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sabato 18 febbraio 2012

Addio Gabriella Mercadini Nelle sue foto l'essenza dell'Italia


Addio Gabriella Mercadini
Nelle sue foto l'essenza dell'Italia

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donne


Bionda, bellissima. Piena di vita: molti la ricordano così, Gabriella Mercadini. Con quei suoi occhi celesti, limpidi, coglieva l'essenza e la tramutava in scatti. Perché è qui il lavoro di fotografo, la capacità di vedere, di cogliere, quello che i non-fotografi guardano e non sanno vedere. La capacità di guardare dentro, di restituire verità e dignità. Una ricerca tenace, fino all'ultimo.

Ecco come si raccontava lei stessa
per lo speciale che le aveva dedicato Unita.it

LE SUE FOTO: DONNE | LAVORO | VIAGGI

Ha lavorato per moltissime testate, militanti e no, spesso di sinistra. Il manifesto, l'Unità, Paese sera, Noi donne, Rassegna sindacale, Diario, Internazionale. Ma anche la Repubblica, il Messaggero, il Corriere della Sera, l'Espresso, Amica, Archivio storico del movimento operaio, Hachette, RaiTre. Free lance sempre, apprezzatissima in tutte le redazioni, ma non strutturata, libera lei e libere le sue foto.

Viaggiatrice, come spesso sono i veneziani, ma con una radice fortissima in laguna. Veneziana, diceva con orgoglio di sé, anche se da anni era a Roma. Ma sempre in movimento, che fosse per raccontare una lotta operaia, per indagare sui veleni di Seveso, per incontrare l'impegno delle donne per la pace, per documentare gli sfregi all'ambiente e alla natura, per testimoniare l'emarginazione antica dei nostri tempi moderni. “Ancora oggi sono convinta che l’uso «sociale» della macchina fotografica sia nato assieme alla mia resa di coscienza politica. O potrebbe essere il contrario...”, aveva scritto nella sua breve e schiva biografia per l'Unità. Innamorata dei bianco e nero, non si è convertita al digitale. Portava nelle redazioni le sue foto intense e su carta, prendere o lasciare. E lasciare non si poteva.

Nei suoi scatti, esposti in moltissime mostre, il volto dell'Afghanistan di trent'anni fa, e quello dell'esclusione degli homeless oggi. Gli occhi dei bambini rom nei campi-ghetto e quelli delle donne di Vicenza accampate contro la base Dal Molin. Le speranze dei lavoratori in lotta nelle loro fabbriche e quelle delle donne immigrate, la loro fatica quotidiana. In campo, sempre. Perché, diceva, “non smettere di documentare la realtà che ci circonda è doveroso oggi come lo fu tanti anni fa. E anche di più”.

da l' Unità

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