La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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mercoledì 4 giugno 2014

A Londra, tra gli scaffali lunghi 600 chilometri

da il manifesto
REPORTAGE

A Londra, tra gli scaffali lunghi 600 chilometri

British Library. Ci sono voluti 35 anni per costruirla. L’architetto St John Wilson definì l’impresa «la mia guerra dei 30 anni»

E' uno dei pochi luo­ghi che resi­ste all’assedio della caco­fo­nia urbana di Lon­dra e offre un ser­vi­zio pub­blico dal valore incal­co­la­bile. La vene­ra­bile Bri­tish Library è una delle isti­tu­zioni di rife­ri­mento del sapere occi­den­tale e glo­bale, dalla Magna Carta ai testi auto­grafi dei Bea­tles. È custo­dita in un edi­fi­cio modernistared-brick vio­len­te­mente cri­ti­cato per le impos­si­bili lun­gag­gini nella rea­liz­za­zione e nell’incontrollabile levi­tare dei costi, tanto da minare la repu­ta­zione del suo crea­tore, l’architetto Colin St John Wil­son. Ma per quanto l’eccellenza este­tica del pro­getto sia opi­na­bile, la sua fun­zione ultima — prov­ve­dere un facile e rapido accesso a un immane patri­mo­nio di cono­scenze, circa 170 milioni di pezzi fra libri, rivi­ste, quo­ti­diani, roto­cal­chi, regi­stra­zioni audio, bre­vetti, data­base, mappe, fila­te­lia, stampe, dise­gni e mano­scritti, parte dei quali sti­pata su oltre sei­cento chi­lo­me­tri di scaf­fa­la­ture — la svolge egregiamente.
La zona in cui sorge è uno dei più cen­trali ex-slum lon­di­nesi: l’infinito can­tiere fu il primo grande passo della riqua­li­fica di King’s Cross, zona della sta­zione fino a vent’anni fa cro­ce­via di spac­cio di eroina e ora nuovo cuore pul­sante della Lon­dra ultra-terziarizzata, con il ter­mi­nal dell’Eurostar nell’attigua sta­zione di St Pan­cras, a sua volta rin­no­vata com­ple­ta­mente di recente. Il piaz­zale anti­stante, che St John Wil­son ambiva diven­tasse una piazza vera e pro­pria, capace di attrarre il flusso di viag­gia­tori fer­ro­viari pro­ve­nienti da St. Pan­cras, è forse il più vistoso tal­lone d’Achille del pro­getto. Né i dif­fe­renti livelli della pavi­men­ta­zione, né la grande sta­tua di New­ton di Eduardo Paolozzi,riescono ad invi­tare al pia­cere di uno spa­zio pub­bli­ca­mente con­di­viso. Di viag­gia­tori, nem­meno l’ombra. Ma in una rara gior­nata di sole è sem­pre pia­ce­vole recar­visi per sfug­gire all’abbraccio a tem­pe­ra­tura con­trol­lata (21°C per­ma­nenti in inverno ed estate, umi­dità al 50%, libri con­ser­vati a 17°C) di tutto il complesso.
La mole infi­nita di libri rende impos­si­bile la con­sul­ta­zione diretta da parte degli utenti, salvo che per le refe­renze biblio­gra­fi­che. Un impres­sio­nante sistema di tra­sporto su nastro mec­ca­nico garan­ti­sce il dispac­cio dei testi richie­sti attra­verso i ter­mi­nal di con­sul­ta­zione del cata­logo online. Fiore all’occhiello della biblio­teca sono le sale di let­tura, Huma­ni­ties I e II, situate ai rispet­tivi piani. Una volta depo­si­tati i pro­pri effetti per­so­nali (non sono con­sen­tite borse che non siano quelle tra­spa­renti della biblio­teca e il per­so­nale vigila con zelo a volte ecces­sivo affin­ché non siano intro­dotte penne di qua­lun­que tipo il cui inchio­stro possa imbrat­tare i testi; uni­che ammesse, le matite). Dopo aver mostrato il pro­prio reader’s pass all’ingresso, ci si ritrova in degli ambienti vasti, dove il silen­zio è appena rotto dall’impercettibile sfri­go­lio delle meningi di cen­ti­naia di let­tori. I lignei ban­chi di let­tura sono straor­di­na­ria­mente comodi e solidi. Tutto l’edificio è col­le­gato alla rete senza fili. Quando i testi sono dispo­ni­bili, s’illumina il display del rispet­tivo numero di scri­va­nia: ci si può recare al banco prin­ci­pale per riti­rare i testi pre­no­tati. Que­sti pos­sono essere man­te­nuti in let­tura rela­ti­va­mente a lungo, basta spe­ci­fi­carlo una volta che li si resti­tui­sce a fine gior­nata, alle otto della sera nei giorni feriali. Vi sono infi­niti pre­te­sti per fare una sosta: ci sono mostre alle­stite nell’edificio, si può con­ti­nuare a lavo­rare nelle caf­fet­te­rie, dal cui cibo — come nelle mense in terra bri­tan­nica — è auspi­ca­bile tenersi lon­tani. La cosa ecce­zio­nale è che un simile, for­mi­da­bile appa­rato di ausi­lio della cono­scenza sia gra­tuito e che non si debba essere un acca­de­mico dei Lin­cei per avervi accesso. Da qual­che anno, l’estensione dell’ingresso agli stu­denti delle supe­riori, che si accam­pano ovun­que con i loro lap­top e le loro invi­si­bili, intri­ca­tis­sime reti di comu­ni­ca­zione vir­tuale, ha fatto tut­ta­via stor­cere un po’ di acca­de­mici nasi.
Nes­suno s’illudeva che spo­stare la Bri­tish Library dalla leg­gen­da­ria sede del Bri­tish Museum a Bloom­sbury, nella cui sala di let­tura sono state scritte e ricer­cate infi­nite opere — non da ultimo, com’è noto, Il Capi­tale di Marx — fosse cosa facile. Per molti anni le varie col­le­zioni sono state sparse in vari altri edi­fici den­tro e fuori Lon­dra: al Bri­tish Museum appunto, a Chan­cery Lane, a Bay­swa­ter, a Hol­born e con un’emeroteca nel quar­tiere a Nord-Est di Colin­dale. La rea­liz­za­zione dell’opera, com­mis­sio­nata nel 1962 e com­piuta solo nel 1997 dopo ritardi e disav­ven­ture, è in stri­dente con­tra­sto con l’aura di spec­chiato effi­cien­ti­smo che di solito ammanta le opere pub­bli­che nor­deu­ro­pee a occhi medi­ter­ra­nei: tanto che St John Wil­son aveva preso a chia­marla «la mia guerra dei trent’anni».

È vero, c’è voluto più che a costruire la cat­te­drale di St. Paul: ma una delle spe­ci­fi­che della com­messa era che l’edificio durasse come minimo un paio di secoli. Anche qui di cat­te­drale si tratta, una cat­te­drale laica: il più vasto edi­fi­cio pub­blico costruito nel Regno Unito nel XX Secolo. Quanto allo sprez­zante giu­di­zio dell’erede al trono Char­les, che la definì «la sala delle adu­nate di un’accademia di poli­zia» è di per sé suf­fi­ciente a inco­rag­giare la ria­bi­li­ta­zione archi­tet­to­nica di simili accademie.

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