La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

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giovedì 29 maggio 2014

Il lessico della trasformazione

da il manifesto

CULTURA

Il lessico della trasformazione

Saggi. «Genealogie del presente», un libro collettivo per Mimesis. Dalla «costituzione» alla «differenza», un lessico politico capace di indagare e cambiare lo status quo
Inter­ro­gare un les­sico poli­tico non è mai impresa sem­plice. Ecco per­ché biso­gna par­tire dalle parole stesse, pen­sarle e posi­zio­narle dinanzi agli occhi, pos­si­bil­mente spa­lan­cati, per seguirne il segno. In prima bat­tuta, le parole che rac­con­tano la con­tem­po­ra­neità si con­fi­gu­rano — tra dive­nire e scle­rosi — su due piani spe­ci­fici, il primo è quello della loro stessa stra­ti­fi­ca­zione seman­tica, il secondo è lo spa­zio pub­blico in cui si inse­ri­scono, un ordine del discorso con­di­zio­nato dal para­digma post­for­di­sta e dalle poli­ti­che neo­li­be­rali e neoliberiste.
Ne sono con­vinti Lorenzo Coc­coli, Marco Tabac­chini e Fede­rico Zap­pino che curano il volume Genea­lo­gie del pre­sente. Les­sico poli­tico per tempi inte­res­santi(Mime­sis, pp. 276, euro 22). Il titolo è già un mani­fe­sto di intenti; si tratta di un’indagine accu­rata su con­cetti chiave scelti come i più ade­guati a car­to­gra­fare il pre­sente; per pren­dere parola su di esso biso­gna com­pren­dere come il les­sico poli­tico può arri­vare al cor­to­cir­cuito in ragione di una sua mal­de­stra col­lo­ca­zione. Il volume tut­ta­via si pone come rilan­cio, «una postura che tenti innan­zi­tutto di por­tare un con­tri­buto all’esigenza, in que­sto momento par­ti­co­lar­mente dif­fusa, di stru­menti di com­pren­sione che siano al con­tempo stru­menti di lotta».
Il metodo uti­liz­zato è quello della lezione di Fou­cault let­tore di Nie­tzsche. Genea­lo­gia cri­tica che merita atten­zione per­ché in grado di misu­rarsi con tempi inte­res­santi di male­di­zione e augu­rio; mar­cati da un fra­stuono di fondo – quasi un ron­zio insop­por­ta­bile – di parole spesso muti­late in nome della lita­nia della fine delle ideo­lo­gie, tri­tu­rate dalla logica neo­li­be­rale che svuota, mani­pola e ricon­se­gna qual­cosa di appa­ren­te­mente adatto ai tempi ma non alle esi­stenze che li abi­tano. Tempi simili tut­ta­via pos­sie­dono la forza per l’agire fino a diven­tare ele­mento di tra­sfor­ma­zione. Come rife­ri­scono i cura­tori «anche il disor­dine e lo spae­sa­mento, per quanto possa sem­brare para­dos­sale, devono essere deco­struiti». A fare da con­trap­punto è l’elaborazione gra­fica in coper­tina di Ste­fano Cam­pus, che nomina l’esperienza dello spa­zio occu­pato dell’Ex-Q di Sassari.
ONTO­LO­GIA DELLA PRECARIETÀ
Sta all’altezza di que­sta neces­sità di chia­rezza il con­tri­buto di Cri­stina Morini che cura il con­cetto di Pre­ca­rietà. Si deve tener conto che, in quanto nor­mante, l’instabilità con cui si vor­rebbe con­no­tare la pre­ca­rietà stride con una certa rigi­dità che inve­ste non solo le con­di­zioni di lavoro ma le stesse vite mostrando unainfles­si­bile fles­si­bi­lità. In que­sta onto­lo­gia della pre­ca­rietà secondo Morini diven­tano deter­mi­nanti tre ele­menti : il tempo, i corpi e la sog­get­ti­va­zione. L’uscita dall’incubo della con­di­zione pre­ca­ria è nel con­flitto con­tro il capi­tale, nelle forme di autor­ga­niz­za­zione, nella riap­pro­pria­zione diretta di red­dito. Uno sce­na­rio che si intrec­cia alla litur­gia del Sacri­fi­cio, espo­sta da Marianna Espo­sito. Nella reto­rica neo­li­be­rale in cui ne va della nuda vita la pre­tesa di rinun­cia è infatti «a garan­zia della libertà di impresa che in un cir­colo vizioso impri­giona e svuota la vita del sog­getto». Se il post­for­di­smo ha eroso i fon­da­menti dell’antica costi­tu­zio­na­liz­za­zione del lavoro, spin­gen­dosi nelle maglie del con­cetto di Costi­tu­zione curata da Adal­giso Amen­dola, ci ren­diamo ben conto che il muta­mento radi­cale delle sog­get­ti­vità si con­fi­gura — all’interno dello stesso pro­cesso di deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione — come capa­cità di ecce­dere le strut­ture delle media­zioni tra­di­zio­nali. In que­sta dire­zione si muo­vono soprat­tutto i nuovi movi­menti sociali. Anche qui, la stra­ti­fi­ca­zione genea­lo­gica si gioca con l’imprevisto di corpi e pra­ti­che e dei nuovi pro­cessi costi­tuenti come quelli in Ame­rica Latina. È pur vero che sog­get­ti­vità eccen­tri­che e impre­vi­ste hanno già rotto que­sto pro­cesso; Amen­dola cita in pro­po­sito il fem­mi­ni­smo e ha ragione di farlo. L’Eccel­lenza setac­ciata da Fede­rica Giar­dini si lega giu­stap­punto alla distin­zione e alla dif­fe­renza. Biso­gna infatti disporsi all’interno di una nar­ra­zione che tenga conto della sua «con­di­zione dif­fusa che nell’esprimere sin­go­la­rità rimette in cir­colo effetti di poten­zia­mento». La via sem­bra quella di con­cen­trarsi sui corpi indo­cili di cui parla Lorenzo Ber­nini circa il Futuro, «refrat­tari a ogni disci­plina, che alla ragione con­trap­pon­gono un’ostinata irragionevolezza».
Il rischio di avere tutto in chiaro apre alla «tiran­nia della luce», come scrive Vale­ria Pinto. Nella spet­trale messa in scena della Demo­cra­zia, per­lu­strata fine­mente da Laura Baz­zi­ca­lupo, secondo Pinto «la tra­spa­renza è insomma tra­spa­renza in vista dell’efficacia dei mer­cati finan­ziari, dove le mac­chine ven­dono e acqui­stano (…) quote di fidu­cia e di incertezza».
Ver­rebbe da chie­dersi, pur nella seman­tica pro­po­sta da Mau­ri­zio Ric­ciardi sul con­cetto di Società, tesa tra potere, ordine e domi­nio, dove sta il Popolo, quella figura che, per Pie­ran­drea Amato, manca? È dav­vero «il nome di una ban­ca­rotta»? E come posi­zio­narlo nell’antitesi Destra/Sinistra, pre­sen­tata da Fran­ce­sco Remotti? Nuovi labo­ra­tori di riscrit­ture dal basso si rin­trac­ciano nelle pra­ti­che dei beni comuni in oppo­si­zione alle reto­ri­che sul Bene comune, con­cetto curato da Maria Rosa Marella. Nella con­trap­po­si­zione tra pri­vato e pub­blico, per Marella il con­flitto cam­bia di regi­stro nel momento in cui è la stessa pro­prietà a essere inve­stita. Disar­ti­co­larla, infine, è l’orizzonte tan­gi­bile con cui ci si deve misu­rare. Le sog­get­ti­vità in campo si nomi­nano anche attra­verso la rela­zione con la Gover­na­bi­lità. Secondo San­dro Chi­gnola vi è infatti una resi­stenza irri­du­ci­bile che qua­li­fica l’ingovernabile. Marco Tabac­chini si inter­roga sul con­cetto di Movi­mento, lad­dove «que­sto non è niente più che un’efficace pro­tesi esi­sten­ziale per pre­senze in preda alla crisi». Allora biso­gna disfare anche le voci di Lega­lità, descritta da Ugo Mat­tei e Michele Spanò, e quella di Egua­glianza (Gian­franco Zanetti).
UN PRO­BLEMA DI PRATICHE
Insieme alla Povertà, curata da Lorenzo Coc­coli, ven­gono indi­vi­duate come ten­sioni mate­riali e con­si­stenti per una ipo­te­tica, e per niente uto­pica, tra­sfor­ma­zione. Pure in un tempo in cui inneg­gia la reto­rica della Crisi, voce curata da Fede­rico Zap­pino. Nono­stante il punto sulla Respon­sa­bi­lità, inda­gata molto bene da Bruna Gia­co­mini, Zap­pino si domanda se i viventi «pos­sono ancora imma­gi­nare (…) cosa acca­drebbe se abba­stanza sog­getti pro­dut­tivi ces­sas­sero di pro­durre, se abba­stanza sog­getti debi­tori si des­sero, all’improvviso, all’insolvenza».

Cia­scuna delle voci di Genea­lo­gie del pre­sente si pone già in un oriz­zonte rela­zio­nale, mol­ti­pli­cando così le map­pa­ture poli­ti­che con­tem­po­ra­nee. La posta in gioco è quella di indi­vi­duarne i legami, per illu­mi­nare pra­ti­che, parole e corpi che esor­bi­tano dal con­te­sto di seconda mano in cui le si vor­rebbe vei­co­lare. In que­sto senso, il volume è un ottimo punto di partenza.

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