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lunedì 23 gennaio 2012

Non è che le manchi il suono, è che possiede il silenzio. Fina Garcìa Marruz

Non è che le manchi il suono, è che possiede il silenzio. Fina Garcìa Marruz

di vivianascarinci

Riferirsi all’acqua come tramite per intendere un transito autonomo che da una condizione conduca più che a un’altra, a una proprietà mutevole dell’essere. Riferirsi all’acqua come un elemento capace di una contaminazione che una sola goccia può infondere fino a permanere in chi è colpito, nel profondo, come un segno caduto per guadagnare una fuga dello sguardo su un passaggio conchiuso come quello quotidiano. E’ questo il battesimo essenziale con cui le cose si danno al loro Dio in un aspetto assunto solo per mentirsi. L’immagine di questa singola goccia, del potere che significa cadendo sul capo di una persona, definisce più che molte pagine, la poesia di Fina Garcìa Marruz. poetessa cubana nata nel 1923 e voce femminile tra le più significative della poesia ispanoamericana del secolo scorso. Il potere battesimale di una goccia d’acqua, caduta su una certa strada percorsa sempre, è in grado anche di cauterizzare l’elargizione di un entusiasmo, come di quelle magie eccessive che le persone si scambiano volentieri a dimostrazione di qualcosa. La goccia è una cattura magica dell’eccesso, stana dal sogno delle cose, per ridare loro una verosimiglianza al reale. L’esattezza della trappola cui la goccia ti destina o ti libera mirandoti, è data dalla pratica alchemica dell’acqua come se di volta in volta quell’unica goccia che ti colpisse dall’alto, fosse un distillato di innocenza, deprivazione, necessità, una metamorfosi del creato che secerne in una goccia lo stato d’anima più terribile, quello che monta un agguato sempre. “Quando in mezzo alla gioia del gioco sentivo all’improvviso come se tutto si vuotasse: una volta mi accadde mentre mi lavavo la testa e allora vidi la pila dell’acqua diventare spaventosamente vuota, un’altra volta ero nel parco: io tremavo di paura ma non che mi succedesse qualcosa, bensì che sopraggiungesse “quello” che io conoscevo bene, che andava e veniva quando voleva lui e non io” (Fina Garcìa Marruz). La poetessa sa bene di non sapere quando e come, di essere sorpresa dal battesimo essenziale di chi vive all’aperto di un porto in cui a salpare e ormeggiare sono solo i bastimenti che accettano la loro sospensione sul mistero dell’acqua.

Non è che gli manchi/ il suono,/è che possiede/ il silenzio fgm
di Fina Garcìa Marruz
Attenti voi a camminare per le strade strette dell’Avana Vecchia – ufficio, tipografia, ministero, pasticcini profumati color violino-, attenti potreste di colpo essere sorpresi dalla goccia d’acqua che discende da un piano alto, che può cadervi nel mezzo della testa, sulla spalla, sull’abito, senza preavviso, attenti a questa goccia d’acqua che sta sempre lì sospesa come una minaccia, attenzione, che potremmo mutarci in mendici imprevisti e far sì che i nostri passi lambiscano, con fame di cane, le lattine. Non andate voi che conoscete questo battesimo essenziale, fastidio e orgoglio dei suoi iniziati, a uno dei suoi più diafani misteri. Entrino solo quelli che apprezzano l’esattezza di quella trappola che ci toglie dall’eccessiva magia della passeggiata del mattino, o di un mezzogiorno quando la luce si squaglia lì, come un pezzo di marzapane natalizio, o della notte quando gli androni creano ombre gialle. Questa goccia d’acqua da sola contiene, nella sua triplice essenza, qualcosa che non sapevamo, che sì sapevamo, di questa Avana Vecchia, in lei sublimata – pipì di bimbo, annaffiatura del balcone povero, lacrima – saluto distratto con cui la strada premia, come può il nostro passaggio d’amore nella sua luce alta e ripartita, che sempre corteggia il bianco e l’azzurro imprigionati nella vetrata o il suo spruzzo tra l’odore di molluschi putridi e la nave che sta per salpare.
°
Voglio scrivere con il silenzio vivo.
Voglio dire quello che la mano dice.
Perché tu leggi meglio il testo vivo
E l’anima nella sua lotta muta scrive.
A volte l’ombra bianca batte la roccia
Di spumeggianti caverne e ne orla
Le fauci con una frangia che fa e disfa
Segni che tu decifri. Che la bocca
taccia e dia nel bianco nell’eroico
sforzo che si perde. La poca luce,
l’allontanarmi da te d’ogni giorno,
sono pause del senso, incompiute
immagini di me. La linea informe
salta e completa tu, la melodia.

da viadellebelledone

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