La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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giovedì 2 maggio 2013

«Governare» – Le 5 pagine memorabili della storia della letteratura


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della storia della letteratura

Le 5 pagine memorabili della storia della letteratura

«Governare» – Le 5 pagine memorabili
della storia della letteratura

Non solo il Paese. Ma anche il corpo. E le donne. Persino tra i naufraghi ci sono franchi tiratori

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Il tentativo di raddrizzare il legno storto dell’umanità — diagnosi di Kant, ripresa da Isaiah Berlin — ha tenuto occupate per secoli le menti migliori, e a dire il vero anche le peggiori, di ogni epoca. Con risultati scarsi, a volte tragici, perfino paradossali. Se dal paradiso dei filosofi buttasse un occhio, Jeremy Bentham vedrebbe riapparire il suo Panopticon sotto forma di streaming. L’originale era un edificio che consentiva a un solo guardiano di controllare un gran numero di celle: i prigionieri, sentendosi continuamente osservati, si sarebbero di conseguenza comportati bene. Più o meno 200 anni prima, Tommaso Campanella aveva tracciato in La città del sole il disegno del suo utopico governo: comunione dei beni e comunione delle donne, quattro ore di lavoro al giorno, «offiziali» per sovrintendere alla coltivazione delle virtù. Nella Fattoria degli animali orwelliana, gli animali si ribellano allo sfruttamento umano. Finirà con l’amara constatazione che «tutti gli animali sono uguali, ma imaiali sono più uguali degli altri». Il testimone passa dai filosofi ai romanzieri, altrettanto fantasiosi nelle loro idee di governo.
William Golding,
«Il Signore delle Mosche»
«Io convoco l’assemblea». La frase scandisce il romanzo, un Lost di 60 anni fa. I ragazzini sopravvissuti all’incidente aereo vogliono organizzarsi per segnalare la propria presenza, attirando i soccorritori nell’isola deserta. Serve un capo, da eleggere democraticamente. Ralph, uno dei naufraghi, soffia in una conchiglia trovata sulla spiaggia chiamando a raccolta i votanti. Jack, che era capoclasse e maestro del coro, pensa di essere il candidato ideale.
«Jack cominciò a protestare, ma il desiderio generale di avere un capo si mutava clamorosamente nell’elezione proprio di Ralph, per acclamazione. Nessuno dei ragazzi avrebbe potuto fornire una buona ragione: se qualcuno aveva dato prova di intelligenza, era Piggy, mentre era ovvio che Jack aveva la stoffa del capo. Ma c’era qualcosa di eccezionale nella calma con cui Ralph sedeva immobile, ed egli era alto, bello: c’era soprattutto, oscuro ma potente, il fascino della conchiglia. Chi l’aveva fatta suonare, chi li aveva aspettati sulla piattaforma con quella cosa fragile sulle ginocchia, era diverso dagli altri». L’ottimismo iniziale — «non siamo selvaggi, siamo inglesi e gli inglesi sono più bravi in tutto» — già si incrina. Poi le assemblee prendono decisioni che non vengono rispettate — allora come oggi. Il rivoltoso Jack riunisce i suoi in una tribù sanguinaria, che venera una testa di maiale pullulante di mosche.
Jonathan Swift,
«I viaggi di Gulliver»
Dopo molte avventure, Gulliver finisce nel paese degli Houyhnhnm (da leggersi come un nitrito). I cavalli saggi e sapienti trattano gli umani — chiamati yahoo — come schiavi: l’unico modo per contrastare la loro totale mancanza di virtù, appena ne hanno l’occasione rubano, mentono, imbrogliano, tramano, uccidono. I nobili cavalli invece non conoscono il male, sono guidati in ogni circostanza — anche matrimoniale — dalla ragione. Il numero di figli viene stabilito dallo Stato, la ginnastica e lo sport sono obbligatori. Ma di faccende umane che richiedono riforme radicali, nelle sue peregrinazioni Gulliver ne incontra molte altre. Si potrebbe dare una sistemata alla lingua, per esempio. Ecco il suggerimento di un cervellone dell’Accademia di Lagado, sull’isola di Laputa.
«Considerando che le parole designano cose, sarebbe stato certo più comodo, e meno dannoso per i polmoni, portarsi dietro tutte le cose di cui uno aveva intenzione di parlare. Tale invenzione sarebbe stata certamente accettata, a tutto vantaggio della praticità e della salute pubblica, se le donne, alleate con il popolo ignorante, non avessero minacciato di ribellarsi, invocando la libertà di usare la lingua così come facevano i nostri progenitori. Il popolino, si sa, è sempre stato un nemico irriducibile della scienza. C’è un solo inconveniente: se le faccende da trattare sono molte e complesse, bisogna portare sulle spalle un enorme sacco pieno di oggetti, a meno di non poter disporre di due robusti servi che facciano da facchini».
T. Coraghessan Boyle,
«Morti di salute»
Il governo del corpo richiede applicazione pari, se non superiore, al governo degli individui. L’ultimo libro di Andrea Vitali, Le tre minestre, esce nella collana Madeleines di Mondadori: cibo e autobiografia, con ricettario finale. Nell’immaginazione infantile, le tre zie zitelle fermamente convinte che «il brodo ripulisce», diventano i «tre ministri», rispettivamente dell’Interno, degli Esteri e dell’Agricoltura. Quello dell’Economia non serviva, vista l’abitudine di comprare a prezzo scontato i biscotti sbriciolati, o fregui de bonbon. Più ardua la disciplina quando i soldi non scarseggiano. Harvey Kellogg, inventore dei cornflakes — oltre che di molti altri prodotti gastricamente corretti per nostra fortuna dimenticati — nel 1907 inaugurò a Battle Creek, Michigan, un Sanitarium dove i corpi dei ricchi erano tenuti a stecchetto, e gli animi condizionati con pratiche bizzarre. Racconta T. Coraghessan Boyle, in Morti di salute.
«Per gli esercizi di risate, intesi non solo a migliorare l’umore del paziente ma anche a farlo respirare in modo più profondo e naturale, il gruppo seguiva un paio di mimi con il viso tinto di nero che cadevano sul sedere, mentre il corpulento tenore Tiepolo Cappucini li guidava in una tormentata seduta di risate operistiche. Purgato, semiaffamato e disorientato, con gli arti indolenziti dalla Manualità Svedese e le viscere oppresse dalle alghe, Will non si divertiva affatto. Ma saltellò e corse avanti e indietro e agitò le magrissime natiche insieme ai compagni di sofferenze, con gli obesi e gli emaciati, gli apparentemente sani e i palesemente decrepiti. La Vibroterapia si rivelò quasi un sollievo».
Robert Sheckley,
«La settima vittima»
Dal racconto, Elio Petri ha tratto nel 1965 il film La decima vittima, con Ursula Andress e Marcello Mastroianni. Problema: nel futuro, che potrebbe essere oggi, le armi sono diventate troppo potenti; solo una pace duratura può scongiurare l’estinzione del genere umano. Ma la violenza non è estirpabile. E se lo fosse, sparirebbero con lei l’ingegnosità e gli impulsi vitali. Soluzione: i CCE, Centri Catarsi Emotiva.
«L’omicidio venne legalizzato, per coloro che lo desideravano. A chi si iscriveva ai CCE, fornendo certi dati e certe garanzie, sarebbe stata concessa una Vittima. Secondo il regolamento, qualche mese più tardi l’assassino avrebbe assunto a sua volta il ruolo di Vittima. Se riusciva a uccidere il suo Cacciatore, poteva smettere oppure firmare la richiesta per un altro omicidio. Allo scadere dei primi dieci anni, un terzo degli abitanti del mondo civile aveva fatto domanda per commettere almeno un omicidio. Poi la percentuale scese a un quarto e si mantenne stabile. I filosofi scrollavano il capo, ma gli uomini pratici erano soddisfatti. La guerra era tornata nel posto che le competeva, nelle mani dell’individuo».
Choderlos de Laclos,
«Les liaisons dangereuses»
Ultima, ma non meno importante, la difficoltà di governare le donne. A Stepford, nel romanzo di Ira Levin La donna perfetta, i maschi le sostituiscono con docili e sexy robot. La marchesa di Merteuil, che gli uomini intende dominarli, coltiva invece la dissimulazione. In una lettera, mette il visconte di Valmont a parte dei suoi segreti.
«Costretta spesso a nascondere gli oggetti della mia attenzione agli occhi di chi mi stava intorno, procuravo di guidare i miei amia voglia: ne ricavai lo sguardo distratto che spesso mi avete lodato. Incoraggiata dal primo risultato, mi sforzai di regolare i moti del mio volto. Se provavo qualche dispiacere, ecco che mi studiavo di atteggiarmi a serenità, o addirittura alla gioia; ho spinto lo zelo fino a procurarmi dolori volontariamente, per ricercare frattanto l’espressione del piacere. Mi sono lavorata con altrettanta cura e con maggior fatica per imparare a reprimere sulla mia fisionomia quel potere di cui vi ho visto a volte tanto stupito».
Mariarosa Mancuso

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