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sabato 18 febbraio 2012

Da leggere: Bruno Cartosio, I lunghi anni Sessanta



Da leggere: Bruno Cartosio, I lunghi anni Sessanta


L'orgoglio afroamericano, la presa di parola degli studenti, la guerra in Vietnam e il rapporto con la controcultura. L'ultimo saggio di Bruno Cartosio dedicato agli anni Sessanta negli Stati Uniti


Ferdinando Fasce

Usa, anni Sessanta. Un mondo sottosopra


Il 2012 è un anno importante per ricordare gli anni Sessanta. Compiono mezzo secolo infatti fenomeni e processi, molto diversi fra loro, ma tutti egualmente decisivi, della storia internazionale e italiana del decennio quali il manifesto degli studenti statunitensi di Port Huron, la bibbia ecologista Primavera silenziosa di Rachel Carson, la rivolta operaia di Piazza Statuto a Torino, il primo disco dei Beatles nella formazione-tipo con Ringo Starr. Ecco, non si poteva cominciare meglio un anno tanto significativo per i Sessanta che con questo importante libro di Bruno Cartosio. È il più lungo, mi pare, degli ormai suoi numerosi volumi. Ma uno non se ne accorge, tanto scivola via leggero, con una felicità di passo narrativo direttamente proporzionale al peso sostanziale delle cose che dice. Si intitola giustamente I lunghi anni sessanta. Movimento sociali e cultura politica negli Stati Uniti. Giustamente perché lo storico tortonese la prende a ragione da lontano, ricollegandosi al suo precedente Anni inquieti (1992), nel quale aveva squarciato il velo del presunto conformismo consensuale del decennio cinquanta.



È da lì che bisogna partire, dalle increspature di Fonzie e degli happy days, sotto cui covavano i fuochi del movimento per i diritti civili. E di lì, dal Sud, cioè da Rosa Parks e Martin Luther King, parte Cartosio, ricordandoci che «non si può avviare una lotta insieme legale e di popolo se la persona che di essa può essere considerata l'origine non è consenziente e, soprattutto, consapevole delle implicazioni anche personali delle sue scelte». Così era per Parks, che «non era solo una lavoratrice stanca per la giornata di lavoro, era una militante nera, iscritta da anni alla National Association for the Advancement of Colored People e decisa ad affrontare le conseguenze del suo atto deliberato di sfida». Lo stesso erano «anche il marito e le persone intorno ai neri nei giorni decisivi che precedettero e seguirono quel 1 dicembre» in cui Parks oppose la propria determinata ostinazione di libertà a un rito vuoto di deferenza e subordinazione verso i bianchi. «In quel lunghissimo atto di sfida infine vittorioso - annota Cartosio - si manifestò agli occhi degli oppressori l'esistenza di un'inattesa capacità degli oppressi di prendere individualmente decisioni di enorme impegno morale e di sostenerle materialmente».

Ecco definito così il rapporto dialettico fra gli individui, i piccoli gruppi, i movimenti e le culture politiche che innervarono il lungo decennio. Cartosio segue con lo sguardo i cerchi d'acqua insubordinati che da Montgomery riverberano nel resto del paese, in una «vasta e soprattutto duratura solidarietà locale e nazionale» che «fu una sorpresa per gli oppressori, a conferma del fatto che l'ottusità di un ceto dominante non deve essere presa a parametro per giudicare la realtà dei gruppi sociali da cui quel ceto si mantiene separato e lontano». Cito molto fra virgolette perché mi piace dare l'idea di come si possa scrivere un libro di storia rigoroso e ultradocumentato, con oltre sessanta pagine di note e bibliografia, senza per questo essere necessariamente astrusi o incomprensibili. Ma anzi incorporando, con opportuna disinvoltura, l'interpretazione e la concettualizzazione nel vivo del racconto. Un racconto che spazia, nella migliore tradizione della storia culturale, dalle fonti giornalistiche, a quelle letterarie, a quelle accademiche, distendendosi da una parte all'altra del paese e aprendo, un sipario dietro l'altro, le mille facce dei movimenti dell'epoca.

Così dalla segregazione legale e istituzionale al Sud il quadrante si sposta a quella di fatto, residenziale, al Nord, nella cittadina industriale di Cicero, ai margini di Chicago, sede nel 1951 di un grave episodio di intolleranza razziale. E poi ai movimenti bianchi che nacquero in condizioni affatto diverse dal movimento nero sudista, in un complesso e contraddittorio rapporto fra «padri e figli», cioè, in alcuni casi, fra Vecchia e Nuova Sinistra, con figure leggendarie come Pete Seeger che abbiamo visto cantare We Shall Overcome lo scorso ottobre fra i ragazzi di Occupy Wall Street. Ecco, We Shall Overcome, l'inno del movimento per i diritti civili, un brano che in realtà comincia la sua lunga carriera ben prima, sotto il titolo di I'll Be Allright oppure I'll Overcome, nelle chiese battiste e metodiste d'inizio Novecento. Per poi essere adattato, nell'immediato secondo dopoguerra mondiale, dai lavoratori neri in sciopero a Charleston, in South Carolina, contro l'American Tobacco Company. Alcuni di questi lavoratori la portarono al centro di formazione culturale e militante dela Highlander Folk School di Monteagle, nel Tennessee, e forse loro stessi o forse Pete Seeger tradussero in chiave collettiva l'«io» delle prime versioni, introducendo quel «noi» che campeggia nei cori degli studenti afroamericani per i diritti civili e in tutte le successive elaborazioni.

Sono innumerevoli i fili come questi che Cartosio annoda pazientemente, nel tempo e nello spazio, in una ricostruzione del divenire dei movimenti nella quale raramente il processo cede il passo a modelli astratti o tesi preconcette. Di questo divenire si sottolineano i poderosi effetti collettivi, ma anche i limiti, le divisioni, le rotture. I lunghi anni sessanta non si nasconde, ad esempio, «l'estraneità del Movimento nei confronti del mondo del lavoro» sino a fine decennio, mentre nel frattempo anche questa faccia a lungo nascosta del pianeta operaio ricomincia a incrociare le braccia. Né si nasconde le tensioni fra bianchi e neri, fra studenti più «politicizzati» e controcultura, fra maschi e movimenti delle donne, o le contraddizioni di un fenomeno come Woodstock. Il libro cerca con successo di tenersi al riparo da ogni mito: quello di chi appunto risolve tutto con Woodstock e annega gli anni Sessanta in un fenomeno pittoresco, uno scrollare apparentemente narcisista di capelli lunghi o di treccine afro o un tintinnare di perline. E quello di chi pretende che non sia successo nulla.



Con equilibrio ammirevole fra analisi e passione, in chi come lui ha vissuto intensamente quegli anni, Cartosio conclude con due osservazioni di sintesi che paiono incontrovertibili e che costituiscono anche un utile punto di partenza per ulteriori ricerche. La prima, che ricorda un classico brano di William Blake citato da Edward P. Thompson, è che «ognuno dei movimenti sociali che si sono succeduti e intrecciati a partire dagli anni Cinquanta creò aspettative, per così dire, più grandi di sé, finendo per passare almeno in parte la ricerca della loro soddisfazione ai successivi, che ebbero lo stesso ruolo, e così via. Ognuno dei soggetti collettivi fu chiamato a rispondere a quanto era lasciato inevaso dai precedenti, a rispondere a parte delle proprie domande, a porne di nuove e a chiamare in scena nuovi soggetti».

La seconda è che «la dialettica che ha tenuto intrecciati movimenti e società - i movimenti tra loro e ognuno con la mutevole società - non è stata un processo lineare, tanto meno una cavalcata trionfale». Perché «le conquiste dei movimenti per i diritti civili e delle donne non hanno cancellato razzismo e sessismo, né hanno impedito le ricorrenti messe in discussione di quelle stesse conquiste». Ma neppure, aggiunge, bisogna dimenticare che «se è vero che gli Stati Uniti in cui una donna e un nero si sono contesi la candidatura alla Casa Bianca e in cui Barack Obama è stato poi eletto presidente non sono quelli di prima degli anni sessanta... sarà ben possibile concludere non solo che il cambiamento c'è stato, ma che decisivi nel provocarlo sono stati i movimenti che hanno lottato per l'abbattimento delle preclusioni nei confronti di tutti coloro che, in modi diversi, erano stati esclusi».

Ecco delineata così l'agenda di ricerca per un altro volume, un libro sull'altro segmento dei «lunghi» anni Sessanta, ovvero la loro proiezione su quei primi Settanta in cui convivono residui di movimenti e austerità, perentorio ritorno dell'economico e definitiva esplosione delle istanze femminili. Cartosio pare la persona più adatta a esplorare anche questo terreno. Magari, se posso avanzare una richiesta, con un po' più di rock & roll di quello sciorinato in questo bel libro.

(Da: Il Manifesto del 28 gennaio 2012)


Bruno Cartosio
I lunghi anni Sessanta
Feltrinelli 2012

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