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venerdì 16 maggio 2014

Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto

Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto


“Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Quanti testi moderni riescono a suscitare una tale gamma di sentimenti?”. Pubblichiamo la prefazione di Valerio Evangelisti alla nuova edizione del romanzo "Amianto. Una storia operaia" (Alegre) di Alberto Prunetti e la recensione di Silvia Preziosi.

di Valerio Evangelisti
Avete tra le mani un libro terribile e bellissimo. Detto questo, ci sarebbe poco da aggiungere. Ogni lettore noterà da sé la verità della mia constatazione. Ciò che scriverò sotto il giudizio iniziale è dunque, in certa misura, superfluo.

Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Quanti testi moderni riescono a suscitare una tale gamma di sentimenti? Eppure ho provato tutto ciò leggendo la storia narrata da Alberto Prunetti. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare.

Sulla bravura di Prunetti non avevo dubbi. Le prime cose che lessi di lui erano le sue disavventure tragicomiche di pizzaiolo a Londra. Seguirono racconti, un romanzo (Il fioraio di Perón), ricostruzioni storiche in chiave narrativa (Potassa), antologie, molte traduzioni, molte introduzioni e curatele di scrittori sudamericani (pochi, in Italia, conoscono l’Argentina e la sua cultura quanto Prunetti).

Non immaginavo però di ritrovarmi così commosso — autenticamente commosso — nel leggere le righe che ha voluto dedicare a suo padre. E così coinvolto in una vicenda che, purtroppo, non è ancora finita.

Renato Prunetti, operaio tubista e saldatore, era fiero della sua professione e della sua bravura. Solo che doveva coprirsi d’amianto per svolgere il lavoro. L’amianto uccideva lentamente, e lui non lo sapeva. Quando fu noto, il padronato cercò di tenere nascosto il più possibile il male compiuto, poi di ritardare le misure riparatorie. Scegliere altre forme di protezione avrebbe compromesso un ciclo collaudato, e obbligato a spese senza rientri sul piano del profitto. Sostituire un lavoratore che muore costava (e costa) sempre meno che introdurre modifiche nel processo lavorativo. Direi anzi che oggi costa meno ancora. L’Ilva, e non solo l’Ilva, ce lo ricorda.

Alberto Prunetti assiste al logorio progressivo del padre. La vicenda è al tempo stesso angosciante e, nelle prime pagine, quasi divertente, ma solo perché, pur consapevoli dell’esito (ci è stato anticipato fin dalle prime righe), non lo abbiamo ancora “vissuto”. Prunetti calibra benissimo il contagocce delle emozioni.

La sua bravura di scrittore la si vede, la si tocca grazie a una lingua vivissima e naturale, impreziosita da espressioni idiomatiche. Una costruzione stilistica raffinata e tuttavia avvertita dal lettore come spontanea, quale è.

Si passa da un’infanzia tutto sommato felice, scandita da corse in bicicletta tra cumuli di veleni, all’inizio del dramma. Con, in mezzo, la lunga parentesi “normale” dell’uomo — Renato — soddisfatto di ciò che fa, del suo essere indispensabile per chi lo impiega, delle sue veniali trasgressioni (un bicchiere di vino, qualche esplosione di esuberanza), della protezione che assicura alla famiglia. Con la morte già nelle membra, a sua insaputa. Seguirà l’iter avvilente, burocratico e giudiziario, percorso dal figlio perché sia sancito che fu un delitto. Fino a una deludente soluzione di compromesso, che non voglio anticipare.

Due note conclusive. C’è chi ritiene che la classe operaia sia tramontata per sempre, sostituita dal “lavoro cognitivo” (a cui vorrebbe approdare Alberto Prunetti, salvo trovarsi a sguazzare in un pantano di precarietà e frustrazione). Falso. Basta guardare fuori dai confini occidentali per scoprire che la classe operaia, espunta in un luogo, riappare in un altro. Ed è ancor più sfruttata. Gli operai delle maquiladoras del Messico, delle Filippine, dell’India ecc. sono forse “proletariato cognitivo”?
Non prendiamoci in giro. Sono proletariato e basta. Di storie come quella di Renato potrebbero narrarcene a centinaia.

Seconda nota. Senza volere santificare il suo martirio, è certo che l’orgoglio di Renato Prunetti per ciò che faceva aveva basi concrete, materiali. Saldava, forgiava, ridisegnava i metalli. Ne andava fiero. Anche i suoi momenti di ribellione traevano origine da tali abilità. Si può irridere un simile passato. Pubblicare romanzetti di successo in cui la fabbrica è solo sfiorata, richiamata nel titolo e poi ignorata. Ma quel passato implicava fierezza, onorabilità, senso di appartenenza, ribellione ai soprusi. Ciò che oggi si cerca di cancellare con ogni possibile, sporco espediente, perché in quella condizione esistenziale, prima ancora che materiale, risiedeva l’antitesi prima allo sfruttamento. Un operaio con la fronte bassa non è un operaio, ma un involucro funzionale a produrre miseria propria e ricchezza altrui.
Renato Prunetti la fronte alta la tenne sempre, anche quando fu ormai prossimo a morire. Per fortuna lascia un figlio capace di far rivivere il senso di una resistenza umana con una bravura che mette i brividi.
di Silvia Preziosi

Torna in libreria "Amianto. Una storia operaia" di Alberto Prunetti in una nuova edizione arricchita da un capitolo inedito e da un dialogo fra l’autore, Wu Ming 1 e Girolamo De Michele.

"Amianto" è un romanzo che racconta le vite degli operai, ma anche dei figli degli operai, una generazione che a distanza di anni è ancora lì, ferma in un’eterna incertezza e precarietà dei lavori cognitivi. Perché il libro di Alberto Prunetti è certamente e soprattutto un toccante ritratto di un uomo che ha lavorato per una vita anche per far sì che i suoi figli avessero un futuro migliore; ma è anche un racconto di un’Italia che dopo l’illusione del benessere è costretta a tornare indietro. Una storia emozionante, contornata da personaggi interessanti come il prete comunista e juventino o l’allenatore di calcio dei bambini, raccontata attraverso i ricordi di un figlio e i documenti ritrovati, con una voce narrativa viva e semplice, arricchita da divertenti espressioni dialettali.

Renato Prunetti, papà di Alberto, è un operaio tubista e saldatore, fiero del suo lavoro che sa fare molto bene. Cresciuto nella provincia di Livorno durante il dopoguerra, lavora per 35 lunghi anni, inizialmente nelle terre della maremma, poi come trasfertista al nord. Una vita trascorsa in giro per l’Italia, dalla Toscana a Taranto, da Novara a La Spezia, ma sempre in periferia, tra fabbriche e raffinerie, tra teloni di amianto e cisterne di petrolio. E’ l’Italia che si avvicina alla fine del boom economico e tutto intorno sembra scorre serenamente, con fatica, ma serenamente. Il fine settimana Renato torna a Follonica da sua moglie e dai suoi figli, pulisce le sue tute da lavoro piene di polvere, si inventa qualche lavoretto nella sua cantina che all’occorrenza diventa ferramenta, porta Alberto alle partite di calcio, si siede al bar a bere vino con i suoi amici, operai anche loro. Ma con il passare degli anni Renato assiste lentamente al tramonto di un periodo storico che aveva illuso gli italiani; le condizioni lavorative peggiorano inesorabilmente. Contratti di lavoro che scarseggiano, norme di sicurezza che vengono sottovalutate, condizioni igieniche pessime: Renato, ormai tra gli operai con più anni di lavoro, si farà portavoce dei diritti di tutti i suoi compagni, scriverà appunti e comunicati, spesso però senza essere ascoltato dai dirigenti. Intanto il suo corpo invecchia sempre più velocemente e quando finalmente Renato riesce ad andare in pensione, la malattia ha ormai fatto il suo corso; perché anche dopo 30 quasi 40 anni di lavoro come tubista, alla fine non c’è nessuna saldatura che tenga.

"Amianto. Una storia operaia" nasce dalla volontà di Alberto di raccontare da vicino la storia di suo padre, ma anche di tutti quegli uomini che come lui hanno trascorso la maggior parte della proprie vite in fabbriche, respirando – e indossando – sostanze che lentamente si sono fatte spazio nei loro corpi, per poi scoppiare inevitabilmente. E il libro di Alberto Prunetti è un po’ come quelle maledette fibre, ti entra dentro e fa il suo corso, ma invece di ridurre le capacità cerebrali o di lasciarti senza fiato, ti apre la mente e ti fa riflettere. Un romanzo commovente arricchito da una sorprendente e sottile vena ironica che accompagna il lettore per tutta la storia, anche quando le lacrime stanno prendendo il sopravvento, anche quando Alberto in un caldo pomeriggio di estate è in attesa di una sentenza che riconosca l’amianto come causa della morte di suo padre.

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