La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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venerdì 27 giugno 2014

CULTURA La frontiera elettronica che vive nel mondo sommerso

CULTURA

La frontiera elettronica che vive nel mondo sommerso

Codici aperti. Le interviste dal «Deep Web»di Carola Frediani
Del deep web, ovvero di quella por­zione di Inter­net invi­si­bile ai motori di ricerca, si sa poco o nulla. Eppure si tratta di un ter­ri­to­rio elet­tro­nico scon­fi­nato, la cui esten­sione è di gran lunga supe­riore rispetto a quella che cir­co­scrive i domini delle major della rete. Sotto il pelo delle acque calme, dove gal­leg­giano pla­cide le grandi piat­ta­forme di comu­ni­ca­zione com­mer­ciale, si nasconde infatti un abisso ver­ti­gi­noso di eco­si­stemi infor­ma­tivi popo­lati da mer­canti, cor­sari, avven­tu­rieri, ban­diti, hac­ker, truf­fa­tori di ogni risma e cali­bro.
Avven­tu­rarsi lungo que­sti immensi fon­dali non signi­fica però lan­ciarsi alla sco­perta di luo­ghi affa­sci­nanti, sel­vaggi e irri­du­ci­bili al comando dei signori della Sil­con Val­ley: vuol dire anche, e sopra­tutto, misu­rarsi con le diverse tecno-culture che li attra­ver­sano e tro­vano la loro comune radice in quello spi­rito liber­ta­rio che ani­mava l’Internet delle ori­gini. Ecco per­ché
 Deep Web. La rete oltre Goo­gle (Quin­ta­di­co­per­tina, 161 pp. euro 3,99) l’ultimo e-book di Carola Fre­diani, non è solo un’accurata inchie­sta sul campo che rac­conta le sto­rie dell’Internet som­mersa. Certo, il let­tore sfo­glian­done le pagine avrà modo di com­pren­dere i mec­ca­ni­smi dei cosid­detti black mar­ket, quelle piazze di scam­bio vir­tuali dove ven­gono traf­fi­cate ille­gal­mente merci di ogni tipo (droga, armi, beni con­traf­fatti e sopra­tutto infor­ma­zioni) pagate in Bit­coin sonanti; verrà messo a cono­scenza della guerra senza quar­tiere con­dotta con­tro di essi – con metodi inve­sti­ga­tivi per altro a loro volta ille­gali – dalle auto­rità fede­rali sta­tu­ni­tensi; sco­prirà i prin­cipi tec­nici minimi sog­gia­centi al fun­zio­na­mento di net­work e cir­cuiti di comu­ni­ca­zione ano­nima (comeTor Free­net).
Ma il vero punto di forza di que­sto libro non risiede solo nella meti­co­lo­sità (cui pure l’autrice ci ha già abi­tuati in pas­sato) con la quale sono rico­struiti gli ultimi epi­sodi dell’epopea di Ano­ny­mous o la vicenda di
 Silk Road (il più grosso mer­cato nero del deep web, chiuso da un raid dell’Fbi nel set­tem­bre del 2013). A ren­derlo dav­vero pre­zioso è la sin­fo­nia di voci, acida e sin­co­pata, in cui si intrec­ciano i rac­conti dei pro­ta­go­ni­sti, inter­vi­stati dalla gior­na­li­sta geno­vese in un’interminabile serie di ses­sioni di chat cifrate.
LA PRO­FE­ZIA DEL CYPHERPUNK
Libertà. Che cosa signi­fica que­sta parola nel cyber­spa­zio pro­fondo, là dove la razio­na­lità di Moun­tain View non ha ancora attec­chito? Posti di fronte al que­sito,Dread Pirate Roberts (pseu­do­nimo col­let­tivo die­tro cui si nascon­dono i traf­fi­canti dei mer­cati neri on-line) o un hack­ti­vi­sta di Ano­ny­mous rispon­de­reb­bero pro­ba­bil­mente così: «Libertà signi­fica potersi muo­vere in uno spa­zio ano­nimo dove gli atomi non sono alla mercé dei colossi e le leggi fisi­che della crit­to­gra­fia met­tono l’individuo al riparo dalla coer­ci­zione e dalla vio­lenza sta­tale». Ed è lecito rite­nere che non siano certo gli unici a pen­sarla in que­sto modo se è vero, come sostiene Carola Fre­diani, che «c’è un filo rosso che lega Ano­ny­mous, Wiki­leaks, The Pirate Bay, Bit­coin, la comu­nità crypto e gli atti­vi­sti pro-privacy».
Non ci si fac­cia però ingan­nare. Nono­stante i sog­getti sum­men­zio­nati siano acco­mu­nati da un’identità di vedute che affonda le sue radici nella
 «pro­fe­zia dark del cypher­punk», c’è da dubi­tare che con­di­vi­dano il mede­simo oriz­zonte poli­tico. In Ita­lia per esem­pio gli hac­ker nasco­sti die­tro la maschera di Guy Faw­kes hanno ormai espli­ci­ta­mente fatto pro­prie bat­ta­glie e con­te­nuti ricon­du­ci­bili all’antagonismo sociale: in più di un’occasione si sono dimo­strati soli­dali con il movi­mento No Tav, tanto da esserne con­si­de­rati parte inte­grante; il 19 otto­bre 2013 hanno asse­diato vir­tual­mente i por­tali web di alcuni mini­steri romani, di con­certo con le mani­fe­sta­zioni anti auste­rity che attra­ver­sa­vano le vie della capi­tale; nel feb­braio scorso, a finire nel loro mirino sono stati i ser­ver della Gra­na­rolo, oscu­rati da un attacco con­dotto per espri­mere vici­nanza alle lotte dei fac­chini arti­co­la­tesi nell’ultimo anno sul ter­ri­to­rio bolo­gnese.
Rampa di lan­cio di tutte que­ste incur­sioni è stato pro­prio il
 deep web, un rifu­gio ideale cui fare ritorno al ter­mine di ogni ope­ra­zione. Per­ché ideale? Per­ché la sua archi­tet­tura distri­buita, ano­nima e decen­tra­liz­zata mette al riparo dallo sguardo indi­screto di Stato e forze di poli­zia. Ebbene, ciò che emerge dal libro è che que­sto è stato anche il motivo che ha spinto Ross Ulbri­cht (arre­stato dalle auto­rità fede­rali sta­tu­ni­tensi con l’accusa di essere il fon­da­tore di Silk Road) a fon­dare il suo impero eco­no­mico nelle pro­fon­dità dell’internet nasco­sta. L’anti-statalismo del gio­vane texano è però tutt’altro paio di mani­che rispetto a quello pro­fes­sato dai «cugini» di Ano­ny­mous: non solo è privo di qual­siasi vena­tura anta­go­ni­sta, ma si con­trad­di­stin­gue per una mar­cata incli­na­zione anarco-capitalista.
È all’insegna di que­sta poli­se­mica «libertà» che nel
 deep web è pro­spe­rato un flo­ri­le­gio di shop, pic­cole imprese ed eser­cizi com­mer­ciali a gestione fami­liare, la cui con­du­zione è nelle mani di ex white hat (ovvero hac­ker etici il cui inca­rico è garan­tire la sicu­rezza infor­ma­tica di aziende pri­vate ed enti pub­blici) pas­sati dall’altra parte della bar­ri­cata che, indos­sato il cap­pello nero, fanno raz­zia di numeri di carte di cre­dito da riven­dere al miglior offe­rente; ricer­ca­tori di secu­rity mal sti­pen­diati che per arro­ton­dare a fine mese com­mer­ciano in mal­ware e virus; impie­gati, stan­chi di pas­sare otto ore al giorno die­tro la scri­va­nia, che lasciano il posto di lavoro e si rein­ven­tano come pic­coli spac­cia­tori di sostanze stupefacenti.
UNA ZONA IMPENETRABILE
Quella del deep web è insomma una com­po­si­zione cro­ma­tica ete­ro­ge­nea, di cui Carola Fre­diani ci resti­tui­sce sia le tona­lità più nitide che quelle più sfu­mate, attra­verso una serie di istan­ta­nee scat­tate in presa diretta. Ciò che col­pi­sce dell’e-book è il fil rouge che si dipana tra i vari capi­toli. Nelle parole di quasi tutti gli inter­vi­stati rie­cheg­gia infatti il mito della fron­tiera, lo stesso che carat­te­riz­zava l’Internet dei pri­mordi e che oggi appar­ter­rebbe a que­sta vasta zona della rete impe­ne­tra­bile allo sguardo di Goo­gle. Rie­merge in essa, a quasi 20 anni di distanza dalla «Dichia­ra­zione d’indipendenza del cyber­spa­zio» siglata da J.P.Barlow, la visione di una nuova epoca inscritta nella pro­messa di una tec­no­lo­gia sal­vi­fica, capace di scar­di­nare i mec­ca­ni­smi opa­chi di inter­me­dia­zione buro­cra­tica che impe­di­reb­bero alle forze sociali e al mer­cato di dispie­garsi com­ple­ta­mente. Una pro­messa di cui, nel web 2.0, non resta che il ricordo, sbia­di­tosi con l’affermazione di ingom­branti tecno-burocrazie, diven­tate player ege­moni nei pro­cessi glo­bali di comu­ni­ca­zione sociale.
Sorge quindi spon­ta­nea una domanda: sarà forse il
 deep web il nuovo ter­ri­to­rio di con­qui­sta della «distru­zione crea­trice» del capi­ta­li­smo? Dif­fi­cile dare una rispo­sta, ma certo que­sto libro offre una serie di mate­riali che potranno essere saranno utili nella ste­sura di ulte­riori e più appro­fon­dite analisi.


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