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giovedì 2 febbraio 2012

Adolescenti problematici e adulti assenti sono "La Colpa" di una società plastificata

Lorenza Ghinelli e la copertina del suo libro Lorenza Ghinelli e la copertina del suo libro 

Adolescenti problematici e adulti assenti sono "La Colpa" di una società plastificata

di Andrea Curreli
"Bambini, altalene, scivolo, strilli, lacrime, mamme sono cartoni animati impazziti. Ridono corrono scherzano strillano. E il modo in cui lo fanno non è normale". Un incubo a occhi aperti si descrive esattamente così: in modo verosimile ma non reale. Per questo diventa pauroso e per questo muove le corde della fragile psiche di un bambino di 9 anni. Quel bimbo diventerà un adolescente problematico e isolato dal mondo degli adulti che non lo hanno amato e tanto meno compreso. Si chiama Estefan, puoi chiamarlo Martino. I due giovani sono, insieme alla piccola Greta, i protagonisti del romanzo La Colpa (Newton Compton Editori, 2012) firmato da Lorenza Ghinelli. La giovane scrittrice romagnola, reduce dal successo del suo primo romanzo intitolato Il Divoratore, gioca a carte scoperte perché sa di poterselo permettere. Quella che all’apparenza può sembrare una inutile parola di troppo è invece la parte di un armonioso puzzle fatto di problematiche giovanili in una società plastificata che stenta a riconoscerle.
Lorenza Ghinelli, perché si concentra su personaggi che non hanno ancora varcato la soglia dell’età adulta?
"L’infanzia e l’adolescenza sono età che mi affascinano per il semplice motivo che in quelle fasi non si hanno gli strumenti per capire come funzionano le cose o per reagire al disagio. Mi interessava che questi personaggi si incontrassero e in qualche modo riuscissero a farsi forza trovando delle strade diverse per poter uscire fuori da una situazione non piacevole e dare un senso al loro dolore".
Da dove ha tratto ispirazione per questi suoi personaggi? Sono reali?
"Non so dire dove nasca l’ispirazione per le cose che scrivo perché sono storie che mi abitano. Estefan, Martino e Greta sono dei personaggi che nella mia testa erano ben delineati e volevano solo essere raccontati. Ho cercato di restare fedele il più possibile alla storia che portavo dentro. Quindi non ho forzato i miei personaggi".
Nel suo romanzo la realtà si mescola spesso con un mondo immaginario legato a ricordi deformati.
“Mi interessava poter trasmettere la dinamica delle allucinazioni che Estefan vive. Per fare questo avevo bisogno di essere onirica e quindi non mi sono messa un freno e non mi sono domandata in che genere letterario mi stessi addentrando. Non amo le etichette quando racconto una storia perché se ho bisogno di utilizzare un determinato registro, lo utilizzo e basta".
Tra le pagine del libro si diffonde una colonna sonora che accompagna le azioni dei protagonisti.
"In generale la musica aiuta a tratteggiare meglio certi profili dell’adolescenza. Poi Estefan è un soggetto ossessivo-compulsivo e per lui ascoltare la musica rappresenta un’ancora al caos. Nei momenti in cui gli sembra di perdersi e ha paura di precipitare nell’angoscia lui sa che in quel brano musicale troverà le stesse parole, la stessa durata e la stessa melodia e questo lo aiuta. Per Martino invece la musica ha una funzione completamente diversa: attiva un ricordo che vuole rimuovere rendendolo violento. In sintesi la musica serve ai miei personaggi per esprimersi meglio".
Gli adulti che ruotano intorno a questo complicato universo adolescenziale sembrano dei corpi estranei.
"Gli adulti non fanno sicuramente una bella figura. In questa storia avevo bisogno di raccontare degli adulti che non sono capaci di comprendere i ragazzi perché non comprendono neanche loro stessi. Per capire un ragazzo, un adulto deve aver prima sanato le sue ferite. Ma gli adulti del mio libro non vogliono guardare alle loro ferite perché le hanno già cauterizzate. Di conseguenza non riescono a sentire le richieste d’aiuto da parte dei ragazzi".
Lei descrive la meccanicità dei comportamenti e dei gesti affettivi degli adulti e il loro mondo appare come una realtà plastificata e priva di sentimenti.
"E’ come se gli adulti recitassero un copione che per quanto triste oppure orribile finisce per proteggerli. In questo modo riescono a evitare il confronto con i veri traumi. La madre di Stephan ad esempio avrebbe la possibilità di chiedere a suo figlio cosa lo turba e di affrontare insieme a lui la morte del suo fratellino. Ma questo non può succedere perché la mamma non vuole più affrontare quell’argomento semplicemente perché l’ha rimosso. A questo punto non può che recitare un copione. Una realtà sicuramente plastificata ma funzionale perché la protegge dal doversi guardare indietro".
Lei utilizza uno stile molto diretto eliminando anche le virgole. Sembra quasi un copione cinematografico.
"Il desiderio era quello di prestare ai lettori gli occhi dei miei personaggi. Per fare in modo che chi legge riesca a provare le stesse emozioni di Stephan o Martino devo utilizzare una scrittura frenetica. E’ l’unico modo per farsi catturare dai personaggi che altrimenti andrebbero raccontati bene ma in modo distaccato. Provare emozioni e il saperle vivere sono il segreto sia di un buon libro che di un buon film".
Si aspettava di replicare il successo ottenuto con il suo primo libro?
"Non mi sono curata del parallelo con Il Divoratore. Forse sarebbe stato più semplice, anche dal punto di vista commerciale, cercare di replicarlo. Non rifiuto il successo, ma la scrittura per me è viscerale e devo raccontare le storie che mi piacciono. La colpa è molto diverso dal libro precedente e il successo che sta ottenendo è la prova che se scrivi quello che senti vieni premiata".
Quindi non ha voluto puntare su un determinato target di lettore.
"No, anche perché non voglio essere considerata una scrittrice di genere. All’inizio avevano associato il mio libro al genere horror invece volevo dimostrare come posso occuparmi di una narrazione di più ampio respiro che esula dal genere e si limita a raccontare una storia alla gente. Questo era il mio unico obiettivo e spero di averlo centrato".

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