La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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sabato 31 maggio 2014

Le onde troppo alte per Tabia e Robera

da il manifesto

Le onde troppo alte per Tabia e Robera

EverTeen. «Gli amici nascosti» di Cecilia Bartoli, il libro edito da Topipittori che racconta la storia del viaggio-odissea di una madre e il suo bambino

disegno di Guido Scarabattolo

Il mare era grande, le onde altis­sime. E, si sa, chi è nato in Oro­mia, una regione nel centro-sud dell’Etiopia, non è abi­tua­tis­simo all’acqua, è gente di mon­ta­gna, magari è in grado di fare lun­ghis­sime cam­mi­nate resi­stendo all’arsura della gola sec­cata dalle sab­bie del deserto, alla fame che atta­na­glia lo sto­maco, all’angoscia delle notti dove a fare da punto di rife­ri­mento e a ricor­dare che si è ancora vivi, abi­tanti di que­sta terra, ci sono solo le luci delle stelle. Ma non al mare che inghiotte. Così, il ter­rore è tanto.
A volte, i viaggi sono un’odissea e chiun­que vaghi — cac­ciato dalla pro­pria terra per le guerre, per la povertà, per­se­gui­tato come dis­si­dente — alla ricerca di un ter­ri­to­rio dove pian­tare nuove radici — ha una sto­ria par­ti­co­lare da rac­con­tare. Per­ché ogni viag­gio è diverso: è intriso di paure, spe­ranze, malin­co­nia e coraggio.
Gli amici nasco­sti, il libro di Ceci­lia Bar­toli pro­po­sto da Topi­pit­tori nella col­lana «Gli anni in tasca» (pp.65, euro 10, illu­stra­zioni di Guido Sca­ra­bot­tolo), parte dalla pas­sione della sua autrice. Che per mestiere non fa la scrit­trice, ma lavora per Asi­ni­tas, un’associazione che acco­glie chi, stre­mato, arriva da altri paesi. Chi è in fuga, soprav­vis­suto a momenti atroci. Il libro è dedi­cato anche a tutti coloro che ripo­sano in fondo al mare o fra le dune: al popolo di chi non è rima­sto impi­gliato in un sogno impos­si­bile fino a morirne. Taiba, invece, ha abbat­tuto gli osta­coli. Ce l’ha fatta la pic­cola (di sta­tura) madre etiope di Robera, bam­bino già segnato — fin dalla nascita — da una sola colpa: essere oromo nel suo paese e avere un padre mili­tante, il Nurud­din che lotta con­tro le ingiu­sti­zie e deve rinun­ciare alla pro­pria libertà per spen­dere i suoi giorni migliori in carcere.

Il libro rac­co­glie una testi­mo­nianza di vita toc­cante e la tra­sforma in un rac­conto «leg­gero»: non si indu­gia mai nelle mise­rie e i soprusi sop­por­tati, ma si pro­cede per rapide inqua­dra­ture cine­ma­to­gra­fi­che, guar­dando con gli occhi di Robera il mondo che si dipana, il quar­tiere libico, l’Italia e poi l’Europa del nord, dove (in Nor­ve­gia) fa così freddo come nes­suno in Africa può imma­gi­nare e dove il cielo non è mai azzurro. Anche lì, però, come altrove, è pieno di «amici nasco­sti tra la gente», per­sone che aiu­tano i pro­pri con­na­zio­nali, che si fanno rico­no­scere, magari sem­pli­ce­mente offrendo una ceri­mo­nia del caffè con tutti i cri­smi. Per­ché spiega il bimbo Robera, fare il caffè dalle sue parti è dav­vero impor­tante: si met­tono in fila dieci tazze su un tavo­lino e si aspet­tano gli ospiti. Tutti chiac­chie­rano e a nes­suno viene in mente di alzarsi e andare via: restano così per molto tempo. L’odore poi è buo­nis­simo, i chic­chi tostati di caffè si mesco­lano al pro­fumo dell’incenso sparso sulle foglie. L’accoglienza passa anche per que­sto benes­sere del corpo e dell’anima, si «nutre» dello stare insieme senza obblighi.

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