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martedì 31 gennaio 2012

La strada per Hatta in compagnia di un'ombra fra l'Emirato del Dubai e il Sultanato dell'Oman di Federico Cugurullo

Giramondo

La strada per Hatta in compagnia di un'ombra
fra l'Emirato del Dubai e il Sultanato dell'Oman

di Federico Cugurullo
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Sono passate poche ore da quando il sole ha reclamato il suo diritto sul cielo. Hai lasciato Dubai alle prime luci dell'alba e ora la tua schiena è abbandonata sul sedile di un grosso fuoristrada diretto verso l'orizzonte. La tua meta è Hatta. Una piccola fascia di territorio dai confusi confini politici e geografici schiacciato tra l'Emirato di Dubai e il Sultanato dell'Oman. L'omonima città conta una moschea, due massicce torri costruite più di tre secoli addietro ai tempi della dominazione inglese, e uno sparuto gruppo di case. Ma non è di lei che si cantano le bellezze. Oltre il suo perimetro, oltre il regno dell'uomo, dove il deserto è l'unico sovrano, si narra di un posto magico fatto di acqua e di roccia. Delle sorgenti che squarciano la terra andando a scorrere nel letto di fiumi morti secoli e secoli orsono. Le sorgenti di Hatta, ambita meta di coloro che non temono raggi di sole taglienti come spade e infinite distese di nulla. Lontano dalla civiltà e dalle sue sicurezze.
L'idea di andarci soltanto in compagnia della tua ombra ti ha attraversato il cervello per qualche istante. Non ci hai messo molto a capire che non sarebbe stata una scelta saggia. Hai sentito di gente che si è avventurata da sola nel deserto per non fare più ritorno. Hai sentito l'odore della paura nella voce degli uomini che ti hanno raccontato dei pericoli che si nascondono nella sabbia. E così hai deciso di unirti a un gruppo di altri avventurieri stanchi come te delle illusioni di Dubai. Chi vi guida è un espatriato proveniente da Albione. Ha raggiunto queste terre un paio di anni fa in cerca di fortuna. Pare l'abbia trovata, ma che parte della sua anima non sia comunque sazia. Ti sorride attraverso lo specchietto retrovisore. Puoi leggergli l'eccitazione negli occhi. Ti hanno detto che partire per il deserto è come prendere il largo con una nave. Non importa la lunghezza del tragitto. Non importa quante volte l'abbia percorso. Il senso di mistero e avventura è sempre intatto. E adesso lo senti battere dentro di te.
La strada è un serpente nero che striscia in una monotonia di bianchi e di ocra. Il tuo sguardo si perde oltre il finestrino. Qualche casupola in mezzo al nulla. I profili aguzzi di una catena montuosa a Est. Un paio di cammelli immobili come in un dipinto. Dubai è un miraggio lontano. I suoi grattacieli sono spettri che danzano all'orizzonte. Il loro richiamo è appena udibile. Li senti sbeffeggiare il deserto. Li senti promettere ricchezze, lussi e agi per il resto della tua vita. Li senti chiederti di abbandonare la rotta e tornare indietro. Verso la prigione d'oro che anni di capitalismo sfrenato hanno costruito. Poi le loro voci vengono disperse da una folata di vento. La sabbia le porta via, e il tuo respiro rallenta. Tutto è bagnato da una luce che non trova ostacoli. I colori vengono diluiti dal sole e i tuoi occhi percepiscono soltanto una pallida armonia. Ti perdi nei tuoi pensieri, e quando il fuoristrada si ferma improvvisamente potrebbero essere passate ore come una manciata di secondi. Ti guardi attorno in cerca di una spiegazione, e il perché della fermata è presto evidente. Avete raggiunto quella che ha tutta l'aria di essere una piccola stazione militare. Un cancello, delle mura e molto filo spinato. Un uomo in mimetica ti sbarra la strada. È uno del posto. Il naso aquilino e il taglio affilato della barba non mentono. Porta degli occhiali a specchio che gli cancellano ogni espressione dal viso, e imbraccia un pesante fucile mitragliatore. Sei nel deserto, ma per un attimo la temperatura scende sotto lo zero. Guardi la guida. L'Inglese è tranquillo. Capisce la tua preoccupazione e ti spiega che da qua in poi ci sono un paio di kilometri di nulla politico. Né Dubai. Né Oman. Terra di nessuno, dove i controlli sono frequenti. Quando nel 1971 gli Emirati acquisirono l'indipendenza, mappe furono tracciate e confini stabiliti. La geometria arrivò a segnare linee sulla sabbia e sulla roccia. Appaiono perfette quando osservate nelle immagini satellitari. Ma la realtà è ben diversa. Ci sono zone dove l'arbitrio dell'uomo ha fallito. Zone di vuoto dove le regole euclidee non hanno potere alcuno. Zone come Hatta. Il soldato si fa avanti e l'Inglese lo anticipa con un 'Salam'. È il tradizionale saluto in lingua araba. Letteralmente significa 'pace'. Parecchio appropriato in questo momento. "Wa alaykum al-salam" risponde il soldato. 'Che la pace sia con te'. Vuole controllare i documenti, e tu e i tuoi compagni provvedete a non farlo aspettare. Il tempo si ferma mentre il guardiano del passo ispeziona le carte. Sembra essere tutto in regola, e dopo qualche minuto l'Inglese fa girare la chiave e siete di nuovo in moto. Mentre vi allontanate dal check-point, ti giri e scopri che la macchina dietro di voi non è stata altrettanto fortunata. I passeggeri sono stati fatti scendere. Per un ulteriore controllo, presumi. Se tutto va bene se la caveranno in meno di un'ora. Se invece le cose dovessero andare male … Ripensi al fucile e al suo luccichio famelico. Sussurri inconsciamente un 'buona fortuna' e ti volti. Ci saranno altri controlli lungo la via. La strada per Hatta è lunga, e il vero viaggio inizia adesso. 

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