La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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martedì 31 gennaio 2012

Scrittori a processo Gli editori non difendono gli autori

Scrittori a processo
Gli editori non difendono gli autori
Una liberatoria solleva le case editrici da ogni responsabilità giuridica. L'autore dovrà sostenere le spese legali, oppure autocensurarsi
vignetta tratta da Jrmorax.com

La proliferazione delle cause contro i libri, soprattutto d’inchiesta, ha incrinato il patto di solidarietà tra autore e editore. E sulla testa di chi scrive, in particolare per Mondadori, è caduta una clausola chiamata manleva. Che solleva l’editore da ogni responsabilità: se un libro viene portato alla sbarra sono cavoli dell’autore. Le spese processuali le deve sostenere lui e anche quelle d’un eventuale risarcimento. Il che equivale alla censura, protesta uno scrittore, sotto garanzia di anonimato. « Come dire: stai attento a quel che scrivi. La clausola viene imposta per tutte le sigle del gruppo ».

Ma le cose stanno davvero così? « Il problema – rivela un agente letterario, sempre sotto garanzia di anonimato – ha origine con la discesa in campo di Berlusconi. Da allora il numero di libri finiti in tribunale è cresciuto. Perché i libri di inchiesta sono diventati uno strumento di riflessione civile importante. Anche lo scontro tra Marina Berlusconi e Saviano è un segnale in questo senso. Ha dimostrato che la famiglia è disposta a autoinfliggersi una perdita pur di tutelarsi. In altre parole: un autore non deve sentirsi protetto perché pubblica con loro. Noi agenti ci siamo confrontati, facendo fronte comune per non accettare clausole di questo tipo. Peraltro sono vessatorie e non è detto che siano valide ».

Ma è difficile immaginare uno scrittore che fa causa all’editore per coinvolgerlo nella difesa. Il problema non concerne solo i libri d’inchiesta ma anche i romanzi. Loriano Macchiavelli è stato processato per Strage, edito da Rizzoli nel ‘ 90, che mischia fiction e realtà. Ha preso spunto dall’attentato alla stazione di Bologna ed è stato denunciato da un personaggio secondario del libro. L’unico cui non ha cambiato nome. Chiamandosi Sergio Picciafuoco… Strage sparì dal commercio e non tornò neanche dopo l’assoluzione. Einaudi Stile Libero, dunque Mondadori, l’ha riproposto. Macchiavelli ha accettato di pubblicarlo solo con la garanzia che in caso di causa sarebbe stato tutelato. Il nome è stato tolto anche se Picciafuoco intanto è morto. Sai mai gli eredi.

« È giusto tutelarsi se un autore copia o usa materiale non affidabile – dice Lorenzo Fazio, editore di Chiarelettere, dunque in prima linea sui libri d’inchiesta – ma per questo bastano i normali contratti. Le clausole che sollevano da ogni responsabilità invece non le approvo. La responsabilità va condivisa. L’editore firma un libro pubblicandolo. Ma non vedo un disegno politico da parte di Mondadori. Piuttosto una forma di tutela rispetto a richieste di risarcimento sempre più esose. Se un imprenditore o un politico chiede una cifra folle a scopo intimidatorio e poi tu vieni assolto dovrebbe essere condannato a pagare una penale, come accade all’estero. Invece qui si dividono le spese legali. Chiedere certe cifre è un modo per limitare la libertà d’informazione e mi sembra urgente correre ai ripari ».

Qual è stato il risarcimento più alto che vi hanno chiesto? « La richiesta di 26 milioni da parte delle ferrovie per Fuori orario, di Claudio Gatti, un libro con accuse molto forti ma documentatissimo ». Chi sono quelli che hanno la denuncia facile? « Imprenditori, politici… Non tutti. Berlusconi non fa causa e neanche Andreotti ».

In questo quadro scivoloso di accanimento legale nei confronti dei libri, gli avvocati sono editor aggiunti. I libri vengono vagliati per evitare denunce. « Ho accettato di pubblicare Il mondo deve sapere – dice Michela Murgia – solo dopo la garanzia di essere coperta per le spese legali anche in caso di condanna ». Ma non avevi già raccontato l’ambiente di lavoro alla Kirby sul blog? « Si ma era anonimo. Ho dovuto garantire a Isbn che tutto quello che raccontavo era vero. Un avvocato ha letto il libro e mi ha consigliato di cambiare alcune cose. Per esempio togliere l’espressione organizzazione del lavoro nazista e un nome reale».

I profili legali della narrativa si allargano. I nomi veri sono da evitare come la peste. « Esiste un diritto alla tutela della persona che va rispettato – dice l’avvocato Alberto Mittone, storico consulente Einaudi – e lasciare un nome reale espone a conseguenze a meno che non si tratti d’una autobiografia. In una trasmissione di Arbore c’era un personaggio che mandava messaggi da sotto terra e si chiamava Giandomenico Pisapia, come il giurista ». E padre del sindaco di Milano. « Dopo qualche puntata hanno annunciato che cambiavano il nome ». Le cautele, spiega Mittone, valgono anche per la docufiction o l’autofiction dove ci sono schegge di realtà e altre di fantasia. I fatti accaduti come la strage di piazza Fontana vanno ricostruiti correttamente anche se li inserisco in una trama di fantasia, come succede nel romanzo di Alberto Garlini La legge dell’odio. E se c’è un riferimento a un personaggio reale, non basta dar conto esattamente di una parte della sua vicenda processuale perché magari viene assolto dopo l’uscita del libro ».

da Saturno

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