La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

Informazione Contro!
Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

domenica 1 giugno 2014

Alla guerra con Holden

da il manifesto
ALIAS DOMENICA

Alla guerra con Holden

David Shields e Shane Salerno. IL VERO ROMANZO AMERICANO SULLA GUERRA È «IL GIOVANE HOLDEN»: È LA TESI DI UNA GIGANTESCA BIOGRAFIA DI J.D. SALINGER, MOLTO DISCUSSA, ADESSO TRADOTTA DA ISBN

Salinger a Brooklyn nel 1952, fotografato davanti al suo romanzo

A quat­tro anni dalla sua scom­parsa, e a più di cin­quanta dalla pub­bli­ca­zione negli Stati Uniti del suo ultimo libro Alzate l’architrave, car­pen­tieri e Sey­mour. Intro­du­zione), J.D. Salin­ger è tor­nato al cen­tro della ribalta e dell’attenzione di let­tori e cri­tici. Einaudi (suo edi­tore «sto­rico») ha pro­po­sto in tasca­bile una nuova ver­sione de Il gio­vane Hol­den, affi­data a Mat­teo Colombo, uno tra i migliori tra­dut­tori in cir­co­la­zione, che ha saputo lavo­rare con ele­ganza sulla sot­tile linea di con­fine tra inno­va­zione e atten­zione alla sto­ria del testo in Ita­lia, otte­nendo un risul­tato di asso­luta eccel­lenza. ISBN ha invece dato alle stampe, con la tra­du­zione di Lorenzo Ber­to­lucci e Paolo Caredda, la nuova, colos­sale e chiac­chie­ra­tis­sima bio­gra­fia di Salin­ger, fir­mata da due per­so­naggi anti­ac­ca­de­mici come David Shields (roman­ziere e sag­gi­sta, già noto al pub­blico ita­liano per il suo manifesto-collage Fame di realtà) e Shane Salerno (docu­men­ta­ri­sta cine­ma­to­gra­fico, sce­neg­gia­tore, pro­dut­tore e agente let­te­ra­rio). Inti­to­lata Salin­ger La guerra pri­vata di uno scrit­tore (pp. 764, euro 45,00), la bio­gra­fia è l’esito di un lungo e com­plesso lavoro di ricerca, sfo­ciato, in paral­lelo, nella rea­liz­za­zione del docu­men­ta­rio (fir­mato da Salerno) Salin­ger: il mistero del Gio­vane Hol­den, distri­buito in Ita­lia da Fel­tri­nelli e pro­iet­tato lo scorso 20 mag­gio in un numero limi­tato di sale cinematografiche.
Negli Stati Uniti e in Inghil­terra, il volume è stato accolto in modo sostan­zial­mente ana­logo e in qual­che misura para­dos­sale: tanto Sam Leith sul Guar­dian, quanto Michiko Kaku­tani sul New York Times espri­mono una sorta di imba­raz­zata ammi­ra­zione per il gigan­te­sco lavoro di ricerca e per la mole di mate­riali assem­blati su quello che rimane – insieme a Pyn­chon – il più cele­bre «recluso» della let­te­ra­tura ame­ri­cana. Segna­lano, nella con­ge­rie di inter­vi­ste e testi­mo­nianze, alcune novità deci­sa­mente signi­fi­ca­tive, legate, per esem­pio, al ruolo svolto da Salin­ger come agente del con­tro­spio­nag­gio ame­ri­cano sul tea­tro di guerra euro­peo; al suo primo matri­mo­nio con la miste­riosa Syl­via, una ragazza tede­sca che, con ogni pro­ba­bi­lità, era stata per alcuni anni infor­ma­trice della Gestapo, o al car­teg­gio con Joyce May­nard, una delle ado­le­scenti con le quali lo scrit­tore, già iso­lato nella sua villa di Cor­nish, in New Hamp­shire, intrat­tenne una rela­zione prima epi­sto­lare, poi sen­ti­men­tale, già rac­con­tata dalla stessa May­nard nella sua auto­bio­gra­fia At Home in the World. D’altro canto, quasi tutti i recen­sori si sono sof­fer­mati a più riprese sulla scarsa pro­fes­sio­na­lità dei due autori e sulla loro ten­denza a tra­scri­vere infor­ma­zioni e testi­mo­nianze dan­dole per verità asso­data, senza pro­ce­dere a quella veri­fica delle fonti e della loro atten­di­bi­lità che costi­tui­sce il pane quo­ti­diano per ogni aspi­rante biografo.
Soprat­tutto, a essere oggetto di cri­tica è stata la chiave di let­tura della vita e dell’opera di Salin­ger che Shields e Salerno espon­gono con estrema chia­rezza nell’introduzione e nella con­clu­sione del volume, non­ché attra­verso una serie di inter­venti mirati all’interno dei sin­goli capi­toli, inse­ren­dosi nel flusso costante di voci e testi­mo­nianze e calan­dosi nel ruolo di com­men­ta­tori a fianco di grandi nomi della cul­tura ame­ri­cana, da Mai­ler a Updike o Mary McCar­thy. Secondo gli autori, la vita di Salin­ger sarebbe stata scan­dita da due eventi cen­trali: l’esperienza bel­lica, dalla quale l’autore sarebbe uscito emo­ti­va­mente distrutto, ma anche capace di tra­sporre le atro­cità cui aveva assi­stito nella rab­bia e nella rivolta di Hol­den Caul­field e dei pro­ta­go­ni­sti dei Nove rac­conti, e l’adesione alla reli­gione vedanta, che gli avrebbe con­sen­tito di supe­rare i traumi del pas­sato e ricon­ci­liarsi con se stesso, ucci­dendo però la sua arte. Nella let­tura di Shields e Salerno, Il gio­vane Hol­den diventa il vero romanzo di guerra, più ancora degli accla­mati Il nudo e il morto di Mai­ler o Da qui all’eternità di Jones. O meglio, diventa il romanzo sul modo in cui l’esperienza bel­lica ha tra­sfor­mato una gene­ra­zione intera e ne ha vei­co­lato la rab­bia verso un mondo adulto «fasullo» e nor­ma­liz­zato che avrebbe tro­vato la sua piena espres­sione nel mac­car­ti­smo e nella pla­cida cul­tura subur­bana dei tran­quil­li­zed fif­ties. I Nove rac­conti si col­lo­che­reb­bero a fianco del più cele­bre romanzo, repli­can­done la fre­schezza di voce e il disin­canto soprat­tutto in «Un giorno ideale per i pesci­ba­nana» e in «Per Esmè, con amore e squal­lore», men­tre le opere suc­ces­sive di Salin­ger, spo­stando il focus sulla fami­glia Glass, segne­reb­bero il pro­gres­sivo allon­ta­na­mento dalla vita e dall’invenzione nar­ra­tiva nel nome di un mora­li­smo ser­mo­neg­giante che rag­giunge il cul­mine in «Hap­worth 16, 1924», il suo ultimo rac­conto pub­bli­cato sul «New Yor­ker»: un lungo, sen­ten­zioso mono­logo di Sey­mour Glass all’età di sette anni, salu­tato ora come un capo­la­voro, ora – e più spesso – come il segno di una deca­denza ormai irreversibile.
Si tratta di una tesi di fondo radi­cale ma non priva di fascino, cui gli autori subor­di­nano la dispo­si­zione stessa del mate­riale bio­gra­fico. L’attrazione di Salin­ger per le ado­le­scenti viene esa­spe­rata attra­verso una lunga sequela di esempi che, cumu­lati, pre­fi­gu­rano un vero e pro­prio modus ope­randi, ai limiti della pato­lo­gia, attri­buito da Shields e Salerno allo stress post-traumatico deri­vante dalle espe­rienze di guerra e al rifiuto di rico­no­scere, in sé come negli altri, l’avvenuto pas­sag­gio alla dimen­sione adulta. La stessa ribel­lione ado­le­scen­ziale di Hol­den Caul­field sarebbe figlia diretta della discri­mi­nante bel­lica – più che dell’esistenzialismo impe­rante o di una spe­ci­fica tra­di­zione let­te­ra­ria tutta ame­ri­cana, da Huck Finn a Nick Adams –, e addi­rit­tura reche­rebbe in sé una com­po­nente di vio­lenza repressa che, in una qual­che misura, spiega l’adozione del romanzo come modello di vita e spie­ga­zione del pro­prio cri­mine da parte di una serie di cele­bri assas­sini: da Mark David Cha­p­man, il car­ne­fice di John Len­non, a John Hinc­kley, l’attentatore soli­ta­rio che ferì quasi a morte Ronald Reagan.
L’adolescenza bloc­cata costi­tui­sce, per Shields e Salerno, la cifra costante che con­nette e giu­sti­fica tutti i pas­saggi della vita di Salin­ger e ne motiva la cru­deltà gra­tuita nei con­fronti delle tante ragazze cor­teg­giate e abban­do­nate, o della seconda moglie, Claire Dou­glas, e della figlia Mar­ga­ret. La stessa reli­gione vedanta sem­bra a tratti adot­tata solo per la pos­si­bi­lità che essa offre di rag­giun­gere un pro­gres­sivo iso­la­mento dalla vita pub­blica e dalle respon­sa­bi­lità nei con­fronti della dimen­sione fami­gliare, sen­ti­men­tale e ses­suale. Pos­si­bi­lità, quella della fuga, al con­tempo per­se­guita e ripe­tu­ta­mente tra­dita, se è vero, come sosten­gono i due autori, che Salin­ger avrebbe man­te­nuto molti più con­tatti con il mondo esterno di quanto sia dato cre­dere, sfrut­tando il pro­prio stesso ere­mi­tag­gio come mezzo per accre­scere la sua fama.

Salin­ger: la guerra pri­vata di uno scrit­tore ci offre insomma un ritratto d’artista tutt’altro che lusin­ghiero, e ha il merito di costruire un fer­reo col­le­ga­mento tra le mise­rie e le meschi­nità – pic­cole e grandi – dell’uomo, il suo fascino mani­po­la­tore e la sua arte a tratti irre­si­sti­bile. Que­sta strana, gigan­te­sca, ondi­vaga bio­gra­fia si chiude con la rive­la­zione delle rive­la­zioni: per tutto il periodo tra­scorso rin­chiuso nella sua tana in New Hamp­shire Salin­ger avrebbe con­ti­nuato a scri­vere, e avrebbe auto­riz­zato, subito prima di morire e dopo aver isti­tuito, nel 2008, il Fondo let­te­ra­rio che porta il suo nome, la pub­bli­ca­zione di sue nuove opere. Si trat­te­rebbe, secondo infor­ma­zioni «for­nite, docu­men­tate e veri­fi­cate da due fonti sepa­rate e indi­pen­denti», di cin­que opere: due rac­colte con­te­nenti tutti i rac­conti incen­trati sulla fami­glia Glass e sulla fami­glia Caul­field, con molto mate­riale ine­dito; un «manuale» di vedanta, un romanzo d’amore ambien­tato durante la Seconda guerra mon­diale e una novella sotto forma di dia­rio com­pi­lato da un agente del con­tro­spio­nag­gio. Potrebbe essere que­sta la rive­la­zione più grande del libro, e poco importa che con­tra­sti stra­na­mente con l’idea – soste­nuta dagli autori – che le ultime opere di Salin­ger recas­sero i segni di un declino irre­ver­si­bile verso l’afasia. Il Fondo Salin­ger non ha con­fer­mato né smen­tito l’ipotesi di nuove opere: non resta dun­que che atten­dere quello che potrebbe rive­larsi un evento edi­to­riale irri­pe­ti­bile o un cla­mo­roso fuoco di paglia.

Nessun commento:

Posta un commento