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martedì 10 gennaio 2012

Murales per sale d'aspetto Graffiti e i nomi di nuovi italiani


Le storie

Murales per sale d'aspetto
Graffiti e i nomi di nuovi italiani

"Finalmente Aladiah amore di Papi" insieme a Suami, Miriam, Alysia. Ci sono nomi specchio dei tempi: "Nathan quanto sei bbono"
e "Mya te stiamo a aspetta'". "Lorenzo bello di nonno", "Claretta bella di zia", "Un sogno di nome Melissa", "Daje Christian". A Roma, reparto maternità: mentre le madri partoriscono, padri, parenti e amici scrivono sui muri messaggi ai bambini che stanno per nascere. Vandalismo, ma anche un rito di speranza che resiste alla modernità

di CONCITA DE GREGORIO Download now. Scarica adesso. Nel tempo senza tempo del clicca qui, ora, e sarai a Nuova Deli fra un attimo, corri in Formula Uno sulla Wii e fai Capodanno in videochat con gli amici in America resta davvero poco nella vita reale di cui non si sappia con esattezza quanto tempo ci voglia a ottenere il risultato, nessun display che ti dica "mancano 34 minuti al completamento dell'operazione" così che metti su il caffè, fai una telefonata e quando torni puoi tranquillamente rientrare nell'immobile presente globale, in viaggio davanti al tuo schermo.

Restano, a ricordarci che siamo tutti figli dell'attesa - parola fastidiosa, desueta e ai più piccoli quasi sconosciuta - due soli episodi. Pochi, tuttavia di una certa importanza. La nascita e la morte si prendono il loro tempo a dispetto delle previsioni, delle cure e soprattutto della volontà di chi le attraversa. Il modo che scelgono non dipende da noi. Il giorno e l'ora sono ignoti. Bisogna aspettare, che è un'arte - la pazienza - e una virtù a rilascio lento, si impara tardi e di solito a un prezzo che non si conta in moneta, a volte non si impara mai.

murales dell'impazienza - titolo ideale: "Asia, sbrigate" - incisi e dipinti nelle sale d'aspetto dei reparti maternità sono i trittici contemporanei dell'Avvento, versione pop degli affreschi del tempo in cui davvero c'era tempo, tanto. Meravigliose cronache di un immaginario impermeabile ai sondaggi di opinione e di mercato raccontano un'Italia sprovvista del senso dell'ineluttabile e dell'essenziale necessario. Parlano di un Paese multietnico dominato dalla cultura televisiva e divistica dove il nonno si chiama Sandro e la nipote Suyana, di un nuovo alfabeto colmo di acca iniziale, di ipsilon e di kappa, vocali e consonanti ignote alla memoria scolastica degli abbecedari. Parlano della scomparsa della parola scritta e descrivono in una foto ("Shanel, ti amo") il sogno di avere una figlia che come quella di Totti porti lo sponsor incorporato alla nascita e l'evidenza del sapere - persino quello dei marchi - soltanto orecchiato, mai letto, sentito alla radio e in tv. Insieme, però, narrano di una commovente condizione di impotenza e struggimento e dell'unica vera ricchezza di cui anche chi non ha nient'altro può disporre, dell'unica fonte di felicità assoluta colta nell'attimo in cui si manifesta, che dopo sarà un'altra storia: avere un figlio, questo è quel che rende tutti in quell'istante ugualmente disarmati e colmi di meraviglia.

I padri, specialmente, sono quelli che scrivono. I padri aspettano mentre le donne partoriscono e con loro i nonni, gli zii e a volte i cugini se va per le lunghe. "Papà Fabio aspetta Alysia", da Fabio ad Alysia qualcosa di definitivo è successo nella cultura diffusa del Paese se è vero, come sempre è stato e sempre sarà vero, che nel nome che si sceglie per i figli è scritto il destino che vorremmo per loro. Papà Fabio, 22 anni, scrive che sentirsi papà gli sembra strano, "kissà xché". Sono ammesse ipotesi di fantasia. Anche "nonna Laura e nonno Sandro che non vedono l'ora" di conoscere Suyana devono essersi fatti qualche domanda, ma anche no. Bellissima la convivenza del vernacolo (sono ospedali romani, questi delle foto) coi nomi da rotocalco, corto circuito e vero specchio dei tempi. "Daje Brian" una della più efficaci, ma anche "Nathan quanto sei bbono", e "Mya te stiamo tutti a aspetta'". Si contano, nei graffiti, otto Asia, tre Mathias, quattro Ilary. Poi però c'è due volte Eleonora, due Aurora, una Matilde. Due "Sofia bella", una "Penelope che come una femmina che si rispetti si fa attendere da undici ore". Shanel che nasce dopo "meritata attesa", non è chiaro meritata da chi ma si coglie il senso: ne valeva la pena.

I nonni sono i migliori poeti. "Viola come un manto di stelle come un piccolo fiore che penetra nel cuore. Nonno Guido". Anche "Lorenzo bello di nonno" e "Benvenuto pisellone" fanno la loro figura. Nel capitolo zii ecco "Daje Christian nun ce passa più" e "Mary, te stiamo a aspetta'", "Claretta bella de zia", "Daje bello de casa", ma poi subito "Ave Cesare": enorme, imperiale.

Scorrendo ancora gli annunci olografi ecco Noemi, e speriamo bene che non sia per quello, tre volte. Miriam molte, Diego parecchi, Denise con la e finale e senza, in quest'ultimo caso anche con due enne. "Ilaria e Nicholas i due gemellini più in di Roma", più fortunata la femmina, "Tommaso e Santiago", "Aurora e Damiano". Ginevra sette volte, senz'altro il podio. "E daje Gine'" forse arbitrariamente nel computo, difficile però sia Ginestra.

Poi gli italiani che legittimamente portano nomi per noi inconsueti: "Finalmente Aladiah amore di Papi" tiene insieme un'origine speriamo remota e il consumato vezzeggiativo. Suami e Melissa sono nate nello stesso minuto, "un sogno di nome Melissa". Mirco e Tasdid lo stesso giorno, nello stesso luogo. Sollievo, speranza. Che poi l'attesa in comune porta condivisione, e la condivisione conoscenza. Di Cesare e di Aladiah sarà l'Italia domani, di Miriam e Alysia. Tantissimi caldi auguri, davvero partecipi. Fraterni. Daje regazzi'.

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