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giovedì 15 maggio 2014

Niente si perde per sempre by GIANNI ZANATA




Niente si perde per sempre.
Questa storia non è una storia inventata. Questa è una storia realmente accaduta, qualche giorno fa, a Cagliari.
Come tutte le storie, siano esse reali o frutto di fantasia, è una storia che fa riflettere. È una storia minima, più o meno simile ad altre già sentite o raccontate, sia pure con sfumature diverse. È una storia che fa pensare come il mondo, nonostante tutto, nonostante le ingiustizie e i soprusi, sia ancora un bel posto per viverci.
Una mattina di tre giorni fa, Giovanni (il nome è fittizio) uno studente universitario di ventuno anni, passeggia fuori dalla facoltà, nella zona di viale Fra’ Ignazio, vicino all’anfiteatro romano. Giovanni ha appena terminato di seguire una lezione, prende una boccata d’aria in attesa di rientrare in aula. A un certo punto si accorge di non avere più il portafogli. Si controlla nella tasca del giubbotto. Il telefono c’è, il portafogli no. Eppure è lì che dovrebbe stare, è lì che è sempre stato da quando è uscito da casa, è lì che stava qualche istante prima.
Giovanni si controlla le tasche dei pantaloni, si fruga ovunque. Ma niente. Del portafogli nemmeno l’ombra. Allora decide di tornare in aula. Cerca tra i banchi, per terra, negli anditi, in biblioteca, nei bagni, di nuovo in aula, di nuovo per strada, tra le aiuole, sul marciapiede.
Nulla di nulla. Il portafogli non c’è, non si trova. Giovanni l’ha smarrito. Chissà dove, chissà quando, chissà come.
Al termine di un altro giro di perlustrazione, il ragazzo si rassegna e si dirige verso la stazione dei carabinieri per fare la denuncia di smarrimento. Il portafogli conteneva non più di cinquanta euro, la carta d’identità, la tessera del pullman, altri documenti, effetti personali. Una bella seccatura. I soldi, certo. Ma i documenti. Soprattutto i documenti. Che mette agitazione e nervosismo il solo pensiero di doverli rifare.
Ciò che addolora e infastidisce ulteriormente Giovanni è che lui, purtroppo, non è nuovo a questo tipo di disavventure. Un anno fa, infatti, s’è trovato nella stessa, identica situazione. E, incredibile ma vero, si trattava dello stesso portafogli.
In quell’occasione, il portafogli scomparve un pomeriggio ai giardini pubblici. Si volatilizzò, per così dire. Alla spiacevole scoperta seguì il consueto copione: ricerche affannose, ispezioni di luoghi e percorsi, di strade e marciapiedi, e alla fine, con quel senso di frustrazione che accompagna ogni vicenda sgradevole, la denuncia ai carabinieri.
Giovanni non la prese bene. Tutt’altro. La stizza per aver perso qualcosa di prezioso e importante, si sa, rimane dentro, resta lì per un bel po’.
Molti mesi dopo, tuttavia, quando il ricordo di quel fatto s’era ormai sbiadito, il portafogli, come per una strana magia, riaffiorò. Fu ritrovato dalla polizia, in circostanze mai del tutto chiarite. Il portafogli era in buona salute. C’erano persino tutte le banconote e tutti i documenti. Un dettaglio non di poco conto, anche se nel frattempo Giovanni aveva provveduto a procurarsene degli altri, a fare i duplicati, eccetera.
Giovanni in quei mesi aveva anche cambiato portafogli. Ma quel ritorno imprevisto lo indusse ad abbandonare il nuovo per riprendersi il vecchio. Il portafogli ritrovato si portava appresso una storia travagliata. Per il semplice fatto di essere stato per così tanto tempo chissà dove e chissà con chi, quel portafogli aveva un fascino particolare.
Già, un fascino davvero particolare, quasi magico.
È il pensiero che pensa tre giorni fa Giovanni, mentre è in piedi e compila la denuncia dai carabinieri. Mentre esce dalla caserma e aspetta l’autobus. Mentre sale le scale e apre la porta di casa. Mentre si siede a tavola e racconta tutto ai genitori e alle sorelle. Mentre si sdraia sul letto e si mette un paio di cuffie. Mentre chiude gli occhi e la musica gli riempie la testa.
Fatto sta che a volte succedono delle cose proprio strane.
Fatto sta che due giorni dopo, ieri pomeriggio, un poliziotto in borghese si presenta a casa di Giovanni.
Sei tu che hai presentato denuncia per lo smarrimento di un portafogli, gli chiede.
Giovanni dice Sì.
Bene, dice il poliziotto, lo abbiamo ritrovato, cioè, non noi, qualcuno l’ha ritrovato e l’ha portato in Questura. Puoi venire a prenderlo quando vuoi.
Così Giovanni, questa mattina, di buon’ora, si reca in Questura a recuperare il portafogli. E scopre che anche stavolta all’interno non manca nulla, proprio nulla. Ci sono i soldi, non più di cinquanta euro, ci sono tutti i documenti, la tessera del pullman, e tutto il resto.
L’ha trovato un nero, dice l’agente mentre gli consegna il portafogli.
Un nero?
Sì, un ragazzo, un nero.
E porge a Giovanni un pezzo di carta sul quale c’è segnato un numero di telefono e un nome.
Giovanni saluta, esce dalla Questura. Il portafogli in una mano, il pezzo di carta nell’altra. Resta così per un po’. Dopodiché si infila il portafogli nella tasca dei jeans, prende il telefonino e compone il numero segnato sul pezzo di carta.
Dall’altro capo gli risponde Demba (il nome è fittizio).
Demba ha appena ventitre anni. È originario di un paese dell’Africa ed è in Italia dallo scorso mese di marzo. È un profugo, ora si trova ospite della struttura di accoglienza di Elmas. Insieme ad altre decine e decine di profughi, in fuga da regimi totalitari, guerre dimenticate o guerre che non finiranno mai.
Demba non parla italiano. Lui e Giovanni dialogano un po’ in inglese. Demba gli racconta che l’altra mattina ha trovato il portafogli per strada, mentre si recava a mangiare alla mensa dei poveri. Lo ha trovato e lo ha consegnato immediatamente a un poliziotto. Dice che nemmeno per un istante gli è passato per la testa di tenerselo per sé, quel portafogli. Giovanni lo ringrazia, gli dice che vorrebbe incontrarlo, ringraziarlo di persona. Demba gli dice che domani lui sarà alla mensa dei poveri, come ogni giorno, se vuole potrà trovarlo lì.
Così i due si danno appuntamento a domani e si salutano.
Giovanni s’incammina verso casa, a passi lenti.
Pensa che darà una ricompensa a quel ragazzo. Pensa che gli darà del denaro. Non tanto, ché è periodo di ristrettezze, e in famiglia si tira la cinghia.
Giovanni cammina e si tasta il giubbotto, si sfila il portafogli dalla tasca interna, il portafogli ritrovato. Lo tiene su una mano, lo soppesa, quasi. Lo guarda come se fosse una reliquia, o una cosa del genere.
Ti ho già perso e ritrovato due volte, pensa. Tutto sommato sei stato un buon portafogli, un portafogli fortunato. Ora però è il momento di dirsi addio. Mi piacerebbe che un po’ della tua fortuna giungesse a chi ne ha più bisogno di me.
Così pensa Giovanni.
Che domani prenderà il portafogli, lo riempirà con qualche banconota e all’ora di pranzo lo consegnerà a una persona onesta, una delle tante per le quali è giusto continuare a credere in un mondo migliore.

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