La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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domenica 25 maggio 2014

Cannes, il festival degli adolescenti il cinema salvato dai bambini

Cannes, il festival degli adolescenti il cinema salvato dai bambini (CONCITA DE GREGORIO).

incompresa
Oggi a Cannes il gran finale Sulla Croisette prevale il pessimismo sul mondo degli adulti
I bambini ci guardano
Il vero protagonista è lo stupore genuino degli adolescenti.
CANNES - I BAMBINI ci salveranno. Non importa se siamo tossici, avidi, sordi, corrotti, lucidi come serpenti in un rettilario ben tiepido, occupati e solitari come migliaia di api nell’arnia, a sciamare ciechi in un viale di Pechino o sulla Croisette di Cannes, fa lo stesso.
SIAMO quel che siamo, loro son nati qui e questo hanno. È un mondo putrido, marcio delle effimere illusioni di successo. È un mondo finito, dice il visionario ottantenne Godard, il più giovane di tutti, coi suoi fotogrammi fluo in 3D: game over. Noi che ci stiamo dentro possiamo tutt’al più non agitarci, ché come nelle sabbie mobili si va ancora più a fondo. Passare la mano, al massimo tenderla. Ai ragazzini, al mondo salvato da loro perché è certo, sì, che coi loro occhi nuovi lo prenderanno e lo faranno esplodere per costruirne un altro. Lo ripareranno solo, magari, giacché anche le rivoluzioni sono un repertorio desueto. Loro sapranno come fare.

Almeno venti film, qui a Cannes, hanno come protagonisti bambini e adolescenti. Qualcosa vorrà dire. Vecchi cineasti e giovani promesse, sensibilità e talenti già affermati hanno messo le loro cineprese al servizio dello sguardo vergine, stupito e già saggio, rabbioso, psicotico, quieto, incolpevole di un bambino/a che ci racconta quel che noi non possiamo, non sappiamo: la vita com’è diventata. Tutti gli italiani: Alice Rohrwacher e Asia Argento, Sebastiano Riso e Jonas Carpignano da Gioia Tauro nel suo corto A ciambra , una notte di Pio, bimbo rom in Calabria. Il quarantenne ungherese vincitore del Certaine regard , Kornel Mundruczo, che in White god affida a Lili, 13 anni, la battaglia per difendere da leggi assurde il suo cane bastardo. Uomini e cani.
Asia Argento in Italia non gode di grande fortuna, non le si perdona la fragilità tatuata e aggressiva di figlia di, la sfrontatezza del suo disprezzo. Il suo film, Incompresa , è tuttavia bellissimo. È bellissima la faccia di Giulia Salerno, la protagonista Aria: che ha 9 anni, due sorellastre e due genitori da mandare francamente affanculo — direbbe, chissà, Asia — solo che uno i genitori non se li sceglie, né il tempo in cui nasce, né quello che gli succede e che non gli piace e non capisce ma è quel che ha. È un film, scritto con Barbara Alberti, non autobiografico come con ossessiva idiozia tutti
le chiedono, ma “personale e terapeutico”. Aria è forte abbastanza da prendere il peso delle sue valigie, della gabbia col gatto nero, della sua solitudine e portarlo fuori, in un cammino incessante alla ricerca di un posto che, con evidenza, per lei non è previsto. I suoi genitori, rapidamente separati, sono una musicista seduttrice compulsiva (Charlotte Gainsbourg) e un attore bellissimo e cane (Gabriel Garko) ciascuno dei quali ha un altro figlio che ama di amore deforme. Garko ha da una precedente donna una figlia obesa e di rosa vestita che si comporta con lui da concubina. Gainsbourg ha da un altro uomo Donatina (la vera figlia di Asia Argento e Morgan, Anna Lou Castoldi) che, devota, la asseconda piena di speranza. Aria sta in un posto di mezzo e di nessuno. Vorrebbe solo essere vista, essere presa e tenuta. Non è una vittima. Vorrebbe solo un po’ di gentilezza, come chiunque, e un filo d’amore che non muore. Girato come un fumetto, Incompresa — omaggio al disperato bambino di Luigi Comencini — è un film fanciullesco e candido girato da qualcuno che nella sua estraneità assoluta alle regole di questo vivere trova nei bambini i soli compagni di strada. Venduto in tutto il mondo, Usa e Giappone, amato da Sofia Coppola che di tranelli della discendenza s’intende, da Tarantino, dal pubblico in sala che ha riso e molto applaudito. Si era in Francia, del resto, ovunque meglio che a casa.
In concorso, anche Alice Rohrwacher porta una storia “personale e terapeutica”. Gelsomina ha tre sorelle, un padre tedesco che governa le api, una madre paziente e impaziente insieme. Sono tutti ex di qualcosa, reduci appunto di un mondo Titanic in via di inabissamento. Gelsomina, come Aria, è seria, forte, innocente e severa ma lieve, bambina, assolutoria nella
sua assenza di giudizio. Davide si chiama il protagonista del film di Sebastiano Riso, ha 14 anni e racconta la vita di un ragazzo diverso dagli altri, un bambino-femmina, a Catania, oggi.
E però anche là fuori nel resto
del mondo sono i bambini a dirci che succede. Dove siamo arrivati e dove stiamo andando. Benji, 13 anni, protagonista della necrofila critica di Hollywood di Cronenberg, e sua sorella Agatha che simulano riti di purificazione e di morte, poi li incarnano. Il pastore Issan, 12 anni, nel Timbuktu di Sissako: racconta l’insensata ossessione jihadista. I due adolescenti Kaito e Kyoto in Still the water della giapponese Kawase sono, loro stessi, la natura che vince, che precede e sopravvive. Steve, 15 anni, nel racconto del venticinquenne canadese Dolan, Mommy , incarna le turbe psichiche figlie del tempo e ci restituisce le colpe. Dohee, bambina di July Jung ( A girl at my door), spiega cosa sia oggi la Corea. Sara, in un episodio di I Ponti di Sarajevo , misura attonita la pila di libri salvati dalla biblioteca in fiamme, una colonna più alta di lei.
Ma anche quando non sono i protagonisti, come in tutti questi casi, i bambini sono lo sguardo definitivo sulle cose. Nel film dei Dardenne sono i due figli di Sandra-Marion Cotillard, il metro della sua sconfitta: sola e inutile, i bambini la vedono. In quello di Ken Loach, Jimmy’s hall, è Maria, l’adolescente figlia del proprietario terriero, ad essere la vera erede del coraggio del “comunista” irlandese eroico: è lei che gli chiede vai avanti, che se non lo farai i nostri vecchi si rivolteranno nella tomba.
Bello, questo occhio infantile sulle cose. Pieno di rabbia giusta e di speranza. La leva su cui fare forza, dice questo Festival. Fidatevi dei vostri bambini.
Da La Repubblica 

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