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sabato 28 giugno 2014

Una società ad alto tasso conflittuale di Albert G. Keller

da il manifesto

Una società ad alto tasso conflittuale di Albert G. Keller

Saggi. «Diversità e selezione nel mutamento socioculturale» di Albert G. Keller. Gli scritti del sociologo conservatore statunitense, che analizzò gli Usa a partire dalle lotte operaie degli anni dieci del Novecento
Dal 1914 fino al 1919 la società ame­ri­cana fu scon­volta da un primo ciclo di lotte ope­raie che portò, nel 1918, alla nascita del «Natio­nal War Labor Board» (Nwlb), un’agenzia fede­rale pre­po­sta alla solu­zione dei con­flitti del lavoro. A fronte delle riven­di­ca­zioni avan­zate con le armi dello scio­pero nell’arco di un quin­quen­nio, e pro­prio men­tre gli Stati Uniti erano impe­gnati, a par­tire dal 1917, nella Prima guerra mon­diale, la classe ope­raia ame­ri­cana, con l’avallo del Nwlb, ottenne per sé: sin­da­cati, con­trat­ta­zioni col­let­tive, sala­rio minimo garan­tito, parità di trat­ta­mento eco­no­mico per le donne. Finita la guerra, a que­ste con­qui­ste non seguì più nulla, se non i roa­ring twen­ties, i «rug­genti anni venti», che si con­clu­sero con il crollo di Wall Street nel 1929 e l’inizio della Grande Depres­sione.
A una situa­zione storico-politica del genere come reagì la socio­lo­gia ame­ri­cana? Pos­siamo ini­ziare a far­cene un’idea gra­zie alla pub­bli­ca­zione di Diver­sità e sele­zione nel muta­mento socio­cul­tu­rale. Una socio­lo­gia dar­wi­niana (a cura di D. Mad­da­loni, Iper­me­dium, pp. 158, euro 14) di Albert G. Kel­ler, pro­fes­sore di Socio­lo­gia a Yale dal 1909 al 1942, suc­ces­sore del suo noto mae­stro Wil­liam G. Sum­ner. Il libro che viene pre­sen­tato per la prima volta al let­tore ita­liano con que­sto titolo, in realtà è una sorta di anto­lo­gia che il cura­tore ha rica­vato dal testo kel­le­rianoL’evoluzione delle società, uscito in prima edi­zione nel 1915 e poi rie­dito in forma rivi­sta e accre­sciuta nel 1931.
Ci sono tre motivi per cui diciamo che que­sto testo ha inscritte in sé le cica­trici del ciclo di lotte por­tate avanti dalla classe ope­raia dal 1914 al 1919, fino alla tra­gica implo­sione del 1929. In primo luogo, per le date di pub­bli­ca­zione (1915 1931); poi, per il modo in cui l’autore pensa il con­flitto sociale; infine, per il sem­plice fatto che alla con­cre­tezza sto­rica della lotta di classe che Kel­ler ha costan­te­mente di fronte a sé, non si fa mai espli­cito rife­ri­mento, indice que­sto di una tra­spo­si­zione della bat­ta­glia dal piano con­creto della sto­ria a quello astratto della teo­ria.
Il qua­dro inter­pre­ta­tivo che pro­po­niamo di Diver­sità e sele­zione è molto diverso da quello in cui lo col­loca il suo cura­tore, il quale ha a cuore che il testo venga rece­pito e discusso nelle sue evi­denze empi­ri­che più ovvie, cioè: da un punto di vista epi­ste­mo­lo­gico, nel solco di quella tra­di­zione del pen­siero sociale che si rifà al para­digma evo­lu­zio­ni­stico di matrice dar­wi­niana (da Her­bert Spen­cer a Sum­ner, fino agli esiti antro­po­lo­gici di un con­tem­po­ra­neo come Mar­vin Har­ris) e, da un punto di vista poli­tico, rispetto alla sua dimen­sione più ambi­gua e con­tro­versa, ossia, la neces­sità di una «sele­zione razio­nale» della spe­cie umana, sarebbe a dire, l’eugenetica (nella parte finale del testo il socio­logo ame­ri­cano sem­bra fare sue le teo­rie di fon­da­tori e soste­ni­tori: Fran­cis Gal­ton e Wilhelm Schall­mayer).
Dal nostro punto di vista, però, è solo in fun­zione della sto­ria e della teo­ria del movi­mento ope­raio che la socio­lo­gia gene­rale fa pre­ci­pi­tare i suoi più ripo­sti signi­fi­cati poli­tici. Senza ripor­tarlo al ciclo di lotte ope­raie ame­ri­cane (1914–1929)Diver­sità e sele­zione rimane sola­mente un pre­zioso docu­mento di sto­ria del pen­siero socio­lo­gico, al con­tra­rio, una volta messo nella loro pro­spet­tiva, si illu­mina di una potenza ine­dita.
È solo per­ché ha visto gli ope­rai lot­tare e otte­nere ciò che vole­vano in un momento così dif­fi­cile come quello rap­pre­sen­tato dalla Prima guerra mon­diale, e con­qui­starlo per sé come classe men­tre il Capi­tale com­bat­teva in quanto Nazione, che Kel­ler può for­giarsi un’immagine del con­flitto sociale di que­sta por­tata: «Tutti que­sti gruppi lot­tano per una posi­zione, nella strut­tura socie­ta­ria, che con­senta ad essi di per­se­guire e soste­nere le pro­prie spe­ci­fi­che ini­zia­tiva in mate­ria eco­no­mica e sociale, che pos­sono otte­nere rico­no­sci­mento e gua­da­gnare influenza o al con­tra­rio essere eli­mi­nate ancor prima di pren­dere forma. In tutti que­sti casi è evi­dente che la sele­zione è all’opera, e cioè la lotta tra le classi, nella misura in cui verte sul con­se­gui­mento di una posi­zione di influenza da parte di que­sto o di quel gruppo, si tra­duce in una posi­zione di van­tag­gio per uno o per l’altro tipo di regole sociali».
Quando si arriva for­mu­lare un’immagine del genere poca conta che l’autore sto­ri­ca­mente si sia schie­rato con i repub­bli­cani e abbia avver­sato il New Deal di Roo­se­velt (così è andata per Kel­ler, come ci ricorda il cura­tore), a valere è la con­ce­zione di una società che, abban­do­nate le ipo­cri­sie pic­colo bor­ghesi di paci­fica con­vi­venza e di felice auto­rea­liz­za­zione per­so­nale, si sco­pre ani­mata ovun­que dallo scon­tro: «Con­si­de­rata da que­sto punto di vista, una società com­plessa è un’arena ribol­lente di con­flitti, indu­striali, com­mer­ciali, poli­tici, reli­giosi, morali».
Men­tre lo scien­ziato sociale non fati­cherà a rico­no­scere in argo­men­ta­zioni di que­sto tipo una socio­lo­gia del potere webe­riana, il diri­gente poli­tico, molto più con­cre­ta­mente, vedrà in esse la potenza di agire e lo spa­zio di mano­vra tipico di ogni sog­getto rivo­lu­zio­na­rio. E ripren­derà il lavoro dove l’ha lasciato la classe ope­raia americana.

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