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mercoledì 25 giugno 2014

VISIONI John Sinclair: sono comunista, ma non dogmatico

da il manifesto
VISIONI

John Sinclair: sono comunista, ma non dogmatico

Intervista a John Sinclair. «Sono stati anni grandiosi eravamo un movimento di massa e lo diventammo soprattutto grazie al rock’n’roll. L’obiettivo primario era uscire dal Vietnam, una volta raggiunto tutto si sgonfiò»
‘’Ho svi­lup­pato il mio atti­vi­smo sco­prendo Max Roach e Char­les Min­gus. Quando mi resi conto che tutta la musica che ascol­tavo da pic­colo era suo­nata da neri, comin­ciai a chie­dermi: «Come mai sono sem­pre loro a pro­durre buona musica, men­tre tutto il resto è così blando e sca­dente?». Sarà anche logora – peren­ne­mente affib­biata a foto­mo­delle, scarpe da gin­na­stica, cal­cia­tori e mac­chi­nette per il caffè – ma è defi­ni­zione che gli si atta­glia per­fet­ta­mente: John Sin­clair è un’icona.
Classe 1938, poeta beat, sto­rico e filo­logo del jazz, autore di libri e di infi­nite note di coper­tina di dischi, atti­vi­sta anti­proi­bi­zio­ni­sta, pro­mo­ter, mana­ger ed emi­nenza gri­gia degli MC5 — la band di Detroit che alla fine degli anni Ses­santa, assieme agli Stoo­ges di Iggy Pop, inne­scò l’accecante auto­com­bu­stione del punk quasi un decen­nio prima del punk – Sin­clair è stato un for­mi­da­bile motore della con­tro­cul­tura hip­pie e [/ACM_2]radi­cal ame­ri­cana. Auten­tico hip­ster e white negro, come defi­nì­Nor­man Mai­ler il cul­tore bianco del jazz degli anni Qua­ranta, bestia nera del FBI e di Nixon, cau­stico agi­ta­tore poli­tico, cre­sciuto nel culto dei mae­stri del Be-Bop, fondò le White Pan­thers, par­tito rivo­lu­zio­na­rio di stu­denti bian­chi soli­dale con le pan­tere nere e unica for­ma­zione poli­tica sca­tu­rita da una band rock’n’roll. Il loro «totale assalto alla cul­tura» piccolo-borghese, per­be­ni­sta e segre­ga­zio­ni­sta ame­ri­cana dell’epoca fu fiam­mata effi­mera quanto epica, cul­mi­nata nel suo arre­sto per pos­sesso di mari­juana (con­danna a dieci anni per aver offerto una canna a una poli­ziotta in borghese).
Il suo rila­scio avvenne dopo quasi due anni e mezzo con l’organizzazione dell’imponente raduno-concerto «John Sin­clair Free­dom Rally» alla Cri­sler Arena di Ann Arbor, in Michi­gan, il 10 dicem­bre 1971, quando una impres­sio­nante schiera di arti­sti, fra gli altri John Len­non e Yoko Ono, Ste­vie Won­der, Allen Gin­sberg e Phil Ochs par­la­rono e suo­na­rono per otto ore davanti a 15 mila per­sone. Finito il Viet­nam, man­dato a casa Nixon, dal 1975 in poi, men­tre il rock diven­tava il monu­mento ingordo e mega­lo­mane di sé stesso, l’America sarebbe tor­nata al pro­prio busi­ness as usual.
«John Len­non? Mi ha tirato fuori di pri­gione, dalle fauci della morte, dalla car­cassa di un’auto in un inci­dente. Se ne esci vivo non ci pensi più all’incidente. Io ero illeso. È stato un periodo ter­ri­bile e non penso più alla galera. Se mi punti una pistola alla tem­pia e mi dai die­ci­mila dol­lari, forse ci ripenso. Certo che mi piace la can­zone che ha can­tato per me. È più bella di Ima­gine
Sa di men­tire Sin­clair, il cui ultimo album di spo­ken word, Mohawk, è appena uscito. Oggi vive ad Amster­dam, è una spe­cie di gran sacer­dote dell’erba nella scena coffe shop della capi­tale, ha un pro­gramma culto a Radio Free Amster­dam, ma non ha mai smesso di scri­vere ed esi­birsi nei suoi spet­ta­coli, dove declama versi che bru­ciano di eterna pas­sione per il jazz e i suoi mae­stri: Monk, Col­trane, Par­ker, Gil­le­spie, Min­gus. L’album è pro­dotto da Steve Fly, bat­te­ri­sta, Dj e pro­du­cer inglese. «Mi pia­ce­rebbe poter dire di essermi imbat­tuto in John a New Orleans, ma in realtà l’ho cono­sciuto via radio, ascol­tando uno dei suoi pro­grammi,» dice Steve, che potrebbe tran­quil­la­mente esserne il figlio, men­tre gira un sapido joint, il primo di una serie.
È un terso pome­rig­gio pri­ma­ve­rile a Lewi­sham, in casa di loro amici, qual­che giorno dopo il con­certo nello sto­rico 12 Bar Club di Den­mark Street. Il lap­top di Sin­clair ulula free jazz stri­dente e incaz­zato. «Amo molto Amster­dam, è un posto ancora molto cool,» dice John in un mor­bido ran­tolo dalla forte cadenza del Mid­west. «Ci siamo incon­trati in un coffe shop di Amster­dam dove io ero poeta in resi­dence. Per me il mondo dell’erba e quello dell’arte sono la stessa cosa. Mi muovo tran­quil­la­mente in entrambi.»
Mohawk si com­pone di dieci brani costruiti sul suo poema always know: a book of monk. «Scrivo versi da cinquant’anni, ma per me è sem­pre la stessa cosa; ieri, oggi, 30 anni fa.» Un per­corso comin­ciato appena ado­le­scente, «La prima volta che ascol­tai Ray Char­les e Wyno­nie Har­ris. Mi die­dero il senso di qual­cosa di grande e così è rima­sto. Rimasi pie­tri­fi­cato da quella bel­lezza. Per Steve, che appar­tiene alla MTV gene­ra­tion, «È stato un per­corso più intel­let­tuale, attra­verso i libri. Ma quando ho ascol­tato la prima volta Miles Davis, negli anni Novanta, mi sem­brava musica del futuro.»
Chie­dere a Sin­clair cosa pensi oggi del debito della musica pop nei con­fronti del jazz e del blues è un vicolo cieco. «Musica popo­lare è un ter­mine senza senso per me. Monk non è musica popo­lare, come non lo sono Sun Ra e Muddy Waters. Non ha alcuna pro­fon­dità emo­tiva o intel­let­tuale, per que­sto non la seguo. Mi pia­ceva il rock and roll negli anni Ses­santa, pen­savo fosse l’antesignano di qual­cosa di diverso. Ma da metà degli anni Set­tanta in poi l’hanno spento, è diven­tata musica di — e per — ricchi.»
Alla domanda se ritiene pos­si­bile oggi pro­durre qual­cosa di dav­vero con­tro­cul­tu­rale, lui che è un vero hip­ster in un’epoca in cui que­sta parola descrive indi­vi­dui osses­sio­nati dal pas­sato da un punto di vista pura­mente este­tico e for­male e le cui foto pati­nate appa­iono su rivi­ste pseudo-alternative ribatte sar­ca­sti­ca­mente. «La con­tro­cul­tura ame­ri­cana non è affatto morta, fio­ri­sce! Si vende a peso, al det­ta­glio: un tatuag­gio due­cen­to­cin­quanta dol­lari, cen­to­cin­quanta per dei jeans strap­pati o un paio di sti­vali. È sto­ria vec­chia. Già On the Road fece ven­dere milioni di paia di Levi’s.» Sta citando, senza alcuna ama­rezza, Wil­liam Burroughs.
Steve non con­di­vide il pes­si­mi­smo del mae­stro. «Esi­stono realtà che rifiu­tano que­sta logica rigo­rosa, che con­fon­dono i piani. Wiki­leaks, Sno­w­den, espri­mono una rea­zione. Più cer­chi di ingab­biare e di con­trol­lare qual­cosa, più que­sto sfugge, è quasi un prin­ci­pio. Tutto è tenuto insieme dal lin­guag­gio ed è da lì che biso­gna par­tire per rea­gire. Per que­sto il jazz è impor­tante: sfalsa i piani e intro­duce una dimen­sione alter­na­tiva gra­zie alla distru­zione della struttura.»
C’è stato Occupy Wall Street, per esem­pio. «E ora dove sono?» chiede reto­ri­ca­mente Sin­clair. «Hanno fatto cose buone ma non è durato. Per fare dav­vero qual­cosa devi per prima cosa spe­gnere la tele­vi­sione, uscire dalla realtà della comu­ni­ca­zione. Non si può stare nel e con­tro il mondo allo stesso tempo.» Chiu­dersi a ric­cio, insomma. «Non mi inte­ressa la cul­tura con­tem­po­ra­nea o la cele­brity cul­ture. Non cono­sco un attore, non guardo video o ascolto musica pop, per me Madonna o Lady Gaga o 50 Cents sono figure cari­ca­tu­rali. L’unica mia fri­vo­lezza è il base­ball. Sono un fan dei Detroit Tigers.» Già, Detroit. Immensa città indu­striale abban­do­nata, un luogo ormai al di là della più sca­te­nata imma­gi­na­zione cyber­punk. «Ero lì appena dieci giorni fa. Quel posto è un relitto, ha comin­ciato a deca­dere già quarant’anni fa, i neri sono stati but­tati fuori, due, tre gene­ra­zioni di gio­vani non hanno mai saputo nem­meno cosa fosse un lavoro.»
Sin­clair ha rica­vato la sua visione del mondo dai beat­niks. «On the road uscì nel set­tem­bre 1957, tre set­ti­mane dopo com­pivo sedici anni, lo divo­rai. Ero cre­sciuto in una cit­ta­dina di pro­vin­cia di bian­chi: leg­gendo Kerouac sco­prii un mondo che non cre­devo esi­stesse né che potesse esi­stere, mi dissi «È qui che voglio vivere.» Poi ven­nero Gin­sberg, Bur­rou­ghs e tutti gli altri. «Per tutta la mia vita ho cer­cato di vivere in quel mondo, dove le per­sone par­la­vano, fuma­vano erba, ascol­ta­vano jazz. Non ave­vamo soldi ma non impor­tava. Al mas­simo ser­vi­vano a tro­vare da fumare, non inte­res­sa­vano a nes­suno. E lì sono rima­sto. Non ho ceduto. Anche in galera, men­tal­mente ero sem­pre lì.»
Che la ribel­lione si fosse svi­lup­pata pro­prio negli anni Ses­santa in Ame­rica, il luogo dove il boom con­su­mi­sta stava rag­giun­gendo livelli stel­lari, non è affatto strano. «C’era dav­vero l’idea di aver tro­vato qual­cosa di meglio, di diverso. Ero un ragaz­zino middle class in una cit­ta­dina di bian­chi. Se avessi con­ti­nuato quel per­corso magari sarei diven­tato il sena­tore del Michi­gan. Odiavo l’università, ma era sem­pre meglio che lavo­rare.» L’impatto del jazz, il suo livello di comu­ni­ca­zione non ver­bale, ser­viva a tra­scen­dere gli angu­sti limiti della logica ari­sto­te­lica, era un modello per la cri­tica e la distru­zione dell’ordine sociale impo­sto dal con­for­mi­smo e uni­for­mità bor­ghesi. «Viene dall’Africa, un posto dove le per­sone comu­ni­ca­vano attra­verso le per­cus­sioni con la divi­nità per otte­nere la piog­gia. Ancora oggi sento molto più vicino a un mondo del genere.»
Il col­lo­quio è un otto volante emo­tivo in cui Sin­clair alterna momenti di grande razio­na­lità ad altri di lan­guo­roso abbandono.
«Que­gli anni? Sono stati grandi, vor­rei tor­nas­sero. Era­vamo un movi­mento di massa, diven­tammo enormi, soprat­tutto gra­zie al rock and roll. Loro hanno vinto, certo, ma noi abbiamo cam­biato la cul­tura. L’obiettivo pri­ma­rio era uscire dal Viet­nam: una volta rag­giunto, tutto si sgon­fiò. Molti di noi ave­vano una visione più ampia, era­vamo comu­ni­sti. Vole­vamo tra­sfor­mare Detroit, abbiamo lot­tato per sette anni, poi in troppi abban­do­na­rono, tor­na­rono all’università, a cer­carsi un lavoro, a met­tere su fami­glia e spo­starsi nei sob­bor­ghi per evi­tare i neri. Men­tre la destra, con­tro la quale lot­ta­vamo, non ha mai smesso di lavo­rarsi la società ame­ri­cana fino agli anni Ottanta, con l’arrivo di Rea­gan. Fino a que­sto pove­rino che c’è adesso (Obama, ndr) cir­con­dato, come lo era Carter.»
Oggi, lon­tano dalla caco­fo­nia di que­sto mondo che implode, Sin­clair trova rifu­gio più che mai nel suo amore di una vita, la musica e la poe­sia. Adora Amster­dam, per lui è ancora un luogo libero, nono­stante l’avanzata della destra xeno­foba e la com­mer­cia­liz­za­zione imper­ter­rita. La città gli manca. «Ho cer­cato di con­tra­stare tutto que­sto, ma ho perso. Se ti accorgi che non fun­ziona, sei un idiota a insi­stere. Alla fine non c’era più un movi­mento di massa che giu­sti­fi­casse la lotta. Molti di noi sono pas­sati dall’altra parte e sono diven­tati i più grandi figli di put­tana del mondo. Non tutti, ma la mag­gior parte. La mia gene­ra­zione era fan­ta­stica, ma si è tra­sfor­mata in una mon­ta­gna di merda. Ho impa­rato la lezione.» Si dice comu­ni­sta, «I’m a com­mie, really,» ma rigo­ro­sa­mente non dog­ma­tico. «Non ho una teo­ria, non ho Trotz­kij, non ho dei. Ho mille dei. Non esi­ste un unico dio, il nostro pro­blema come spe­cie comin­cia col mono­tei­smo. Ma una pre­ghiera tutti i giorni la fac­cio. Per­ché crolli la borsa. «Kick out the Jams, mother­fuc­kers

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