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domenica 18 dicembre 2011

Calvino bruciò l'eretico che negava la Trinità

La biografia

 

Calvino bruciò l'eretico che negava la Trinità

Michele Serveto, odiato da cattolici e protestanti

L'Inquisizione è da molti anni al centro dell'interesse degli storici. Tra i lavori di un certo rilievo a essa dedicati troviamo la Storia dell'Inquisizione di Carlo Havas (Odoya) e La logica dei roghi di Nathan Wachtel (Utet). Ma, all'interno del grande tema dell'Inquisizione, una vicenda che merita un'attenzione a sé è quella di Michele Serveto, l'uomo mandato a morte da una strana alleanza tra la Chiesa di Roma e quella della Riforma. Serveto nasce nel 1511 a Villanueva in Spagna, un piccolo villaggio a novanta chilometri da Saragozza, da una famiglia di nobiltà minore del Nord dell'Aragona. Figlio di un notaio e fratello di un sacerdote, a 14 anni Serveto è al servizio di Juan de Quintana, un francescano minorita, dottore all'Università di Parigi (Quintana è anche un eminente membro alle Cortes di Aragona, interessato alla figura di Erasmo da Rotterdam e, almeno in un primo momento, non ostile a Martin Lutero). Serveto compie i suoi studi all'Università di Tolosa. Viaggia al seguito di Quintana e nel 1530 assiste a Bologna all'incoronazione di Carlo V (di cui Quintana era divenuto, da poco, confessore) da parte del papa Clemente VII. Incoronazione che siglò la pace tra Impero e Chiesa, mettendo fine alle guerre d'Italia.
Nel 1531 Serveto dà alle stampe De Trinitatis Erroribus, nel quale contesta la dottrina della Trinità formulata 12 secoli prima per debellare l'eresia di Ario, al Concilio di Nicea (325). L'anno successivo, nel 1532, l'Inquisizione di Saragozza istituisce un primo processo contro Serveto e a Tolosa verrà emesso un decreto per il suo arresto. Ma lui riuscirà a sottrarsi; nel 1537 studierà medicina all'Università di Parigi applicandosi con profitto al tema della circolazione del sangue (alla fine del XIX secolo, Robert Willis, medico scozzese, scrisse che gli studi di Serveto in questo campo erano da considerarsi «eccellenti»). «Non per niente», ha osservato Adriano Prosperi, autore di un libro indispensabile per comprendere a fondo questa vicenda, Tribunali della coscienza (Einaudi), e curatore dell'altrettanto indispensabile opera in quattro volumi Dizionario storico dell'Inquisizione (Edizioni della Normale Superiore di Pisa), «Serveto fu attirato dallo studio della circolazione sanguigna; il sangue nella Spagna del suo tempo era concepito come il veicolo dell'impurità dei marrani e il sigillo della nobiltà dei cristiani in quanto nutriti del corpo stesso di Cristo... Non c'è separazione in lui tra ricerche mediche e discussioni teologiche: parlando del sangue e del processo di respirazione e inspirazione, Serveto parlava nello stesso tempo il linguaggio della fisiologia e quello della religione». Ma la condanna Serveto l'aveva ricevuta per la rilevazione degli «errori della Trinità». Criticare la dottrina della Trinità, osserva ancora Prosperi, «significava mettere al centro del dibattito teologico della Riforma quell'eresia di Ario che era stata all'origine della più antica e grave lacerazione interna della Chiesa cristiana; significava soprattutto riaccendere il dissidio che da secoli opponeva ebrei e musulmani da un lato e cristiani dall'altro». C'era stata fino ad allora una sola proposta altrettanto radicale, «quella di chi, prendendo alla lettera la tesi luterana della giustificazione per la sola fede, aveva negato valore al battesimo degli infanti: li chiamarono "anabattisti" o "catabattisti" e li punirono con la morte».
Pratica, Serveto, dal 1542, la professione di medico a Vienne. Qui a Vienne, nel 1553 è arrestato, processato e condannato. Riesce a fuggire, ma viene arrestato nuovamente a Ginevra, la città di Calvino. Dove viene processato ancora una volta, condannato a morte e, nel giro di pochissimo tempo, mandato al rogo. Proprio così: un martire della libertà di pensiero bruciato vivo non già da cattolici oscurantisti obbedienti alla Chiesa di Roma, ma dal principe dei riformatori, Giovanni Calvino.
Lo scontro tra Serveto e Calvino fu particolarmente aspro. Serveto fu accusato di essersi espresso in modo scurrile. Rispose che espressioni violente erano state usate anche nei suoi confronti e aggiunse: «È piuttosto comune ai giorni nostri, durante una disputa, che ognuno difenda la propria posizione considerando che la parte avversa sia già sulla strada della dannazione». Calvino gli rinfacciò «l'abitudine di citare sfacciatamente autorità alle quali non aveva mai guardato con attenzione». «Quel genio di Serveto», scrisse il grande riformatore, «così orgoglioso delle sue competenze linguistiche, sapeva leggere il greco quanto un ragazzino che ha appena imparato l'alfabeto». Il che, per inciso, non era affatto vero. Nel processo si discusse di tutto, compresa un'ernia per la quale Serveto era stato operato all'età di cinque anni con qualche conseguenza sulla sua successiva vita sessuale. E quando Serveto aveva sostenuto la tesi che i bambini non potevano compiere peccato mortale, Calvino si era augurato «che i pulcini, così teneri e innocenti come li dipinge, gli estirpassero gli occhi centomila volte».

Nella disputa parve che Serveto avesse la meglio, tant'è che il Consiglio decise di sospendere il processo e di inviare la documentazione alle altre città svizzere perché dicessero la loro. A questo punto così Serveto si rivolse ai giudici ginevrini: «Vi supplico umilmente che poniate fine a queste lungaggini e mi liberiate dall'accusa. Voi vedete bene che Calvino è alle strette, non sapendo cosa dire, e per il suo solo piacere desidera che io marcisca in prigione. I pidocchi mi mangiano vivo. I miei abiti sono laceri e non ho di che cambiarmi, non una giubba o una camicia». La risposta fu che il Consiglio deliberò solo di fornire all'imputato alcuni abiti. A sue spese, per giunta. Passarono alcuni giorni e l'accusato tornò alla carica: «Onorati signori, oggi sono tre settimane da quando ho chiesto udienza e non sono riuscito a ottenerla. Vi supplico per amore di Gesù Cristo di non rifiutarmi quello che non rifiutereste a un turco che cercasse giustizia nelle vostre mani... Per quanto riguarda l'ordine che avete impartito per provvedere alla mia pulizia, niente è stato fatto e io sto anche peggio di prima; il freddo mi affligge molto, a causa delle coliche e dell'ernia, procurandomi altri malanni che mi vergogno persino a descrivere». Il responso delle città svizzere fu negativo per Serveto, ma non omogeneo. Tant'è che la sentenza finale lo colpì solo per due capi di imputazione: il rifiuto della Trinità e quello del battesimo ai bambini. Ma fu ugualmente la condanna al supplizio, quel supplizio toccato in sorte a tanti eretici messi a morte dall'Inquisizione. Calvino racconta come Serveto ricevette la notizia. «Sulle prime rimase ammutolito poi emise dei sospiri tali che si sentiva per tutta la stanza; quindi si mise a gemere come un pazzo e non ebbe più padronanza di sé. Alla fine le sue grida aumentarono mentre si batteva continuamente il petto e urlava in spagnolo "Misericordia, misericordia!"». Quando tornò in sé chiese, come prima cosa, di vedere Calvino. Il quale così riferisce l'incontro. «Quando gli chiesi cosa avesse da dirmi rispose che desiderava chiedermi perdono. Allora io protestai, ed è la verità, che non avevo mai provato alcun rancore personale nei suoi confronti ... Avevo usato tutta l'umanità possibile, fino a quando, amareggiato dai miei buoni consigli, non scagliò contro di me tutta la sua rabbia e aggressività. Gli dissi che sarei passato sopra a tutto quello che riguardava la mia persona. Avrebbe fatto meglio a chiedere perdono a Dio che egli aveva così vilmente bestemmiato nel tentativo di cancellare le tre persone nell'unica essenza, dicendo che quelli che riconoscono Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, come realmente distinti, hanno creato un infernale cane a tre teste... Quando però vidi che tutto questo non dava alcun risultato, non volli essere più saggio di quanto consentisse il mio Maestro. Allora, seguendo l'esempio di San Paolo, mi ritirai dall'eretico che si era autocondannato». In quel momento Serveto capì che il suo destino era definitivamente segnato. Chiese di essere ucciso «con la spada», perché aveva paura di cedere alla sofferenza e di ritrattare tutto. Neanche questo gli fu concesso. Il 27 ottobre del 1553 fu condotto su «una catasta di legno ancora verde», sulla testa gli fu messa una corona di paglia e foglie cosparsa di zolfo e gli fu dato fuoco. Ci volle del tempo prima che morisse. E molti tra i ginevrini presenti aggiunsero legna alla pira.
La storia è stata approfondita e raccontata cinquecento anni dopo da Roland H. Bainton nel libro Vita e morte di Michele Serveto, pubblicato nel 1953 e adesso - per la prima volta - in Italia, dall'editore Fazi.
Bainton, un pastore protestante pacifista nato in Inghilterra e poi emigrato in America, si batté per l'obiezione di coscienza già ai tempi della Prima guerra mondiale e proseguì sulla stessa strada fino ai tempi della guerra del Vietnam (tanto che la Cia lo accusò di essere un comunista). Non aveva, Bainton, una particolare simpatia nei confronti di Calvino, anzi scrisse a un amico di provare «orrore» nei suoi confronti. E, in un altro suo libro, sostenne che se Calvino aveva mai scritto qualcosa in favore della libertà religiosa, doveva essersi trattato di «un errore di stampa». «Non riuscivo a capire», disse, «come potesse considerarsi cristiano un regime che liquidava i suoi oppositori».
Nonostante ciò, nella sua biografia di Serveto si sforzò di comprendere le ragioni di Calvino e di spiegare come Serveto stesso non fosse del tutto incolpevole. In questa vicenda, scrisse, «Calvino si rivela più chiaramente che altrove come una delle ultime grandi figure del Medioevo. Per lui era perfettamente chiaro che qui erano in gioco la maestà di Dio, la salvezza delle anime e la stabilità del cristianesimo». Ma la condanna a morte di Michele Serveto «ha posto la questione della libertà religiosa per le Chiese evangeliche in un modo che non aveva precedenti». Calvino scrisse un libro per spiegare il suo comportamento nel caso Serveto. Ma subito dopo a Basilea fu pubblicato un altro libro anonimo (attribuibile a Sebastiano Castellione) che contestava le tesi di Calvino. Nel Novecento, agli inizi degli anni Cinquanta poco tempo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Bainton ne traeva la seguente morale: «La storia di Calvino e Serveto vuole farci comprendere che i nostri slogan per la libertà vanno continuamente ripensati daccapo. La severità di Calvino, e persino la preoccupazione per la vittima, era figlia dello zelo per la verità. La morte non gli sembrava una pena troppo dura per chi avesse travisato la verità di Dio. Oggi ognuno di noi sarebbe il primo a scagliare una pietra contro l'intolleranza di Calvino, ma dovremmo fermarci a riflettere perché, proprio noi che siamo esterrefatti di fronte a un uomo che brucia a causa della religione, siamo quelli che non esitano a ridurre in cenere intere città per preservare la nostra civiltà». E il riferimento andava a Berlino, Hiroshima e Dresda, rase al suolo dagli inglesi e dagli americani nella fase finale della guerra.
In questo libro, scrive adesso - nella prefazione - Adriano Prosperi, «i due nomi del biografo (Bainton) e del biografato (Serveto) formano un tutto inscindibile; l'eretico e ribelle spagnolo mandato al rogo nel Cinquecento e l'appassionato storico e combattente per la libertà di coscienza del XX secolo formano una di quelle coppie che nascono in certi casi quando lo storico incontra un altro essere umano al di sopra dei secoli e sa restituirgli vita e giustizia». Da sempre la figura dell'eretico mandato al rogo da Calvino è stata al centro di dibattiti. Dai toni aspri, talvolta. Serveto, scrisse Charles Donald O'Malley, aveva un «talento per le avventatezze» e «molti guai se li andava a cercare». Ma altri due studiosi, Alexander Gordon e Henri Tollin, dimostrarono che la sua teologia e il suo uso del latino erano stati di grande valore. Infine, relativamente ai toni particolarmente aspri della controversia tra Serveto e Calvino, Peter Hughes (in un saggio riportato nel libro edito da Fazi) ha scritto: «La presunta insolenza di Serveto va giudicata secondo lo stile politico del tempo; se la denigrazione a mezzo stampa fosse stata un crimine, Calvino avrebbe potuto essere condannato innumerevoli volte».
Un altro studioso che si appassionò al libro di Bainton è stato Angel Alcala, al quale si deve la versione spagnola (1973) del testo. Anche Alcala fu colpito dal fatto che il libro di Bainton in fin dei conti esortava a «imparare, dall'intolleranza di Giovanni Calvino, la lezione sulla libertà di coscienza». Siamo qui sul terreno che per certi versi vedeva assieme il nuovo Papa, Calvino, e i tradizionali pontefici dell'Inquisizione. Con l'uccisione di Serveto, osserva Prosperi, «il conflitto ufficiale tra le Chiese svelava la realtà sotterranea di una tacita alleanza nel combattere l'eresia come minaccia di dissoluzione di ogni potere ecclesiastico». Le polizie cattolica e calvinista «collaborarono nel caso di Serveto obbedendo all'istinto di conservazione dei poteri ecclesiastici uniti davanti agli eretici radicali che ne demolivano le stesse basi». Cosa che era già accaduta qualche anno prima con un ex monaco benedettino e profeta al quale lo stesso Prosperi ha dedicato un rilevante saggio: L'eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta (Feltrinelli).
Nell'affaire di Giorgio Siculo era stata la denunzia dell'esule Pier Paolo Vergerio a mettere l'eretico nelle mani dell'Inquisizione. Ma il processo a Serveto fu molto più clamoroso, «suscitò una reazione vasta e diffusa perché, nella città che era il rifugio degli esuli per ragioni di fede, fece riapparire il volto della Roma papale, con la sua pretesa di imporre l'obbedienza a una verità proclamata dall'alto». A conferma di ciò, a Ginevra giunsero da Roma «imbarazzanti riconoscimenti» come quello di Roberto Bellarmino, che addirittura elogiò il comportamento di Calvino. Da allora in poi, prosegue Prosperi, «l'ombra di Serveto visitò a lungo gli incubi delle Chiese riformate europee».
Ed è qui che le vite di Bainton e di Serveto si intrecciano ancora una volta. Bainton «era pur sempre il ministro di una Chiesa nata dalla Riforma e per lui si pose in modo speciale il problema di capire tutti i protagonisti del dramma che si consumò allora a Ginevra». E a questo proposito il prefatore esorta a tenere ben presente una circostanza che ai lettori italiani potrebbe sfuggire: «Nell'Europa riformata la polemica che si accese subito contro la sentenza capitale non si è mai placata, nemmeno dopo che col Novecento a Ginevra fu deciso di erigere un monumento alla vittima di quel rogo». Bainton, come si è detto, scavalca la questione guardando a Calvino non già come Max Weber, cioè il fondatore dell'età moderna, bensì come «una delle ultime grandi figure del Medioevo».

«Trinità», affresco di Masaccio (1401-1428) nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze«Trinità», affresco di Masaccio (1401-1428) nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze
Secondo Bainton «la morte di Serveto ebbe un effetto positivo: quello di porre la questione della libertà religiosa all'intero mondo della Riforma prima che a ogni altro, come dire che dagli errori si può imparare». Bainton «si sentiva libero dai risentimenti e dalla violenza delle controversie tra le Chiese». Il problema della libertà religiosa «gli appariva come un aspetto fondamentale della storia e della realtà del mondo contemporaneo alle prese coi regimi totalitari e in particolare col comunismo sovietico, come sottolineò nella premessa al libro (La lotta per la libertà religiosa, edito in Italia dal Mulino) che dedicò all'argomento e dove riassunse i risultati delle sue ricerche». Quello di Bainton, scrive Prosperi, «era uno sguardo da lontano, attento a non alterare nulla delle vicende concrete e delle idee degli uomini del Cinquecento... le parole conclusive del libro di Bainton invitano il lettore a riflettere e a sfuggire alla facile scelta di stare oggi per allora dalla parte giusta».
Scrive Prosperi che l'eredità intellettuale di Serveto fu raccolta, difesa e approfondita specialmente qui da noi. Anche «il Serveto martire trovò tra gli italiani uomini capaci di dar vita a una battaglia di scritture per denunziare l'abuso della forza in questioni di coscienza». Esuli che «dovettero fare i conti con la violenza di Chiese in conflitto tra di loro ma solidali nel reprimere coi roghi le dottrine di Serveto... uomini come Bernardino Ochino, Camillo Renato, Giorgio Biandrata, Valentino Gentile, Gian Paolo Alciati reagirono non solo in difesa di Serveto ma per rivendicare il diritto alla libertà religiosa». Con loro Matteo Gribaldi, professore di diritto a Padova, e il senese Mino Celsi. «La causa della libertà, il diritto di professare le proprie idee, la convinzione, allora espressa dall'umanista savoiardo Sebastiano Castellione, che uccidere un uomo non era affermare un'idea», scrive ancora Prosperi, «furono le convinzioni sostenute e portate avanti con grave rischio personale da italiani esuli, perseguitati, cancellati dalla memoria del nostro Paese ma eredi di una cultura che pur sempre in Italia aveva avuto la sua culla». Era «una piccola pattuglia di sopravvissuti alla fase della prima diffusione dell'eresia radicale in Italia, quando le sue tesi venivano discusse animatamente nelle piazze e nelle botteghe delle città italiane». Qui «le dottrine antitrinitarie e anabattiste avevano attecchito rapidamente rivelando una carica eversiva tale da preoccupare autorità ecclesiastiche e poteri politici».
Si tenne addirittura una sorta di concilio segreto, a Venezia, nel 1550, mentre il Concilio di Trento stentava a riprendere. Concilio segreto che si concluse fissando come dottrine comuni la negazione della Trinità e della natura divina del Cristo, il rifiuto del battesimo dei bambini e quello di accettare uffici e magistrature dal potere politico. Erano anni (fino al 1559 quando l'Indice ne decise la distruzione) in cui i libri di Serveto venivano tradotti e passavano di lettore in lettore. Al punto da farne un modello di riferimento.
Un'attenzione particolare, in questo saggio introduttivo, Adriano Prosperi la dedica al rapporto tra Bainton e Delio Cantimori, lo studioso che alla fine degli anni Trenta scrisse quello che ancora oggi è considerato un capolavoro storiografico in questo campo: Eretici italiani del Cinquecento (Einaudi). Bainton lo incontrò una prima volta nel 1932. Tra i due, osserva Prosperi, «c'era una divisione non solo di stile ma anche di metodo e di personalità: se Bainton era portato al racconto delle vite, Cantimori era attento alle dottrine, ai percorsi delle idee». Ma Cantimori ebbe un ruolo decisivo nell'approccio di Bainton ai temi di cui si stava occupando: fu Cantimori a spiegargli che per gli italiani «la parola "religione" equivale non a "cristianesimo" ma a "frequenza alle cerimonie cattoliche"».
Delio Cantimori fu uno storico diversissimo dal collega statunitense, ma quest'ultimo si sentì in dovere di lodare e condividerne l'atteggiamento di simpatia e di distanza con cui l'italiano aveva affrontato la vicenda degli eretici. Tra i due era nato un rapporto di amicizia e di confidenza. «Un dialogo», scrive Prosperi, «da "cavalieri antiqui", cittadini di Paesi nemici e di fede tanto diversa quanto il cittadino della democrazia americana poteva esserlo dal suddito fascista e poi comunista di una dittatura europea».
Lo storico americano, ricorda il prefatore del libro, fu tra i primi a conoscere la conversione di Cantimori dal fascismo al comunismo. Accadde all'incirca nel 1938. Bainton fu sconcertato da quella decisione e ne chiese conto allo storico italiano, che, comprensibilmente, non volle spiegargliela per lettera. Rinviò ogni chiarimento al giorno che si fossero incontrati di persona. Dovevano passare molti anni, quasi venti, si rividero a Londra nel 1957. Cantimori, riferisce Prosperi sulla base dei ricordi di Bainton, gli disse che per lui «il Partito comunista era il solo che poteva realizzare in Italia una rivoluzione simile a quelle puritana, americana e francese... e questo perché il Pci era - secondo lui - l'unica forza politica italiana che non sarebbe scesa a patti con la Chiesa». Parole che dimostrano quale sproporzione ci fosse in Cantimori - e in quasi tutti gli storici - tra la capacità di analizzare la realtà a cui si applicava per ragioni di studio e quella di comprendere a fondo il mondo negli anni in cui si trovò a vivere.

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