La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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mercoledì 11 giugno 2014

CULTURA Tutti in piazza per un secolo

da il manifesto

Tutti in piazza per un secolo

Scaffale. «Strike!», la riedizione americana del libro di Jeremy Brecher che racconta le insubordinazioni di massa statunitensi: dagli scioperi ferroviari di fine Ottocento al movimento Occupy
‘’A che cosa serve lo scio­pero, che per lo più è un inter­vento alla cieca?». Que­sta perla di sag­gezza padro­nale otto­cen­te­sca è frutto della penna filo­pa­dro­nale quasi otto­cen­te­sca di Piero Ottone. È apparsa il 10 mag­gio scorso sull’edizione geno­vese de La Repub­blica, a com­mento di uno scio­pero Cgil-Cisl dei tra­va­glia­tis­simi lavo­ra­tori del tra­va­glia­tis­simo locale tea­tro dell’Opera Carlo Felice. For­tuna che il giorno dopo, sulle stesse colonne, Ser­gio Cof­fe­rati, che di musica si intende, spie­gava pazien­te­mente a tutti le buone ragioni dell’agitazione. È una vec­chia solfa, que­sta dell’inutilità degli scio­peri nell’età della glo­ba­liz­za­zione, del supe­ra­mento delle bar­riere dei sin­goli stati, dell’innovazione tec­no­lo­gica, della fine delle ideo­lo­gie e delle classi.
Su quest’ultimo punto credo che il suc­cesso de Le capi­tal au XXI siè­cledell’economista della École des Hau­tes Étu­des en Scien­ces Socia­les Tho­mas Pic­ketty magari qual­che dub­bio può averlo inge­ne­rato anche in chi si ostina a leg­gere Gia­vazzi e Ale­sina invece che guar­dare nei negozi vuoti di gente e nelle tasche ancora più vuote di soldi della popo­la­zione mon­diale. Per la que­stione degli scio­peri, forse bastano le cro­na­che quo­ti­diane, dalle rivolte ope­raie nel Viet­nam del Sud, all’agitazione trans­na­zio­nale dei lavo­ra­tori dei fast food di cui par­lava qual­che giorno fa il New York Times. Per­sino l’ex super­can­tore del «piatto mondo» feli­ce­mente glo­ba­liz­zato Tho­mas Fried­man sem­bra aver ingo­iato Karl Marx e, sem­pre dalle colonne del New York Times, invita l’«uomo di Davos» a darsi una mossa per­ché «sta arri­vando la gente della piazza…una nuova forza glo­bale che sta cre­scendo da Kiev ad Hanoi per spin­gere per un più alto stan­dard di vita e più libertà».
Insomma cade molto oppor­tuna la rie­di­zione ame­ri­cana (la terza) rivi­sta, ampliata e aggior­nata di un libro che reca la parola «scio­pero», con tanto di punto escla­ma­tivo, ben pian­tata nel titolo stesso. È Strike! di Jeremy Bre­cher, fre­sco di stampa da PM Press (Oakland, Cali­for­nia, pp. 462, 24.95 dol­lari). Sono pas­sati qua­ran­ta­due anni dalla prima edi­zione, nel 1972. Da noi sarebbe stato tra­dotto cin­que anni dopo, all’inizio del fati­dico 1977, curato per La sala­man­dra dagli ame­ri­ca­ni­sti Bruno Armel­lin e Bruno Car­to­sio. Un terzo Bruno, il con­tem­po­ra­nei­sta tori­nese Bon­gio­vanni, lo avrebbe pre­sen­tato notando come «il libro di Bre­cher… rispec­chia, con un esito nar­ra­tivo sem­pre felice, il mito ame­ri­cano, virile e pro­me­teico, dell’iniziativa; gli ope­rai, cioè, non stanno zitti, non subi­scono in silen­zio i soprusi ed i ricatti padronali».
È stato poi ripro­po­sto una quin­di­cina d’anni fa da Deri­veAp­prodi, che mi auguro si accolli meri­to­ria­mente anche la ver­sione di quest’ultimissima edi­zione. Per­ché ce n’è biso­gno, per quelli che uno scio­pero non se lo sono mai potuti per­met­tere, e per quelli che magari l’hanno dimen­ti­cato.
L’impianto del libro è rima­sto lo stesso, con la cen­tra­lità del nodo spontaneità-organizzazione, un rap­porto che Bre­cher risol­veva pri­vi­le­giando net­ta­mente il primo ele­mento, non senza for­za­ture ed eccessi, come non mancò di notare tanti anni fa, con una punta pro­fes­so­rale degna di migliori cause, anche chi scrive. Dimen­ti­cavo che que­sto limite invero era ampia­mente com­pen­sato dal corag­gioso, uti­lis­simo e inno­va­tivo sforzo di sin­tesi che il libro for­niva su un secolo di sto­ria del pro­le­ta­riato indu­striale sta­tu­ni­tense, visto attra­verso tutti i più signi­fi­ca­tivi epi­sodi dell’insubordinazione di massa, dallo scio­pero fer­ro­via­rio del 1877, alle lotte degli anni Ses­santa, spesso ingiu­sta­mente sot­to­va­lu­tate. Nella nuova edi­zione del 1997 era con­te­nuto un impor­tante aggior­na­mento sui limiti, ma anche sul poten­ziale, dei con­flitti degli anni Ottanta, anni che pure segna­vano una caduta ver­ti­cale della forza d’urto del mondo del lavoro. Nella ver­sione appena uscita la sto­ria è aggior­nata sino ai nostri giorni.
Riletto oggi, anche il vec­chio nucleo del libro con­serva un’indubbia presa, sul piano docu­men­ta­rio e su quello meto­do­lo­gico, con quello sguardo acuto che parte sem­pre dal basso, dai gruppi infor­mali di lavoro, cioè dalle forme di soli­da­rietà e dalle diverse cul­ture ope­raie che sor­gono spon­ta­nea­mente sul luogo di pro­du­zione. Uno sguardo che, con­for­tato da tutto quello che abbiamo impa­rato e sco­perto nel frat­tempo sulle divi­sioni e arti­co­la­zioni di classe, razza e genere, sulla bio­po­li­tica, la bian­chi­tu­dine, la gover­men­ta­lità, e chi più ne ha più ne metta, dovremmo, credo, recu­pe­rare, in tutta la sua forza ori­gi­na­ria, per capire che cosa è suc­cesso e accade quo­ti­dia­na­mente nel corpo del lavoro vivo.
Lo stesso Bre­cher, del resto, in que­sti anni non è rima­sto con le mani in mano o la testa pri­gio­niera di vaghe for­mu­lette pseu­do­ri­vo­lu­zio­na­rie o vacua­mente rifor­mi­ste. Ha con­ti­nuato a stu­diare, par­te­ci­pare atti­va­mente alle lotte, rac­co­gliere testi­mo­nianze e mate­riali, come dimo­strano
 Ban­ded Toge­ther. Eco­no­mic Demo­cra­ti­za­tion in the Brass Val­ley (Urbana, Illi­nois Uni­ver­sity Press, 2011, pp. 251) sul pro­getto di «orga­niz­za­zione comu­ni­ta­ria dal basso» con­tro la dein­du­stria­liz­za­zione del Nau­ga­tuck Val­ley Pro­ject, e Save the Humans? Com­mon Pre­ser­va­tion in Action(Boul­der, Para­digm Publi­shers, 2012 pp. 246), una sorta di auto­bio­gra­fia mira­co­lo­sa­mente non­nar­ci­stica sulle sue espe­rienze di paci­fi­sta, eco­lo­gi­sta e mili­tante sociale, in base al prin­ci­pio per cui la «con­ser­va­zione di tutti è diven­tata la con­di­zione per la soprav­vi­venza di ciascuno».
Lo con­ferma il lungo, nuovo, bel­lis­simo capi­tolo finale di Strike! inti­to­lato Oltre la guerra di classe uni­la­te­rale. In esso Bre­cher fa i conti con la dura offen­siva capi­ta­li­stica dell’ultimo qua­ran­ten­nio, con la crisi e gli errori del sin­da­cato, ma anche con l’emersione di nuove forme di con­flitto, in molti casi non scio­peri in senso tra­di­zio­nale, ma mini-rivolte, come lui le defi­ni­sce, varie­gate e plu­rime, distese fra il luogo di pro­du­zione e il ter­ri­to­rio, parte in certi casi, sia pure tem­po­ra­nea­mente, di lotte e movi­menti glo­bali: dalla bat­ta­glia di Seat­tle con­tro il Wto, alle mani­fe­sta­zioni dei migranti che nella pri­ma­vera del 2006 por­ta­rono nelle piazze degli Stati Uniti oltre cin­que milioni di per­sone, all’intersezione fra eco­no­mia glo­bale, poli­ti­che gover­na­tive migra­to­rie e comu­nità latine negli Stati Uniti, alle lotte dei dipen­denti pub­blici del Wiscon­sin del 2011, ai movi­menti di Occupy. Con acu­tezza Bre­cher ne rico­strui­sce limiti e con­trad­di­zioni, affi­nità e dif­fe­renze rispetto ai secoli pre­ce­denti. Senza lasciarsi incan­tare dalle sirene dell’ottimismo cieco, ma senza nep­pure dimen­ti­care che «qua­lun­que cosa possa acca­dere in futuro, l’eredità della auto-organizzazione dei lavo­ra­tori con­ti­nuerà a essere una fonte alla quale attin­gere per costruire rispo­ste col­let­tive ai pro­blemi che dob­biamo affron­tare».
Nella con­vin­zione che quelli che appa­iono come guai e pro­blemi irri­sol­vi­bili, se vis­suti nel chiuso delle nostre vite indi­vi­duali, diven­tano que­stioni, magari aspre e dif­fi­cili, ma com­pren­si­bili e pas­si­bili di solu­zione, se sono sot­to­po­ste al con­fronto con gli altri, all’elaborazione col­let­tiva, al lavoro comune.

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