La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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martedì 24 aprile 2012

Come siamo diventati più poveri

Come siamo diventati più poveri

«38 mila persone possono spendere come 3 milioni e 800 mila. Ogni ricco ha il reddito di cento poveri. Non è l’Inghilterra di Dickens, né l’America della Grande Depressione. È l’Italia di oggi».
piantaQuesto ci dice Mario Pianta in Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa, appena uscito da laterza (176 pagine, 12 euro). Siamo (quasi) tutti più poveri, certo, perché c’è  la devastante crisi economica partita nel 2008 dagli Stati Uniti. Ma non solo. Negli ultimi anni abbiamo assistito anche a una gigantesca redistribuzione del reddito che ha aumentato le distanze fra ricchi e poveri, facendo crescere la disuguaglianza sociale. E questo è accaduto non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente, grazie alle politiche neoliberiste che hanno dominato senza opposizione. Noi italiani, poi, abbiamo i nostri “peccati originali”, che oggi ci tocca scontare ancora più cari Come spiega benissimo Pianta, quando il resto del mondo correva, noi stavamo fermi. Perché non abbiamo modernizzato il nostro sistema industriale, dove le imprese sono concentrate in settori tradizionali, perché troppe sono le aziende piccole, perché gli investimenti sono stati troppo bassi rispetto agli altri paesi avanzati, malgrado gli utili crescessero come dappertutto.
revelli2L’impoverimento non ha solo effetti economici. Modifica anche la struttura sociale e i “sentimenti” collettivi. Marco Revelli in Poveri, noi (Einaudi, 128 pagine, 10 euro) ha illustrato come il risentimento e l’intolleranza si siano nutriti nel nostro paese di fenomeni come i “workin poors”, cioè di quegli operai che, malgrado lavorino (e duramente) finiscono nella categoria dei “poveri” e degli “esclusi”, come non era mai  accaduto almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma il declino economico del paese ha impoverito anche i ceti medi, dove Revelli ha censito 19 milioni di persone che, se non sono povere, sono certamente «minacciate dalla povertà».
Poi ci sono i lavoratori precari, giovani destinati quasi tutti a non trovare mai un lavoro stabile.
Ma, attenzione, avvertiva Revelli già due anni fa, in questo universo l’“ira sociale” non si trasforma in rancore. Piuttosto, questi protagonisti della  “cattiva modernizzazione italiana” preferiscono «chiamarsi fuori dall’universo intossicato delle retoriche politiche  e dei loro linguaggi ossificati. Segnalando così il clamoroso vuoto di rappresentanza che rischia di minare alle radici il nostro sistema politico».
Oggi, con la crisi dei partiti sotto gli occhi di tutti, mentre sentiamo sempre più alta la voce di ciò che riusciamo a chiamare solo  “antipolitica”, vediamo bene che quell’allarme non era esagerato.
twitter: @LeopoldoFabiani

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