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venerdì 30 marzo 2012

"Lo statista": cronaca di un presidente "eversivo", nonostante gli applausi

Nando Dalla Chiesa, autore de "Lo statista" (Melampo editore) Nando Dalla Chiesa, autore de "Lo statista" (Melampo editore) 

"Lo statista": cronaca di un presidente "eversivo", nonostante gli applausi

di Antonella Loi
"A chi non ha applaudito". La dedica che apre il libro di Nando Dalla Chiesa è un'indicazione immediata sulla strada che dal cimitero monumentale di Sassari, dove Francesco Cossiga è stato tumulato dopo la morte, nell'agosto del 2010, ripercorre a ritroso cinquant'anni di una folgorante quanto controversa carriera politica. Lo Statista - Promemoria su un presidente eversivo, edito da Melampo, è un atto d'amore verso "l'altra verità" e contro ogni acritico conformismo proprio del "democratico pubblico plaudente", sempre pronto a concedere "una sorta di zona franca nella vita politica e sulla stampa". Giovanissimo deputato democristiano, quindi ministro dell'Interno con Moro e poi con Andreotti, passando per la presidenza del Consiglio e fino al Quirinale, quella del "picconatore" è la metafora della storia stessa dell'Italia del secondo dopoguerra. Ma c'è anche molto di personale nella ricostruzione minuziosa, fatta attraverso testi e articoli di giornale. "Non posso dimenticare le tante malevolenze che Cossiga espresse su mio padre. La pietà per la morte non cancella i ricordi", diceva l'autore all'indomani della morte dell'ex presidente della Repubblica. "Di segreti Cossiga ne ha conservati tanti e falsi segreti li ha alimentati con le sue interviste", aggiungeva. 
L'assunto dal quale parte l'autore, professore di Sociologia della criminalità organizzata alla Statale di Milano e figlio del generale Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia nell''82, è che quella qualifica di "statista" rappresenta nulla più che un esercizio retorico, finalizzato a nascondere più che a celebrare, su uno spaccato politico controverso a cavallo tra primo e secondo atto della Repubblica. "Lo statista è una persona che si fa carico dei problemi dello Stato, a volte violando le sue convinzioni o i suoi interessi - ci dice in una pausa del ricevimento studenti Nando Dalla Chiesa -. A volte lo statista è perfino cinico per come deve tenere conto dell'interesse dello stato. Che non vuol dire che uno statista sia una persona senza macchie morali, però quelle macchie se le procura per fare l'interesse dello Stato. Nel senso che se si trova davanti a dei dilemmi etici sceglie lo Stato piuttosto che altri interessi legittimi".
Nel caso di Cossiga la parola è abusata?
"In Cossiga tutto questo che ho detto non esiste: non c'è mai lo Stato, c'è lui. E lui diventa il principio superiore e quindi i ricordi che ha del terrorismo sono sempre legati non ai familiari delle vittime per esempio, ma a lui con Moro, lui con Donat-Cattin in una lettura totalmente autocentrata. Lo statista, invece, mette al primo posto lo Stato".
Nel suo libro lo chiama "presidente eversivo". Come ha caratterizzato l'Italia?
"Ha significato un'assoluta anomalia da un punto di vista costituzionale, per questo dico un presidente 'eversivo'. Un capo dello Stato, custode supremo della Costituzione, che invece la attacca e spesso la umilia con le sue parole e i suoi comportamenti. Soprattutto attacca lo spirito della Costituzione quello che non è scritto".
Cioè?
"Il rispetto per le istituzioni, il senso del dovere di chi le rappresenta, dovere verso tutti. L'idea di una democrazia fondata su particolari diritti e doveri, con i doveri che salgono man mano che salgono le responsabilità. Su questo, per usare il suo verbo, viene 'picconato'. E' anomalo che questa 'picconatura' venga interpretata e ricordata come un elemento di innovazione coraggiosa da parte di chi avrebbe dovuto criticarla e arginarla. E' un'assoluta anomalia e, volendo, è il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica". 
Cossiga, all'epoca ministro dell'Interno, appare come grande manovratore della vicenda Moro. Lei mette in luce tutte le tante incongruenze di quei giorni, anche rispetto alle esternazioni più recenti. In un'intervista di pochi giorni fa su Panorama, Maria Fida, la figlia dell'allora segretario della Dc, sembra però dare ragione all'ex capo dello Stato ammettendo che qualcuno agì per dividere la famiglia.
"Quella di Maria Fida mi sembra una ricostruzione debole. Da una parte ci sono le Brigate Rosse e dall'altra c'è lo Stato. Poi ci sono tutti quelli che cercano di svolgere una funzione intermediaria. La famiglia chiede la liberazione di Moro, non c'è ombra di dubbio. Poi al loro interno possono aver avuto, com'è ovvio in una situazione così delicata e tragica, delle opinioni differenti, è normale. Il dato però è che la famiglia chiedeva con forza che si trattasse perché Moro si salvasse. Anche Moro chiede la sua liberazione, chiede di trattare e di fare quello che, tra l'altro, sarebbe stato fatto qualche mese dopo con Ciro Cirillo (quando lo Stato, al contrario, scese a patti con le Br ndr). Tanto che Cossiga rimproverò a Moro di attribuire a suo nipotino un valore superiore rispetto allo Stato. 'Il nipotino Luca conta più dello Stato', disse".
Dalle vittime di piazza a Roma e Bologna nel '77 a Gladio, passando per la P2: tante ombre intorno a Cossiga. E poi la strage di Bologna per la quale solo di recente l'ex presidente della Repubblica, in un'intervista sul Corriere, ha tirato fuori dal cilindro la famosa "pista palestinese" in alternativa alla "pista nera" accreditata fino a questo momento.
"Ecco, questo fatto non si concilia per niente con lo statista, con l'uomo politico, con il presidente della Repubblica. Lo statista sa quali sono i poteri dello Stato e sa che se ha delle informazioni sulla strage più terribile d'Italia, avvenuta nel periodo in cui lui era a capo del governo, va dai magistrati e racconta quello che sa. Questo non è accaduto. Anzi li chiama gli 'amici' della Resistenza palestinese. Possibile che chi lo ha intervistato non gli abbia chiesto conto di queste affermazioni? Perché usa questo linguaggio perché non è andato dai magistrati, che prove porta a supporto di quello che sta dicendo? Quello che stupisce è proprio questo rapporto con la stampa, anche quella forte che potrebbe permettersi di porre dei problemi e degli interrogativi e non di una stampa dipendente, non il suo giornalino. Colpisce il fatto che Cossiga non ha il suo giornale, non è proprietario di un quotidiano, non ha un conflitto d'interessi. Eppure può dire delle enormità". 
"L'intervista a Cossiga": lei scrive che ad un certo punto diventa un genere giornalistico.
"Un genere giornalistico sì, che pure molti cronisti ammettono o l'hanno ammesso dopo l'uscita del libro. Cossiga fa notizia, dicevano. Però bisogna controllare, il giornale ha delle responsabilità quando veicola delle notizie false. Certo che se io dico che la strage di piazza Fontana l'hanno fatta i tedeschi, do una grande notizia. Bisogna vedere se è lecito mettere in giro delle falsità. Una panzana colossale che ha presa nell'opinione pubblica. Senza dubbio è una notizia che la bomba l'abbiano messa i palestinesi, però poi bisogna dimostrarlo".
Nel suo blog lei definisce questo testo "il mio libro pregiato". 
"Al di là dei toni autoironici e autoenunciativi, credo che sia un libro che bisognava scrivere perché queste forme di assuefazione ai concetti per me sono preoccupanti. E' per dire: guardate che c'è qualcosa che va oltre il berlusconismo, c'è una tendenza a omologarsi senza farsi una domanda su alcune convenzioni morali. E uno così diventa uno statista, salutato con rimpianto sia da Alemanno che dalla sinistra, dall'Arcigay come da Casini". 

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