La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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giovedì 19 giugno 2014

da il manifesto
CULTURA

Le bonifiche innaturali

Scaffale. Il libro «L'Italia dei disastri» ripercorre la storia delle catastrofi avvenute nel nostro paese, a causa della mancata prevenzione e dello sfruttamento dissennato del territorio

All’infuori dei Paesi Bassi, che hanno dovuto strap­pare tanta parte del loro ter­ri­to­rio al Mare del Nord, non esi­ste in Europa un paese più arti­fi­ciale dell’Italia. Arti­fi­ciale nel senso che gli uomini hanno dovuto sovrap­porre i loro arte­fatti al sostrato natu­rale ori­gi­na­rio per potervi vivere. E non mi rife­ri­sco solo a quella «patria arti­fi­ciale» che Goe­the indi­vi­duava nelle son­tuose rovine romane, testi­mo­nianze di una colo­niz­za­zione senza pre­ce­denti del suolo ita­lico. Ma anche a qual­cosa di più antico e pro­fondo.
Troppo pre­co­ce­mente, infatti, la Peni­sola si è riem­pita di popo­la­zioni rispetto alla sua «matu­rità» geo­lo­gica. Gran parte delle nostre terre emerse risal­gono solo a un miliardo di anni fa, ci ricor­dano i geo­logi, una gio­vi­nezza che dà la feb­bre al nostro suolo, con ben 4 vul­cani attivi, e una sequela senza fine di ter­re­moti di varia potenza e distrut­ti­vità. Ma a ren­dere biso­gnoso di arte­fatti il nostro ter­ri­to­rio, oltre alla sua gio­vi­nezza geo­lo­gica, con­tri­bui­sce la sua mor­fo­lo­gia. La nostra più grande pia­nura, la valle del Po, è un immenso catino in cui pre­ci­pi­tano cen­ti­naia di corsi d’acqua dall’imponente bar­riera delle Alpi. È il più com­plesso sistema idro­gra­fico d’Europa, a cui le popo­la­zioni hanno dovuto dare ordine con un lavoro oscuro durato mil­lenni. Ancora nel XIX secolo alcuni inge­gneri idrau­lici ricor­da­vano che il Po del loro tempo, con il suo corso uni­ta­rio e rela­ti­va­mente ordi­nato, era «opera degli uomini». Una costru­zione arti­fi­ciale, dun­que, il risul­tato di una lotta delle popo­la­zioni che hanno dovuto talora per più gene­ra­zioni fare i conti con allu­vioni disa­strose. Come la «rotta di Fica­rolo» nel XIII secolo, che scon­volse buona parte della bassa pia­nura padana per alcuni secoli.
Ma l’Appennino, un vero e pro­prio caos sotto il pro­filo della com­po­si­zione geo­lo­gica, incombe su tutto lo sti­vale penin­su­lare. Come scri­veva nel 1919 un gran com­mis d’etat, Meuc­cio Ruini, «con­torno e rilievo, clima, abi­ta­bi­lità e comu­ni­ca­zioni, rela­zioni sto­ri­che, ogni cosa insomma della Ita­lia peni­su­lare è signo­reg­giata dall’Appennino e ne riceve l’impronta». E que­sta impronta ha pesato in maniera rile­vante non solo sulle col­line interne, dove si sono con­cen­trate le eco­no­mie ita­li­che e ita­liane, ma anche lungo le pia­nure costiere, impa­lu­date e ridotte a maremme dai mate­riali appen­ni­nici tra­sci­nati a valle dai tor­renti. L’Italia moderna è il risul­tato di una immensa, seco­lare, tota­li­ta­ria boni­fica dei suoi assetti natu­rali.
Posso por­tare in pro­po­sito – al di là di quello che la ricerca sto­rica ci rac­conta – una testi­mo­nianza sin­go­lare. Quando nei primi anni ’80 ho stu­diato la vicende delle boni­fi­che ita­liane – per un testo curato insieme a Man­lio Ros­sia Doria, edito poi da Laterza – ho tro­vato le mie più ori­gi­nali fonti docu­men­ta­rie nelle rela­zioni degli inge­gneri impe­gnati sul campo in que­sto o quel lavoro di boni­fica. Sia che si trat­tasse di lavori nel Bolo­gnese o nella valle del Tevere o nella piana del Vol­turno, nel XVIII o nel XIX secolo, chi pia­ni­fi­cava gli inter­venti si sen­tiva in obbligo di far pre­ce­dere il pro­prio pro­getto con una una pre­messa sto­rica sugli inter­venti che in quello stesso sito erano stati rea­liz­zati uno o due secoli prima da altri boni­fi­ca­tori. Una fonte pre­ziosa di infor­ma­zione sto­rica e insieme la prova di una tra­sfor­ma­zione inin­ter­rotta del ter­ri­to­rio attra­verso suc­ces­sive gene­ra­zioni.
Per ren­dere abi­ta­bili le terre, per esten­dere i suoli desti­nati alla col­ti­va­zione, per trac­ciare strade e vie di comu­ni­ca­zione le nostre popo­la­zioni hanno dovuto costan­te­mente tra­sfor­mare l’habitat natu­rale, per­ché esso tende natu­ral­mente al disor­dine idrau­lico e al caos dei pro­cessi ero­sivi. Dun­que, il nostro è un Paese dove, più che altrove, le popo­la­zioni devono fare costan­te­mente manu­ten­zione del suolo, altri­menti gli equi­li­bri pre­ci­pi­tano. Una con­di­zione neces­sa­ria che si è resa sto­ri­ca­mente pos­si­bile gra­zie alla pre­senza seco­lare dei con­ta­dini sulla terra, in virtù del loro essere manu­ten­tori del suolo, oltre che pro­dut­tori di der­rate agri­cole. Una con­di­zione, com’è noto a tutti, che oggi non si dà più.
Il nostro ter­ri­to­rio è rima­sto abban­do­nato, in balia delle forze natu­rali che ten­dono al disor­dine idrau­lico. Non solo. La sto­ria ci ricorda la fra­gi­lità della cro­sta ter­re­stre su cui viviamo. Negli ultimi 100 anni abbiamo subìto in media un disa­stro sismico ogni 4–5 anni e dun­que abbiamo dovuto inve­stire costan­te­mente risorse nella rico­stru­zione di abi­tati e città. Anche i ter­re­moti ci costrin­gono costan­te­mente a ritor­nare sui nostri passi, a rifare i nostri arte­fatti su una natura insta­bile.
Ma forse la cata­strofe più grave il nostro paese l’ha subita a par­tire dalla fine della seconda guerra mon­diale. Col pas­sare dei decenni, per arri­vare ai nostri anni, è venuta affer­man­dosi una classe diri­gente fra le più incolte, irre­spon­sa­bili e pre­da­to­rie della nostra sto­ria. Il suolo è diven­tato occa­sione di pro­fitti, merce da immet­tere sul mer­cato. Una cemen­ti­fi­ca­zione illi­mi­tata e cre­scente, magni­fi­cata talora con la reto­rica della Grandi opere, rende il ter­ri­to­rio del Bel Paese – che avrebbe biso­gno di risorse e manu­te­zione costante, ali­men­tate dalla con­sa­pe­vo­lezza sto­rica dei suoi dram­ma­tici carat­teri ori­gi­nali – un luogo di disa­stri e spese senza fondo a fine di ripa­ra­zione.
Ci ricorda ora que­sta con­di­zione, con gran­dis­simo merito, il libro a cura di Ema­nuela Gui­do­boni e Gian­luca Valen­sise, L’italia dei disa­stri. Dati e rifles­sioni sull’impatto degli eventi natu­rali. 1861–2013 (Bup), Isti­tuto Nazio­nale di Geo­fi­sica e Vul­ca­no­lo­gia. I cura­tori che, nel 2011, ave­vano dato un impor­tante con­tri­buto al cen­te­na­rio dell’Unità con Il peso eco­no­mico e sociale dei disa­stri sismici in Ita­lia negli ultimi 150 anni, ora ritor­nano sul cen­te­na­rio con una rico­stru­zione che rac­chiude un po’ tutti gli eventi cata­stro­fici che hanno col­pito la Peni­sola. Nel testo, oltre a loro scritti, ospi­tano un largo ven­ta­glio di stu­diosi che si è cimen­tato con una seria ricerca storico-scientifica sugli eventi più dispa­rati: le allu­vioni del Tevere e della Nera (P.Camerieri e T.Mattioli); di Roma nel 1870 (M:Aversa), le allu­vioni e le frane dal dopo­guerra a oggi (G.Botta); il Vajont ( G. B.Vai); le inon­da­zioni del Po dal 1861(F. Luino), l’indagine sulle frane alla luce degli eventi estremi e le aggres­sioni antro­pi­che (M. Amanti); le eru­zioni del Vesu­vio dal 1861 al 1944 ( G.P.Ricciardi) ; i ter­re­moti distrut­tivi (E.Guidoboni e G. Valen­sise). Ma l’elenco è più lungo di que­sti radi cenni.
I cura­tori, che hanno alle spalle studi rile­vanti sulla sto­ria dei ter­re­moti, non solo ita­liani, met­tono il peso della loro com­pe­tenza e di quella dei nume­rosi scien­ziati che col­la­bo­rano al volume, nel dibat­tito cor­rente sulle allu­vioni disa­strose degli ultimi anni. E mostrano verità assai poco dubi­ta­bili, anche se esse tar­dano a diven­tare cul­tura dif­fusa, poli­tica lun­gi­mi­rante del ceto poli­tico. Pro­ba­bil­mente, il carat­tere della pio­vo­sità in Ita­lia, sotto il pro­filo quan­ti­ta­tivo, non è mutato sen­si­bil­mente. Que­sto sem­brano dire le sta­ti­sti­che sto­ri­che. Ma forse è mutata l’intensità e la con­cen­tra­zione tem­po­rale delle pre­ci­pi­ta­zioni. È un punto ancora incerto e su cui è aperta la discus­sione.
Per il resto, la vicenda recente dei nostri paesi che fra­nano e delle città che fini­scono sott’acqua costi­tui­sce la con­ferma a una verità sto­rica: l’Italia, paese fra­gile, aggre­dito non solo da pres­sioni antro­pi­che, ma anche da mire spe­cu­la­tive, fune­stato da fre­quenti ter­re­moti, ha una strada obbli­gata davanti a sé. È quella della pre­ven­zione. Pre­ven­zione e cura del ter­ri­to­rio, la stessa che per secoli ha per­messo all’Italia di ospi­tare una popo­la­zione cre­scente, eco­no­mie dif­fuse, di fon­dare la sua civiltà.

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