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domenica 22 aprile 2012

"La strage", Bruschini getta nuova luce sui fatti di Piazza Fontana


"La strage", Bruschini getta nuova luce sui fatti di Piazza Fontana

di Michael Pontrelli
La strage di Piazza Fontana, avvenuta nel dicembre del 1968, viene considerata da molti storici l’inizio della cosiddetta “strategia della tensione” ovvero uno dei peggiori attacchi subiti dalle istituzioni democratiche del nostro Paese nel dopoguerra. Tra il 1960 e il 1974 in Italia vennero compiuti circa 140 attentati. La guerra fredda, che in quegli anni impegnava gli Stati occidentali contro il blocco comunista sovietico, nella Penisola divenne molto “calda”. Vito Bruschini, giornalista professionista e romanziere, nella sua terza opera “La strage” edito da Newton Compton Editori, prova a rispondere a molti degli interrogativi dell’attentato che ancora, dopo più di 40 anni, non hanno trovato risposta. E’ una lettura fondamentale, “civica”, in quanto i popoli che non conoscono la loro storia sono destinati inevitabilmente a ricommettere gli stessi errori. Abbiamo parlato del romanzo e del periodo storico in cui è ambientato con il suo autore.

Dalla strage di Piazza Fontana sono ormai passati più di 42 anni. I più giovani conoscono poco di questa triste pagina nella storia del nostro Paese. Sinteticamente cosa è successo e quale è la verità “ufficiale” in merito?
"Il 12 dicembre 1969 all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, l’esplosione di una bomba provocò la morte di 17 persone e il ferimento di altre 88, per lo più agricoltori. La bomba era di matrice neofascista, come fu appurato negli anni successivi, ma la pista che gli investigatori seguirono, fin dalla prima ora, fu quella degli anarchici e dell’eversione di sinistra. Questa “verità” ufficiale fu così difficile da smantellare, che ancora oggi qualcuno crede che quella strage venne eseguita dalle BR".

Qual è invece la sua chiave di lettura? Come sono andati veramente i fatti?
"Nel romanzo ripercorro, sin dalle origini, i fatti che portarono a quel drammatico pomeriggio. Qualcuno ha rapportato quella strage all’attacco delle torri gemelle di New York dell’11 settembre. Infatti dopo quel 12 dicembre l’Italia non fu più la stessa nei decenni successivi, dovendosi difendere dal pesante attacco che lo Stato democratico stava subendo da parte di forze reazionarie. Quell’attacco di stampo neofascista, trasformatosi poi, dopo il 1974, nella guerra terrorista di matrice rossa, ha rallentato, se non immobilizzato, il nostro progresso economico e lo sviluppo della società civile. Per comprendere quello che accadde in quei primi anni Settanta, è necessario rifarsi alle istanze sociali che iniziarono nel 1968 con la contestazione degli studenti contro tutti gli autoritarismi. Il racconto di quegli eventi nel romanzo corre parallelo alla storia di un giovane che si getta con l’entusiasmo della sua età tra le braccia di gente senza scrupoli".

Il suo libro, il film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage”. Di Piazza Fontana si parla ancora tanto. Perché è importante parlarne?
"Questa intervista arriva in concomitanza con un fatto che ancora una volta ha offeso il desiderio di giustizia e di verità che tutti coloro che hanno vissuto quegli anni ancora cercano: la sentenza di assoluzione degli imputati accusati per la strage di piazza della Loggia a Brescia. In quell’attentato, avvenuto cinque anni dopo piazza Fontana, persero la vita 8 cittadini e 103 subirono ferite più o meno gravi. Ebbene anche in questa strage, dopo dieci sentenze e 38 anni di istruzioni, gli inquirenti non sono stati capaci di identificare un colpevole. Come per piazza Fontana anche per i morti di piazza della Loggia non ci sono colpevoli. Anche qui i familiari delle vittime sono stati condannati a pagare le spese processuali (ma come per piazza Fontana, anche per Brescia le istituzioni se ne accolleranno l’onere). I depistaggi e le coperture da parte dei servizi segreti sono stati tali e tanti da alzare un tale polverone da offuscare per sempre la verità. E veniamo adesso alla domanda: perché dunque parlare ancora? Ma proprio per questo. Le cicatrici politiche di quegli anni non si rimargineranno mai, fin quando lo Stato e le istituzioni preposte non avranno il coraggio di dire ai propri cittadini quello che accadde e chi furono coloro che vollero uccidere la giustizia e la verità. Per certi delitti, soprattutto dopo quarant’anni dai fatti, i “segreti di stato” non sono più ammessi".

Il Paese sta affrontando una profonda crisi economica e sociale che a molti ricorda quella degli anni ’60 e ’70 ovvero quella successiva alla fine del boom economico. Pensa che nell’attuale contesto possa esserci il rischio di una nuova “stagione delle bombe”?
"La presa del potere oggi è diventata più sofisticata. Quarant’anni fa la strategia della tensione fu inventata da un militare americano, il generale Westmoreland con la sua “Operazione Chaos”. Gli accordi tra il nostro presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e l’allora presidente americano Richard Nixon, ne sancirono l’avvio. Allora fu un militare, successivamente un altro americano, ma questa volta un politico, suggerì altre forme di assalto al potere. Si trattava di Henry Kissinger, che il destino con un ghigno ha voluto premiare con il premio Nobel per la pace. La dottrina Kissinger mira a impossessarsi dei popoli attraverso l’economia e la finanza. È la chiave di lettura della crisi che stiamo subendo".

Ha deciso di affrontare questo delicato argomento non scrivendo un saggio ma un romanzo. Perché?
"Attraverso i fatti di piazza Fontana volevo raccontare le emozioni e le esperienze di chi, come noi, era giovane in quegli anni. Non avevamo capito niente di quello che ci girava intorno. Sapevamo di infiltrati, di spie, ma non potevamo pensare mai che dietro ci fossero la Cia e i servizi segreti al completo. Chi poteva pensare mai a un accordo tra due presidenti, quello italiano e quello americano? Chi a un accordo tra Moro e Saragat per nascondere i responsabili della strage in cambio della rinuncia al golpe di Borghese? Il romanzo mi dà quella libertà di pensiero e di denuncia che il saggio certamente non ha. Anche perché questo romanzo, scritto come una spy story, ha l’ambizione di voler avvicinare i ragazzi di oggi a questi antichi fatti, affinché gli errori fatti dai giovani allora non vengano ripetuti da quelli di oggi".

Di quanto la sua storia romanzata si discosta dai fatti realmente accaduti?
"I fatti di quegli anni sono raccontati in modo romanzato, ma sono perfettamente aderenti a quel che accadde veramente, secondo le prove raccolte dalle varie istruzioni e in base alle recenti confessioni di alcuni pentiti dell’epoca. Di romanzato ci sono soltanto alcuni personaggi, il resto è una rilettura di ciò che accadde".

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate nella stesura del libro?
"Le fonti sui fatti di piazza Fontana, a parte gli atti giudiziari dei diversi gradi, sono numerosissime e contraddittorie. Per far comprendere quello che è successo alla Banca dell’Agricoltura e perché, era necessario iniziare dalle origini e quindi dare una spiegazione agli avvenimenti successivi collegati alla strage. La maggiore difficoltà è stata questa ricerca dei collegamenti. Inoltre ho sorvolato sulle implicazioni derivate dalla tragedia dell’anarchico Pinelli. Quello che m’interessava raccontare erano le azioni dei burattinai, non dei burattini. M’interessava mostrare la gestione del potere da parte di coloro che avevano deciso di uccidere la nostra Repubblica democratica. Infatti il racconto s’interrompe con il primo verdetto del tribunale di Catanzaro nel 1979, quello che condanna all’ergastolo Freda, Ventura e Giannettini e a vari anni di reclusione alcuni ufficiali dei servizi segreti e riprende 27 anni dopo (nel frattempo gli altri gradi di giudizio hanno mandato assolti tutti gli imputati) con la scoperta “dell’archivio della vergogna”, il deposito con oltre 150 mila documenti e veline occultati da Federico Umberto D’Amato, direttore dell’Ufficio Affari riservati del Viminale, gran manipolatore di quegli avvenimenti".

La strage è il suo terzo romanzo e segue quello su Vallanzasca. Nel prossimo lavoro continuerà ad indagare gli aspetti meno chiari della storia italiana più recente?
"Sarà sempre un romanzo contro il Potere e concluderà questa mia piccola trilogia sugli anni Settanta. Ma questa volta inizierà tra le sabbie del Sahara, tra le fila della Legione straniera che, sembrerà incredibile, ma ha avuto una parte preminente nelle nostre vicende di quegli anni".

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