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sabato 25 maggio 2013

Ventiquattro maggio, di Gianni Zanata


Ventiquattro maggio.
Questa storia che devo intervistare Bob Dylan è una specie di mistero che va avanti da un paio di giorni. E non so nemmeno come andrà a finire. O meglio: lo so bene come andrà a finire. Andrà a finire che non se ne farà niente dell’intervista. Almeno spero. Perché di intervistare Bob Dylan, sia chiaro, non me ne frega nulla. Bob Dylan, a me, non è mai piaciuto.
Se lo faccio, lo faccio solo per Gianni. Che amava Dylan. Lui sì. E lo faccio un po’ anche per i soldi. Che non ce n’è mai abbastanza.
E insomma.
Questa storia che devo intervistare Bob Dylan è venuta fuori una mattina che stavo pensando ai fatti miei.
Mi chiama Dario Menotti, il direttore di una nota rivista musicale. Ci conosciamo da un sacco di tempo, io e Menotti. È uno stronzo come pochi. Ogni tanto collaboro con il suo giornale. Non mi hanno mai pagato. Una cosa che fa girare le palle. Tant’è. Mi chiama e nemmeno mi chiede come sto. Ma è così, l’ho già detto, è uno stronzo come pochi, Dario Menotti.
Tra un mese Bob Dylan suona a Cagliari, mi dice tutto serio. Sì, lo so, gli dico, è l’unica tappa del tour italiano. Bravo, mi dice lui, vedo che sei informato. Grazie, faccio il giornalista, gli dico un po’ piccato. Lo staff di Bob Dylan è entusiasta, mi dice lui, lo stesso Dylan è entusiasta di suonare a Cagliari, gli piace l’idea di stare su un palco davanti al mare. Eh, gli dico io, quindi? Mi han detto che potrebbe scapparci un’intervista, mi dice lui. Intervista con chi, gli dico. Come con chi, con Bob Dylan, mi dice lui. Dài, gli dico, ma scherzi. Non scherzo, mi dice lui, te la senti? Bob Dylan non rilascia interviste, gli dico. E invece sì, mi dice lui, le rilascia, ma soltanto a chi gli va, dipende da come gli gira. L’ultima, in esclusiva, ha voluto che venisse diffusa unicamente attraverso alcune riviste per poveri e senzatetto in America, mi dice lui. Eh, ma in questo caso è un po’ diverso, gli dico io. Guarda che ho parlato con il suo entourage, sono americani, mica cazzi, mi dice lui, si può fare, se mi dicono che si può fare, vuol dire che si può fare. Ma tu lo sai che cosa significa un’intervista esclusiva con Bob Dylan, gli dico io. Certo che lo so, mi dice lui, rivendiamo i diritti, paghiamo tutti gli arretrati e mettiamo pure un gruzzolo da parte. Per arretrati intendi anche i miei, gli dico io. Chiaro, mi dice lui. Ah, beh, allora, gli dico. Perfetto, mi dice lui. Ehi, ma che cosa gli chiedo, a Bob Dylan, gli dico. E che cosa ne so, mi dice lui, chiedigli se ti regala una chitarra.
Ma tu guarda che cosa mi doveva capitare.
Bob Dylan.
Questa storia finirà per non farmi dormire la notte. Che già dormo poco e male.
Bella responsabilità. È Bob Dylan, mica Vasco Rossi.
Ah, se ci fosse Gianni. Lui sì, lui saprebbe come aiutarmi.
Perché va bene che di Bob Dylan non me ne frega nulla, e a dirla tutta l’ultima vera grande canzone che ha scritto e cantato è “Hurricane”, e non l’ha scritta nemmeno lui, lo sanno tutti, l’ha scritta Jacques Levy, e poi da “Desire” fino ai giorni nostri solo una marea di baggianate, canzoni intrise di parole senza senso, di accordi tutti uguali, di blues rubati, quella vocina da gatto strozzato, il cappello alla Hank Williams che lo fa sembrare il nipote scemo di John Wayne, una roba patetica, un ebreo vestito da cowboy che suona al cospetto del Papa, proprio una roba patetica.
Gianni, perdonami.
Perché va bene che di Bob Dylan non me ne frega nulla, e a dirla tutta ciò che conta è che il giornale tiri su un po’ di quattrini rivendendo i diritti, così qualcosa arriva pure nelle mie tasche.
Perché va bene che di Bob Dylan non me ne frega nulla, però, è anche vero che a guardarla da una certa prospettiva, questa cosa, a pensarci bene, a rifletterci con la dovuta calma, a soppesare tutti i pro e tutti i contro, a metter sul piatto della bilancia i più e i meno, beh, in fin dei conti non è mica da tutti, non è roba che ti capita tutti i giorni, intervistare Bob Dylan.
Gianni, abbi pazienza, sto cercando di farmi piacere l’argomento.
Sarà una lagna, ma è pur sempre Bob Dylan.
Sarà un vecchio trombone, ma è pur sempre Bob Dylan.
Sarà uno stronzo che nemmeno saluta il pubblico ai concerti, ma è pur sempre Bob Dylan.
Sarà il peggior chitarrista della storia del rock, ma è pur sempre Bob Dylan.
Sarà un ebreo ortodosso che s’è convertito al cristianesimo, ma è pur sempre Bob Dylan.
Sarà un cristiano rinato che poi però c’ha ripensato e s’è riconvertito all’ebraismo, ma è pur sempre Bob Dylan.
Sarà un ebreo rinato cristiano convertito, non so cosa, non so quando, che incide persino le canzoncine di Natale, ma è pur sempre Bob Dylan.
Sarà il più grande bluff della storia della controcultura giovanile di tutti i tempi, e chi c’ha mai creduto che fosse un militante, uno contro la guerra, ma dai, uno che ha fatto i miliardi a palate fingendosi un ribelle del cazzo, ma dai, uno che sono ancora tutti lì a pendere dalle sue labbra, sarà l’artista più sopravvalutato di sempre, d’accordo, ma porca di quella sozza miseria, è pur sempre Bob Dylan.
Sarà un fottuto ladro di canzoni ma è pur sempre.
DRIIIIN!
– Sveglia, tesoro.
– Eh?
– Svegliati, sono le sette, devi prepararti.
– Che cosa?
– Non fare quella faccia. Sono le sette. È già tardi.
– Oh, cazzo.
– Che c’è?
– Oh, cazzo.
– Gesù.
– Sai una cosa? L’ho rifatto.
– Che cosa?
– Il sogno.
– Il sogno? Quel sogno?
– Sì.
– Gesù. Ti devi far curare.
– No, sto bene.
– Tu devi parlarne con un medico. Non è possibile.
– Va tutto bene.
– Ogni 24 maggio la stessa storia. La stessa, identica storia.
– Ti ho detto che va tutto bene.
– No che non va bene. Ogni 24 maggio la stessa storia. Non va affatto bene. Credimi, non va affatto bene.

press

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