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giovedì 23 febbraio 2012

"Supermarket Mafia": dal produttore al consumatore nel segno di Cosa nostra

Marco Rizzo e la copertina del suo libro Marco Rizzo e la copertina del suo libro 

"Supermarket Mafia": dal produttore al consumatore nel segno di Cosa nostra

di Andrea Curreli
C'è una società in Italia che diversifica il business, stringe alleanze, crea joint venture e conquista nuovi mercati. La crisi economica non la impensierisce, ma la rafforza. Questa società si chiama Cosa nostra e insieme alle altre organizzazioni criminali più note, camorra e 'ndrangheta, muove un fatturato che si aggira intorno ai 140 miliardi di euro. Tra le nuove e fiorenti attività criminali messe in piedi da Cosa nostra c'è l'agromafia che fattura 12,5 miliardi di euro all'anno. La mafia ha creato una struttura che le permette di controllare tutta la filiera produttiva che porta i cibi nelle tavole degli italiani. Ma nel passaggio "dal produttore al consumatore”, per citare una vecchia reclame, la criminalità sfrutta gli extracomunitari attraverso il caporalato, lucra grazie al racket sui grandi mercati dell'ortofrutta e alla gestione diretta dei supermercati e truffa la Comunità europea. Il giornalista Marco Rizzo ricostruisce questo intricato sistema criminale ed economico nel suo libro inchiesta intitolato Supermarket Mafia. A tavola con Cosa nostra (Castelvecchi editore collana RX, 2011).
Rizzo, come si sviluppa la filiera produttiva della mafia?
"Su più fronti, ma la sua caratteristica principale è che è completa. Così il pomodoro raccolto da un ragazzo senegalese, immigrato clandestino e sfruttato dal caporalato, finisce nei supermercati che sono controllati dalle organizzazioni criminali come Cosa nostra. La mafia seleziona il personale e la direzione e utilizza il market per il riciclaggio del denaro sporco. In mezzo ci sono tanti passaggi. A partire dal trasporto che, ad esempio, viene affidato alle ditte legate al clan dei Casalesi. E' avvenuto con la ditta di Costantino Pagano finita poi nell’inchiesta 'Sud Pontino' della Procura Antimafia di Napoli. Ci sono poi i mercati ortofrutticoli, come quello di Fondi nel Lazio o di Vittoria in Sicilia, secondo alcune indagini direttamente controllati dalle mafie. Questo non vuol dire che ogni singolo pomodoro che arriva nelle nostre tavole sia stato in qualche modo gestito così. La filiera unica è un espediente narrativo per spiegare come agiscono le agromafie".
Dal suo libro emerge chiaramente che, all’interno di un mercato condizionato dalla criminalità, i nuovi boss agiscono come piccoli manager.
"Io riporto quello che hanno detto il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, e altri inquirenti. La mafia è l’azienda più in salute del Paese dati i suoi enormi fatturati. Basta considerare il fatto che solo con il riciclaggio del denaro sporco le organizzazioni criminali incassano 410 milioni di euro all’anno. C’è poi un altro aspetto che va messo in evidenza: la mafia possiede parecchio denaro contante e in periodi di crisi l’avere cash fornisce grande potere economico".
Questa enorme quantità di denaro viene gestita e reinvestita. La mafia si comporta come una Spa?
"Sì, le mafie ormai si comportano come le grandi aziende. Se prendiamo ad esempio gli accordi stretti da mafia, camorra e 'ndrangheta per il trasporto dei beni ortofrutticoli questi sono paragonabili alle joint venture delle grandi aziende che pur di espandersi nel territorio sono pronte a stringere accordi commerciali vantaggiosi per tutti".
Ma chi lavora onestamente ha la possibilità di restare fuori da questo mercato dopato o deve adeguarsi per sopravvivere?
"Esiste il rischio concreto, perché non è solo una questione semantica. Quando l’onesto, volontariamente o involontariamente, finisce nell’imbuto della criminalità organizzata non può essere più considerato tale. Questo discorso però non può e non deve valere solo per il commerciante o per chi opera nel settore dell’ortofrutta, ma anche per il singolo consumatore. Nel momento in cui un cittadino si serve in un supermercato gestito dalla malavita e che ricicla denaro sporco e acquista un pomodoro che è stato raccolto da immigrati sfruttati, diventa immediatamente complice di questo sistema".
Ma con infiltrazioni mafiose del 70-80 per cento come fa il consumatore a non diventare complice? E come può boicottare questo sistema?
"Boicottaggio è un termine forte, quindi io premetto di non voler invitare nessuno a boicottare un'azienda oppure un’altra. Ciò che manca è l’informazione e la consapevolezza, perché siamo vittime di un sistema consumistico globale che fa di tutto per agevolarci negli atti quotidiani. Questo accade ad esempio con il cucinare. Veniamo invitati costantemente a spendere meno e a fare in fretta mettendo da parte la qualità e la comodità della vita. Bisogna sostenere la teoria dello slow food. Se avessimo più tempo per informarci e quindi fare acquisti consapevoli riusciremmo forse ad evitare i mercati in odore di mafia. La soluzione potrebbe essere quella dei gruppi d’acquisto dato che prendono il pomodoro direttamente dal produttore e quindi si agevola il mercato dal basso evitando lo stritolamento della grande distribuzione e poi riducendo i passaggi della merce si abbassa il rischio di infiltrazione".
Quindi la scelta di combattere la mafia ricade anche sul consumatore finale.
"Non ci sono supermercati che hanno il bollino con la scritta ‘demafizzato’, ma in certe realtà le infiltrazioni sono note. Cito ad esempio il caso che riguarda Giuseppe Grigoli, un prestanome di Matteo Messina Denaro che controllava i supermercati di Trapani, Agrigento e Palermo . Tutti a Castelvetrano sapevano che quest’uomo non si era fatto da solo e nella maniera più pulita. Questo non solo per le indagini che aveva a suo carico e per le inchieste, ma per la vecchia vox populi. Quando sono iniziati i processi contro Grigoli la gente ha continuato a servirsi nei suoi supermercati. Quando un giornalista marsalese, Giacomo di Girolamo, si è recato in uno di questi centri commerciali e ha intervistato le casalinghe mettendo in evidenza che il titolare del market era indagato per mafia si sentiva rispondere seccamente: ‘qui spendo di meno e trovo di tutto’. Questo per dire che anche se uno viene informato direttamente magari preferisce guardare al suo portafogli. Sarebbe poi molto bello che le stesse persone andassero nello stesso centro commerciale anche quando questo viene messo sotto amministrazione giudiziaria sostenendo in questo modo lo Stato e non la mafia".
Lei pone in evidenza il fatto che questo tipo di mafia viene sottovalutata rispetto ad esempio al traffico di droga, di armi o allo sfruttamento della prostituzione.
"Sì, ma questo rientra anche in una, chiamiamola così, 'strategia di marketing' della mafia. Dopo le stragi degli anni Novanta mentre camorra e 'ndrangheta sono rimaste sanguinarie, Cosa nostra ha capito che era meglio muoversi sotto traccia. L’attenzione dell’opinione pubblica, dei giornali e in parte delle forze dell’ordine è andata scemando: in questo modo gli affari sono diventati per la mafia molto più remunerativi. Non bisogna dimenticare mai che il fine della mafia e delle organizzazioni criminali in generale non è quella di ammazzare più gente possibile, ma di fare denaro. In questi ultimi vent’anni, grazie a questa strategia, Cosa nostra si è arricchita in maniera definitiva e devastante, ma la casalinga non ha questa percezione".
Cosa intende dire?
"Non ci si rende conto che la mafia limita la libertà collettiva. Quando il mafioso di turno controlla le assunzioni del supermercato di fatto gestisce il giovane che cerca lavoro, il disoccupato, il cassaintegrato. E’ una forma di controllo che forse fa più danni sul tessuto sociale rispetto alla singola morte. Se allarghiamo la visuale c’è poi la limitazione alla libertà del mercato o semplicemente la libertà di essere onesti". 
22 febbraio 2012

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