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martedì 24 gennaio 2012

«È la scrittura il luogo dell’incontro»

CULTURA

«È la scrittura il luogo dell’incontro»

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claudiofava
C’è un senso profondo di libertà nello scrivere che non mi abbandona mai». Così Claudio Fava, in un pomeriggio freddo d’inverno, tra gallerie ferroviare e linee telefoniche ballerine. Si parla di scrittura come luoghi dell’incontro, anche se ascoltandolo è il colore morbido della voce a stupire, come se tutta quella libertà di cui racconta all’improvviso si sciogliesse e ti rimanesse appiccicata addosso. «Sì, scrittura è leggerezza. Ma è anche professione, quella che mi permette di guardare alle cose di ogni giorno e continuare a gioirne, di raccontarle col mio personale vocabolario di significati. Scrittura che a tratti si trasforma in pretesa, richiesta, sacrificio. Un sacrificio a cui mi abbandonerei molto più spesso, come un uomo ottocentesco alle prese coi suoi amati volumi, anche se poi la vita, troppo spesso, va in un’altra direzione, e la parola all’improvviso diventa margine. Coscienza muta. Silenzio».

Un silenzio che abita anche le lunghe ombre di “Lavori in corso”, pièce di cui Fava firma il soggetto e che sarà in scena al teatro Massimoda stasera fino a domenica (regia di Ninni Bruschetta). Una storia che parte da un ponte, quello di Messina, e che narra delle possibilità di costruzione - atto di speranza ma anche d’indolenza- che aleggiano sulla vita della gente di Sicilia. Storie di strada, di connivenze, di omertà e insegnamenti mafiosi ambientate nei ventri di città talmente belle da essere celebrate come unaliturgia. «Scrivere, in particolare per il teatro, è il mio personale modo di attingere alla verità: la parola sul palcoscenico, a differenza del cinema, non ha l’umiltà di essere al servizio dell’immagine. Sulla scena la scrittura si fa corpo trapassata solo dall’interpretazione dell’attore».

E sulla scena di “Lavori in corso”, la parola di chi si ribella è quella di Don Puglisi, prete siciliano, prete martire, uomo semplice di chiesa che davanti alla mancanza di senso non si stanca mai di chiedere “perché?”. Sì, perchè? Èquesto il punto nodale dello scrivere di Claudio Fava (autore di cinema e di teatro, ma anche giornalista e uomo politico di razza): l’accettazione delle mancate risposte e la tolleranza nei confronti dei rapporti di connivenza che costituiscono la debordante tragedia di tutti i popoli del sud.«Ho immaginato i ponti come metafora dell’esistenza, e penso che prima o poi quel chilometrico ammasso di calcestruzzo e cemento e bulloni si realizzerà, oramai poco importa, maè la vigilia dell’attesa che mi interessava raccontare, la parola epifanica a cui ci abbondiamo, quel vivere nel gorgo dell’attesa con personaggi macondiani ridotti a maschere, che strappano anche parvenze di sorriso nella loro inquietante insensatezza. Sorrisi amari, simbolo di un’asprezza del vivere quotidiano che oramai ci accomuna tutti, a San Giuseppe Iato come a Lula».

Luoghi, appunto, privi di differenze, dove i ponti sono solo i tanti pretesti, le lunghe ombre molli di scirocco prodotte dalle mancate scelte. «La Sardegna suscita in me quella “sicilitudine” che alla fine me la rende vicina e familiare. La vostra isola l’ho conosciuta anche per averla rappresentata politicamente, terra ostaggio di una pessima politica che a livello regionale fa affiorare tutta la sua debolezza. Anche in Sardegna si usano i ponti come pretesto, è la metafora dei “Cento passi”, quella misura che ci divide tra il bene e il male, tra l’orgoglio del riscatto e lo squallore dell’omissione. La scrittura come strumento di verità oggi può molto: attraversa la forma del dubbio e mette in luce il feroce gioco delle cifre». (Donatella Percivale)
da Sarddegna24

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