La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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mercoledì 4 giugno 2014

Manuale per uccidere una biblioteca nazionale

da il manifesto
REPORTAGE

Manuale per uccidere una biblioteca nazionale

L'inchiesta. Viaggio nei 10 piani della Nazionale di Roma, vessata da 15 anni di tagli e autogestita dai suoi 203 lavoratori. Il personale è insufficiente e manca lo spazio per i libri. Il trasferimento della direzione generale degli archivi al terzo piano, non fa che peggiorare la situazione
Un colpo di gra­zia alla soprav­vi­venza della biblio­teca nazio­nale di Roma. Per i lavo­ra­tori della monu­men­tale biblio­teca a Castro Pre­to­rio non c’è dub­bio: lo spo­sta­mento di un cen­ti­naio di addetti della dire­zione gene­rale per gli archivi al terzo piano della Nazio­nale, oggi ospi­tati in un palazzo in via Gaeta distante pochi passi, sarà un evento cata­stro­fico per i deli­cati equi­li­bri dell’astronave moder­ni­sta pro­get­tata alla metà degli anni Set­tanta. La spen­ding review del governo Monti del 2011–2012 ha tagliato le spese per gli affitti. Per rispar­miare il mini­stero dei beni cul­tu­rali (Mibact) ha deciso di tra­sfe­rire que­sti uffici nel cuore di un edi­fi­cio di 10 piani che ospi­tano 8 milioni di volumi a stampa, 2 mila incu­na­boli, 25 mila cin­que­cen­tine, 8 mila mano­scritti, 10 mila stampe e dise­gni, 20 mila carte geo­gra­fi­che, e 1.342.154 opuscoli.
La deci­sione del mini­stero com­por­terà lo spo­sta­mento della dire­zione, della sala riu­nioni, degli uffici acqui­sti, quelli del per­so­nale ammi­ni­stra­tivo e della pro­mo­zione cul­tu­rale. L’operazione è allo stu­dio del Mibact, ma non è ancora ese­cu­tiva. Cento per­sone non entrano al terzo piano della Nazio­nale ed è dif­fi­cile spo­stare il labo­ra­to­rio di restauro dei libri. La sede per la dire­zione degli archivi resterà la biblio­teca, non c’è dub­bio. «In quale altro paese euro­peo si pro­getta un’operazione che rischia di met­tere a repen­ta­glio la fun­zio­na­lità di una biblio­teca nazio­nale?» doman­dano i lavo­ra­tori. Non sarebbe una novità. Al terzo piano sono stati già tra­sfe­riti gli uffici dell’Icar e del ser­vi­zio per i diritti d’autore. Per la Rsu il nuovo tra­sfe­ri­mento «rap­pre­sen­te­rebbe la fine di qual­siasi futura pro­spet­tiva non solo di rilan­cio della Nazio­nale, ma di soprav­vi­venza di uno dei pochi ser­vizi pub­blici ancora total­mente gratuiti».

IL RISIKO DEI PIANI

Gli uffici estra­nei al ciclo di «lavo­ra­zione del libro» azio­ne­reb­bero un risiko di spo­sta­menti. I dipen­denti del terzo piano ver­reb­bero spo­stati al secondo che ospita il ser­vi­zio di cata­lo­ga­zione per autori. Gli uffici sono dispo­sti in stanze comu­ni­canti come sca­tole cinesi. Dall’ultimo libro di Albe­roni alla mono­gra­fia su Renzi, da un tomo di logica mate­ma­tica all’ultimo romanzo di Car­lotto, in que­sto mondo di carta dovranno tro­vare uno spa­zio vitale almeno cin­quanta per­sone. Tra pile di volumi in equi­li­brio sulle scri­va­nie oppure sul pavi­mento si intra­vede una biblio­te­ca­ria che alza il capo con espres­sione ras­se­gnata. Fisso lo sguardo davanti allo schermo del com­pu­ter cata­loga uno dei 40 mila libri depo­si­tati in emer­genza. «Sono solo quelli che ci sono arri­vati negli ultimi due anni – sostiene – Per non par­lare degli altri che arri­ve­ranno». Ogni anno in que­ste stanze pas­sano circa 60 mila mono­gra­fie. Una massa biblio­gra­fica ster­mi­nata che dev’essere gestita da poco più di 20 per­sone. Ci sono anni di arre­trati, per­ché il per­so­nale oggi non basta. E non basterà domani, quando saranno andati in pen­sione, per­ché nes­suno potrà essere assunto a causa del blocco del turn-over. Il secondo piano è uno dei cuori pul­santi della Nazio­nale. È qui che il ciclo del libro prende vita. Die­tro le ampie fine­stre a giorno, mani esperte e occhi die­tro lenti spesse cer­cano un ordine che verrà dato dalla cata­lo­ga­zione per sog­getto e dalla deci­ma­liz­za­zione, fatta cioè su una base nume­rica deci­male che rimanda ad un sog­getto spe­ci­fico. Senza que­sto lavoro, nes­suno potrà tro­vare un libro o una rivi­sta nei dieci piani di depo­sito. Domani, oltre ai libri, que­sto piano diven­terà un depo­sito anche di esseri umani. I lavo­ra­tori non lo accet­tano e hanno scritto una let­tera di pro­te­sta al mini­stro dei beni cul­tu­rali Dario Fran­ce­schini che domani dovrebbe par­te­ci­pare ad un’iniziativa alla Nazio­nale. Si dice che il tra­sloco sia stato deciso per­ché gli uffici della biblio­teca sono scar­sa­mente occu­pati. «È vero – rispon­dono i lavo­ra­tori – ma per­ché negli ultimi 15 anni siamo stati dimez­zati dai tagli».

QUANDO LO STATO AFFITTA A SE STESSO

Il tra­sloco della Dire­zione gene­rale per gli archivi nella biblio­teca nazio­nale non è solo una que­stione di uffici. È una par­tita molto più ampia che inve­ste il mondo degli archivi e dei musei romani dell’Ente Eur, la società per azioni che gesti­sce l’archivio cen­trale dello Stato, il Museo dell’età pre­i­sto­rica Luigi Pigo­rini, il museo delle Arti e delle Tra­di­zioni popo­lari, quello dell’Alto medioevo a rischio chiu­sura. Il Mibact gui­dato da Fran­ce­schini versa a que­sto ente, al 90% pos­se­duto dal mini­stero dell’Economia e al 10% dal Comune di Roma, 4 milioni e mezzo di euro per man­te­nere aperti musei pub­blici. È una caram­bola di par­tite con­ta­bili che ha una sola morale: pur aven­dolo «pri­va­tiz­zato», lo Stato paga all’Ente Eur — cioè a se stesso — un affitto per ciò che in realtà pos­siede. Senza con­tare che que­sti spazi sono semi-vuoti. «Per­ché allora si sce­glie di lasciarli così, pagando 4 milioni all’anno, e di tra­sfe­rire la dire­zione gene­rale per gli archivi alla Nazio­nale?» doman­dano i lavo­ra­tori della Nazionale.
La beffa non fini­sce qui. Una volta tra­sfe­rita la dire­zione alla Nazio­nale, lo Stato con­ti­nue­rebbe a ver­sare i 4 milioni all’Ente Eur s.p.a. Invece di rispar­miare, abo­lendo l’ente Eur e acqui­sendo i musei e gli archivi che gesti­sce, lo Stato esporta il suo caos in una biblio­teca già asfis­siata dai tagli. Dai 6 miliardi di lire ver­sati nel 2000 dallo Stato per il suo fun­zio­na­mento e l’acquisto dei libri, il fondo oggi è pari a 1,3 milioni di euro. Quasi un milione viene impie­gato per pagare le bol­lette, 230 mila per la tassa sui rifiuti. Pagati al comune per un ser­vi­zio che la biblio­teca offre alla città di Roma. Se il sin­daco Marino dispen­sasse la biblio­teca, i soldi per la tassa ser­vi­reb­bero per acqui­stare qual­che libro. Sarebbe un «rispar­mio» vir­tuoso. Al momento per gli acqui­sti ven­gono impie­gati 60 mila euro, il costo di un data­base scien­ti­fico che la Nazio­nale non può permettersi.

VOLON­TARI IN BIBLIOTECA

Domani Fran­ce­schini potrà veri­fi­care se quello dei lavo­ra­tori è allar­mi­smo o una fon­data pre­oc­cu­pa­zione per il destino della biblio­teca. Se accet­terà l’invito avrà modo di notare un altro dei pro­dotti dell’austerità nei beni cul­tu­rali. Anche la Nazio­nale rie­sce a svol­gere le sue atti­vità gra­zie ai volon­tari, l’ultima risorsa visto che non ci sono più soldi per pagare appalti o subap­palti alle coo­pe­ra­tive. Alla Nazio­nale i dipen­denti sono 203, in mag­gio­ranza 50-60enni. Sono affian­cati media­mente da 130 tra volon­tari e sta­gi­sti. Ven­ti­nove di loro lavo­rano per la «A.v.a.c.a — asso­cia­zione volon­tari atti­vità cul­tu­rali ed ambien­tali». Dallo spor­tello tele­ma­tico del volon­ta­riato della regione Lazio, risulta che il respon­sa­bile legale è il vice segre­ta­rio nazio­nale della Filp-Cisl, Gae­tano Rastelli.
Que­sta asso­cia­zione impiega 72 volon­tari nelle biblio­te­che romane. Alla Nazio­nale lavo­rano ad esem­pio nelle recep­tion, nel grande atrio oppure davanti alle sale di let­tura, nei magaz­zini o in uno dei depo­siti dei libri. Que­ste per­sone non pos­sono essere pagate diret­ta­mente, sono volon­ta­rie appunto, ma otten­gono un rim­borso spese «a scon­trino». Per met­tere da parte 400 euro al mese per 24 ore di lavoro set­ti­ma­nale, rac­col­gono tutti gli scon­trini pos­si­bili, quelli del bar della biblio­teca ad esem­pio. Li pre­sen­tano a fine mese per otte­nere in cam­bio il loro magro sala­rio. È la nuova fron­tiera del pre­ca­riato: il lavoro a scon­trino senza con­tri­buti. Que­sto è un altro modo che lo Stato usa aggi­rare il blocco delle assun­zioni nel pub­blico impiego, e non solo nei beni culturali.

IL MONDO CHE NON C’È PIÙ

I tagli al per­so­nale hanno ridotto l’orario di distri­bu­zione dei libri. Fino alle 14,30 oggi è ancora pos­si­bile chie­derne uno nelle sale, poi tutto si ferma. Dopo la ristrut­tu­ra­zione della biblio­teca nel 2000 il sistema delle richie­ste e del tra­sporto dai piani dei libri è stato auto­ma­tiz­zato. Il sistema è orga­niz­zato con i nastri tra­spor­ta­tori ai piani. A gestirli c’è solo una per­sona che dovrebbe muo­vere cen­ti­naia di libri per 11 ore al giorno, cin­que giorni alla set­ti­mana. Un’impresa impos­si­bile a cui si è dedi­cata con dedi­zione, accu­mu­lando 3500 ore oltre il nor­male ora­rio di lavoro che recu­pe­rerà prima di andare in pen­sione. Senza di lui, la «cabina di regia» si ferma. E la biblio­teca torna all’analogico: i libri ven­gono cari­cati sui car­relli, messi in un ascen­sore e arri­vano al banco, nella sala let­tura dov’è stata fatta la richiesta.
Le ristret­tezze hanno dimi­nuito i con­trolli sulle porte taglia­fuoco, due ascen­sori sono stati fer­mati per­ché man­cano i fondi per la manu­ten­zione. Nei magaz­zini c’è un impianto anti-incendio che toglie l’ossigeno. In caso di incen­dio, infatti, non si può get­tare la schiuma chi­mica sui libri. Per far fun­zio­nare l’antincendio, in que­ste stanze non dovrebbe cir­co­lare l’aria, ma gli ambienti non sono sigil­lati e le fine­stre ven­gono aperte. In più ci dovrebbe essere il riscal­da­mento e raf­fred­da­mento 24 ore su 24 per­ché nei depo­siti c’è un’escursione ter­mica che arriva a 20 gradi. Ma non ci sono i soldi per affron­tare que­sti pro­blemi ele­men­tari. L’austerità non taglia solo le per­sone, mette a rischio la memo­ria dei libri.
Cor­ri­doi scuri. Pavi­menti scro­stati. Umi­dità. Saliamo piano dopo piano con gli ascensori-montacarichi. E i piani sem­brano lun­ghi chi­lo­me­tri. Dall’alto si vede la Sapienza, all’orizzonte i Castelli. Le fine­stre sono ampie ma oscu­rate da col­tri di pol­vere. La luce sporca lascia i piani nella semi-oscurità quando il sole gira alle spalle della biblio­teca. I lavo­ra­tori che ci accom­pa­gnano in que­sto viag­gio dicono che man­cano i soldi per cam­biare neon e lam­pa­dine. Quando cala il giorno ai custodi capita di usare le torce per vedere il numero della cata­lo­ga­zione sui libri. Ci sono interi set­tori vuoti, in attesa che nuovi fal­doni e libri ven­gano ricollocati.
Per i gior­nali ita­liani, stra­nieri, micro­fil­mati oggi non c’è più spa­zio. Nel flusso inin­ter­rotto di pub­bli­ca­zioni che entrano nella Nazio­nale ci sono decine di edi­zioni locali della stessa testata. Mol­ti­pli­ca­teli per 360 all’anno, tutti gli anni, e avrete un oceano di carta incon­te­ni­bile. È uno degli effetti dell’obbligo del depo­sito legale: una copia di qual­siasi scritto pub­bli­cato in Ita­lia dev’essere archi­viato nella biblio­teca nazio­nale di Roma o di Firenze. Per con­te­nere que­sta marea di carta è stato scelto di tra­sfe­rirla in un depo­sito a Ciam­pino insieme agli elen­chi tele­fo­nici, uno per tutte le pro­vince, e gli atti par­la­men­tari. Il costo dell’affitto è di 100 mila euro all’anno. A Castro Pre­to­rio ci sono spazi che potreb­bero essere boni­fi­cati e fun­zio­nare come depo­siti. Coste­rebbe «solo» 300 mila euro che però non ci sono. Nulla di que­sto oceano di tomi, volan­tini, mani­fe­sti, pub­bli­cità dev’essere per­duto. Oggi di scarsa con­sul­ta­zione, domani potrebbe essere impor­tante. È stato così, ad esem­pio, per gli sta­tuti delle società ope­raie di fine XIX secolo. Allora erano sem­pli­ce­mente carte. Oggi sono docu­menti di rile­vanza ecce­zio­nale. Niente è ogget­tivo in una biblio­teca. C’è una vita segreta che con il tempo cam­bia il valore delle carte. E il super­fluo diventa ogget­tivo. Qual­siasi testo trova il suo posto in que­sto mondo razio­nale. Biso­gna archi­viarlo, posi­zio­narlo e come il vino un giorno fer­men­terà, tro­vando un senso.
Un tempo c’erano gli ascen­so­ri­sti. Lavo­ra­vano insieme agli addetti alle cal­daie. Era stato for­mato un gruppo ope­raio di fale­gnami, idrau­lici ed elet­tri­ci­sti assunti a tempo inde­ter­mi­nato. Sono andati in pen­sione all’inizio degli anni Due­mila e non sono stati sosti­tuiti. «Tutto que­sto mondo non c’è più», afferma un custode. Di loro sono rima­sti due idrau­lici e un elet­tri­ci­sta. Alcuni custodi si sono rici­clati in ascen­so­ri­sti o in cal­dai­sti, dopo un breve corso.

Alla Nazio­nale vige l’autogestione in attesa di una morte per causa natu­rale. Reste­ranno milioni di libri. Soli. Un tesoro che dovrà essere gestito. Dagli ex lavo­ra­tori in pen­sione che, un giorno, faranno i volontari?

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