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venerdì 31 maggio 2013

Tra gli apparati del corpo umano, di Gianni Zanata


Tra gli apparati del corpo umano.
C’è chi si ristruttura l’appartamento, qualche piano sopra il mio. E da un po’ di tempo a questa parte la mattina non è proprio un bel risvegliarsi.
Tum tum tum. Drrrr drrrr. Grat grat grat. Drrrr drrrr. Tu-dum tu-dum. Drrrr drrrr. Bam! Bam! Bam! Tu-dum tu-dum. Tum Tum. Drrrr drrrr. Drrrr drrrr. Bzzz. Drrrr. Tum tum tum. Bzzz. Grat grat grat. Grat grat grat. Bzzz. Tum tum. Tu-dum tu-dum. Bam! Bam! Drrrr drrrr. Drrrr drrrr. Bzzz. Tum tum tum. Tum tum tum. Tum tum tum. Drrrr drrrr. Drrrr drrrr. Bam! Tum tum tum. Drrrr Drrr. Grat grat. Bzzz. Grat grat. Bam! Tum tum tum. Tum tum tum. Grat. Bzzz. Tum tum tum. Drrrr.
Che poi forse non c’entra nulla con il discorso dei lavori al piano di sopra ma poco fa m’è venuto in mente il film di Sorrentino, La Grande Bellezza, il tunza-tunza-tunza-tunza-tunza-tunza che pompa nelle scene dei rave e delle feste e dei trenini girate sulle terrazze dei palazzi di Roma, con i bassi così bassi ma così bassi che a un certo punto mentre ero seduto in sala e cercavo di concentrarmi sulle immagini ho pensato Cazzo da un momento all’altro il mio cuore salterà fuori dal costato. Invece per fortuna il tunza-tunza-tunza è finito e il cuore non s’è mosso da dove sta. Giusto in tempo. Ché dopo un po’ è arrivata la scena in cui Jep Gambardella, il protagonista, un giornalista dandy e affermato che si aggira e si muove tra cultura, vip e mondanità, visita la mostra fotografica di un uomo ritratto giorno per giorno, dalla nascita sino all’età adulta, una cosa che mi ha colpito, e non lo so, non saprei spiegarlo ma quando è arrivata questa scena, una scena molto bella, m’è salito in gola un groppo di commozione, quasi m’è venuto da piangere. Poi però un istante dopo il regista ha cambiato inquadratura, la cinepresa s’è soffermata sul primo piano del faccione rugoso di Toni Servillo, lui che strizzava gli occhi, quasi in lacrime, e alla fine non mi sono commosso più, nemmeno quando è arrivata la scena dei fenicotteri, nessuna commozione. La scena della giraffa che scompare, invece, m’è sembrata una delle migliori. Ma io di cinema non ne capisco nulla, quindi è inutile che lo vada a raccontare in giro. Al massimo potrei parlarne con la tizia che era seduta tre quattro file sopra, che proprio durante la proiezione s’è sentito il trillo di un telefonino e io per un attimo ho pensato che fosse il trillo del telefonino del protagonista del film, invece era il telefonino della tizia seduta tre quattro file sopra che non s’è affatto scomposta, anzi, ha risposto e s’è messa a parlare a voce alta, come se fosse una cosa normale, come se fosse seduta sul divano di casa e stesse sgranocchiando salatini davanti alla tv, e c’è mancato poco che qualcuno s’alzasse per strapparle di mano il telefonino o cose ben peggiori, c’è mancato poco davvero, e comunque la tizia è andata avanti a parlare per un po’ finché qualcuno non ha urlato E basta! Finiscila! e allora lei forse s’è resa conto e ha messo via il telefonino. Che poi, a ripensarci, nel contesto del film secondo me ci stava pure bene, la tizia del telefonino, dico.

buster
nella foto: Joseph Francis Keaton

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