale. Uno spaccato allegorico, ma a tratti inquietante, delle tante distorsioni della nostra democrazia.

Il libro
Anno 2013. A far da sfondo all'allucinante intreccio fantapolitico di Fotia è una Roma in pieno disfacimento, appannaggio di un nuovo movimento di estrema destra segretamente appoggiato dal Presidente, signore e padrone di una Italia in frantumi tenuta insieme solo dal potere mediatico della TV. Saro Prizzi, giornalista di sinistra, disilluso, un po' cinico e smaliziato, nelle sue inchieste clandestine si imbatte nelle trame perverse di un piano segreto del Presidente e della sua banda per dare il colpo definitivo ad una ormai spenta democrazia. Ma con un'informazione totalmente asservita al potere e una opposizione che lo considera un folle visionario, non sarà facile, per il nostro, liberarsi dalla sindrome di Cassandra e portare a galla ilmarcio intreccio del regime.


L'autore
Carmine Fotia, ex giornalista de «il manifesto», direttore di Italia Radio e vicedirettore del Tg di La7, ha svolto inchieste e girato reportage tv sui rapporti tra mafia e politica. Nell'estate del 2000 ha vinto il premio Festival Internazionale della televisione – città di Trieste per la trasmissione TMC Reporter. Con Antonio Roccuzzo ha curato il volume Leoluca Orlando - Palermo (Mondadori, 1990).Ha scritto Intorno al delitto (Piero Manni, 1998), Intorno al giallo (Accademia degli Incolti, 1999), Una donna contro - Cristina Matranga (Accademia degli Incolti, 2001) e La Rovina Romana (Gaffi, 2009). Attualmente dirige lo storico quotidiano «Il Romanista».


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BRUNO QUARANTA
La terza via, in Italia, non è una chimera, ancorché di rado si manifesti. Non vi sono solo l’Italia degli sciocchi e l’Italia dei malfattori, secondo la distinzione brechtiana («Chi non conosce la verità è sciocco; chi la conosce e dice che è bugia è un malfattore»). Vi è, a contrapporvisi, un’Italia civile, quale rifulge nel carteggio 1942-1999 fra Norberto Bobbio e Eugenio Garin che l’editore A
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La piccola ape in fuga dall'inferno nigeriano

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Ha sedici anni la ragazza nigeriana sfuggita agli orrori del suo Paese, e finita in Inghilterra in un campo di internamento. Orrori, parola chiave per lei: «la semplice parola orrore», confessa. In Inghilterra ha un significato emblematico, magari simbolico, come nei film, appunto dell’orrore. «Per ...
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Doyle, il manoscritto (suo malgrado) ritrovato


Cultura
26/09/2011 -

Doyle, il manoscritto
(suo malgrado) ritrovato

Sir Arthur Conan Doyle (Edimburgo, 1859-Crowborough, 1930). Dopo la laurea in Medicina, pubblicò nel 1887 la prima storia di Sherlock Holmes, "Uno studio in rosso"

Pubblicato un racconto giovanile smarrito 128 anni fa dalle Poste britanniche: divenuto famoso, l'autore confessò che gli avrebbe fatto "orrore" vederlo stampato

MARCO ZATTERIN
Sir Arthur Conan Doyle non sarebbe contento. Ormai celebre grazie alle avventure di Sherlock Holmes, nel 1893 scrisse su The Idler Magazine che se l’unico manoscritto di The Narrative of John Smith non fosse stato smarrito dalle poste di Sua Maestà, lui «si sarebbe risvegliato nell’impopolarità, perché il lavoro tendeva pericolosamente alla diffamazione». Invece il plico, inviato a un editore dieci anni prima, era scomparso nel nulla e il baronetto scozzese, col senno di poi, concesse che il male non era venuto per nuocere. «In tutta onestà - ammise -, devo confessare che lo shock provato alla sua scomparsa sarebbe nulla fronte all’orrore che sentirei se dovessi vederlo stampato».

Il fatto che la British Library abbia deciso che, dopo 128 anni di oblio, The Narrative of John Smith può da oggi essere acquistato al modico prezzo di 10 sterline sarà certo oggetto di acceso dibattito nel folto popolo degli sherlockiani. Si divideranno al solito tra fondamentalisti canonici, contrari alla pubblicazione, e studiosi progressisti, entusiasti per l’evento letterario. Quest’ultimi, insieme con i non praticanti del genere che decideranno di gustare la novella, si misureranno con un libretto di 144 pagine che apre una finestra inedita nella carriera di Sir Arthur, regalando il ritratto di uno scrittore acerbo, in cerca di uno stile, interessato alla politica, senza un vero senso della trama e del suo ritmo.

Siamo anni luce dal ritmo sferzante e dalla frizzante creatività dei racconti di Sherlock Holmes. Doyle lavorò a The Narrative of John Smith nei primi mesi del soggiorno a Southsea, sobborgo residenziale di Portsmouth dove nell’estate del 1892 aveva preso una casa al numero 1 di Bush Villas. Laureato in medicina, il ventitreenne giovane dottore in bolletta scriveva per ingannare il tempo trascorso ad attendere pazienti che non arrivavano. Lì, cinque anni più tardi, avrebbe composto in meno di un mese Uno studio in rosso , la prima delle formidabili avventure del detective di cappa e pipa. Prima, però, si era cimentato coi pensieri di John Smith. Un «Signor nessuno», come dice il nome.

Vicenda senza picchi, sia chiaro. Un uomo di cinquant’anni costretto a letto dalla gotta elabora opinioni varie di letteratura, scienza, religione, guerra e educazione, offrendo i ritratti critici, forse eccessivamente trasparenti, di alcuni potentati della sua epoca. «Aveva un colorito sociopolitico», ricorderà Doyle. Comunque sia, mise il manoscritto in una busta e l’affidò all’ufficio postale, salutandolo per l’ultima volta. «Mi inviarono un gran numero di fogli azzurri per dire che non sapevano dove fosse», annotò. Disperato, cercò di riscriverlo a memoria, ma l’attimo era fuggito. A pagina 150, ricaricò la penna e cambiò soggetto.

Comincia qui la storia di un manoscritto perso, ritrovato e dimenticato. Nessuna biografia di Doyle, neanche quella scritta nel 1949 da John Dickson Carr con gli auspici della famiglia, parla di The Narrative per quasi un secolo. Il 3 giugno 1970 muore Adrian, figlio minore e scapestrato di Sir Arthur, e l’archivio del padre finisce nelle mani della moglie Anna che decidere di mettere tutte le carte all’asta. Nel catalogo degli oggetti per l’incanto, un libretto distribuito alla cena d’inizio 1971 degli Irregolari di Baker Street (la più esclusiva tra le associazioni sherlockiane), viene citato un lavoro «inedito e non pubblicato», narrato in prima persona e senza titolo, incompleto, etichettato come «un’autobiografia intellettuale appena velata». Eccolo!

Il manoscritto non fu venduto, strano, ma vero. È rimasto per trent’anni negli Archivi Doyle. Per richiamarlo in scena c’è voluta un’altra asta, stavolta organizzata da Christie’s dagli eredi della signora Anna. Il lotto numero 11, in quell’occasione, fu identificato come il primo romanzo di Sir Arthur e comprato dalla British Library, impresa meritevole dell’encomio dovuto al Pubblico che tutela il patrimonio nazionale. Staccato un assegno da 47.800 sterline, la libreria lo ha esposto nel dicembre 2004 e ora ha deciso di condividerlo col pianeta.

Bene o male? Il padre del primo investigatore dilettante lo considerava «safely lost», gioco di parole tra «sicuramente» e «fortunatamente perduto». Magari Doyle si rivolterà nella tomba, tuttavia nessuna occasione letteraria è a priori priva di senso. Qui c’è il genio che prova e anche un abbozzo (Mrs Rundle) di quella che sarà la signora Hudson, la padrona di casa del 221b di Baker Street. Si potrà notare che uno Smith, che di nome fa Mordecai, sarà tra i protagonisti proprio di Uno studio in rosso . Segno che, come amava dire Holmes, ancora una volta «the game is afoot». Ovvero, il gioco è cominciato...

De Kerckhove, nell' era di Facebook siamo tutti pinocchi


Cultura
27/09/2011 - INTERVISTA

De Kerckhove, nell'era di Facebook
siamo tutti Pinocchio

Parla il massmediologo canadese, guru dei nuovi media: "Oggi il burattino di Collodi è la macchina che mente sulla nostra condizione e alla fine chiede di tornare umana"

ANNA MASERA
TORINO
In Italia è conosciuto come l’erede di Marshall McLuhan, di cui è stato allievo e poi assistente per oltre 10 anni. Tra l’83 e il 2008 è stato direttore del programma McLuhan in cultura e tecnologia all’Università di Toronto. È pure canadese (naturalizzato) come il celebre massmediologo, di cui quest’anno si è festeggiato il centenario. Ma Derrick De Kerckhove, 67 anni portati con allegria, occhi azzurri sotto una massa di capelli argentei ribelli e fisico dinoccolato, di canadese si riconosce solo lo sguardo critico verso gli Usa, l’ingombrante superpotenza vicina di casa. Nato in Belgio, vive tra Nizza, Barcellona e Napoli, dove insegna sociologia. Parla almeno quattro lingue con disinvoltura, tanto che a volte le lingue si mischiano e, per dirla con McLuhan, il mezzo diventa il messaggio. Non sembra un problema per i suoi studenti, che lo considerano un guru. Lo abbiamo incontrato agli Stati Generali della Cultura Popolare in corso in questi giorni a Torino (oggi la chiusura).

«Il mezzo è il messaggio» è un’espressione che ha ancora senso?«Già nel 1961, quando Internet era un sogno, McLuhan parlava di un nuovo medium che “non sarebbe stato contenuto nella tv, ma l’avrebbe contenuta in sé, avrebbe reso obsoleta l’organizzazione delle biblioteche e sviluppato in ciascuno il potenziale enciclopedico”. Basta pensare al Web di oggi, con YouTube e Wikipedia, per capire che McLuhan aveva previsto tutto. Oggi direbbe “Internet è il mezzo”».

Come cambia l’oralità ai tempi del Web?«Il linguaggio della scrittura finché non è diventato elettronico era silenzioso, interiore. Oggi siamo produttori della nostra oralità, che è pubblica perché condivisa in Rete alla velocità della luce con un linguaggio allo stesso tempo interiore ed esteriore. Internet aiuta a recuperare tutto e rende le librerie obsolete: è cambiata per sempre l’organizzazione del sapere. McLuhan aveva previsto uno strumento come Wikipedia, che recupera il nostro potenziale enciclopedico, e persino lo spionaggio trasparente di Wikileaks, che non permette più ai potenti di tenere le masse all’oscuro. È un’oralità che avviene per lo più con lo smartphone, che può diventare una banca dati enorme sempre a disposizione. McLuhan diceva che quando sei al telefono non hai più il corpo: secondo me in realtà rende possibile la clonazione virtuale di noi stessi, non a caso quando parliamo al telefono gesticoliamo come se la persona con cui parliamo fosse davvero davanti a noi. E la socializzazione, lo scambio di informazioni che avviene sui social network, è potente: dopo tanti tentativi di rivolta, in Egitto la prima ad andare in porto è stata quella nata su Twitter, un sistema nato per registrare brevi chiacchiere (“twit” in inglese significa “scemo”) che si è trasformato in un modo per mandare via “gli scemi al potere”».

Come aveva profetizzato McLuhan, siamo nell’era del «villaggio globale». Ma l’abilità tecnologica del cittadino medio per districarvisi è piuttosto scarsa. Qual è il rischio di non alfabetizzarsi nel nuovo mondo digitale?«C’è il rischio di impigrirci, delegando le nostre decisioni a strumenti sempre più complessi, che usiamo senza sapere come siano fatti. Oggetti come l’iPad a molti appaiono magici. Presi nel vortice di computer e social network, noi siamo dei Pinocchio 2.0».

In che senso?«In senso antropologico: Pinocchio è il superamento dell’uomo sulla macchina, nasce come risultato della meccanizzazione del gesto umano, è la macchina che mente sulla nostra condizione e alla fine chiede di tornare umana. Ai tempi di Carlo Collodi, molti lasciavano la Toscana per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord Italia. Lì si disumanizzavano e quando ritornavano a casa (Pinocchio che entra nel ventre della balena, grande madre metaforica) non sapevano più chi erano. Ma Pinocchio lì dentro smette di essere macchina e ne esce per diventare uomo in carne e ossa. Nel mondo digitale cosiddetto 2.0 di oggi, dove il nostro Sé esiste solo in connessione a tutti gli altri, la problematica di Pinocchio si è moltiplicata».

Tanto che il protagonista di Avatar, il film di James Cameron, sceglie invece di restare virtuale, preferisce il mondo delle macchine a quello umano...«È l’altra faccia della medaglia. Con la tecnologia 3D si possono ottenere meravigliose ricostruzioni di Pompei, ma questo non ci esime dal recuperare la Pompei storica. Anche se presto avremo doppi digitali, i rapporti umani in carne e ossa non diventeranno obsoleti. Non stanchiamoci di coltivarli».

Come vede l’Italia, nel villaggio globale?«L’Italia è in coda all’Europa per l’accesso alla Rete per volontà politica. Il vostro premier sa bene che il popolo si controlla con i media: controlla gli italiani con la televisione, riducendo l’importanza di Internet».

Crede che arriverà anche una primavera italiana, almeno per quello che concerne la cultura digitale?«Sì, i segnali ci sono tutti, ma sarà una battaglia fra generazioni. In Italia manca la consapevolezza dell’esistenza di una cultura popolare - “pop” - condivisa che è oggi più vicina al Web, piuttosto che al patrimonio classico».

Viviamo in un mondo senza più privacy, all’insegna della trasparenza totale, ma anche dell’invasione della sfera privata. È necessario rifondare una Carta dei diritti dell’uomo?«Sì. Un sistema di connessione globale ha anche i suoi rischi. Siamo sempre reperibili, quindi schedati e controllati. McLuhan diceva che l’elettricità, come l’alfabetizzazione, rivela tutto ciò che è nascosto».

È un bene o un male?«Non abbiamo scelta, non si può tornare indietro, bisogna prenderne atto e attrezzarsi per questo Brave New World».

Come si pone personalmente di fronte all’utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione?«Uso l’iPhone, Facebook e il mio bigliettino da visita contiene il codice QR per la realtà aumentata. Ma la sera preferisco avere in mano un libro anziché un ebook».