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martedì 6 marzo 2012

Martucci: "Ma quale scherzo. Vi racconto la verità sulla morte di Re Cecconi"

Luciano Re Cecconi Luciano Re Cecconi 

Martucci: "Ma quale scherzo. Vi racconto la verità sulla morte di Re Cecconi"

di Andrea Curreli
In una tragica sera del gennaio 1977 Luciano Re Cecconi viene freddato da un colpo di pistola esploso dal titolare di una gioielleria. "Cecco", come amorevolmente lo chiamavano i tifosi della Lazio, aveva contribuito a regalare ai capitolini uno storico scudetto. Era molto conosciuto a Roma ma non dal titolare di una gioielleria, al secolo Bruno Tabocchini, che scambiandolo per un rapinatore lo uccise. Per anni sulla tragedia di quel calciatore biondo e decisamente poco estroverso è stata fornita la versione dello "scherzo finito male". Questa teoria, rafforzata da un processo frettoloso e da una opinione pubblica soddisfatta, è stata tramandata per 35 lunghissimi anni senza che nessuno avesse voglia o interesse a metterla in discussione.  A ribaltare la tesi è stato il giornalista Maurizio Martucci con il suo libro-inchiesta Non scherzo. Re Cecconi 1977, la verità calpestata (Libreria Sportiva Eraclea, 2012). Il giornalista romano dimostra che "Cecco" rimase vittima di una tragica circostanza, ma non pronunciò mai le parole "Fermi tutti, questa è una rapina" che innescarono nel gioielliere la reazione armata.
Martucci, sono passati tanti anni può brevemente ricordare chi era Luciano Re Cecconi?
"All’epoca era un giocatore molto importante. Aveva una caratteristica distintiva: era biondo. A Roma faceva innamorare le ragazzine e veniva dipinto come un latin lover anche se non lo era affatto. Era un giocatore di primissimo livello ed era entrato nel giro della Nazionale quando le partite degli azzurri erano al massimo 10 all’anno. Se stavi in quel giro era un riconoscimento di prestigio e poi non c'erano i campioni stranieri. Oggi, a distanza di anni, c’è ancora gente che si commuove per la scomparsa di quel ragazzo di 28 anni".
Lei ribalta la versione ufficiale della morte di "Cecco". Come si svolsero i fatti di quel tragico 18 gennaio 1977?
"Luciano Re Cecconi non ha fatto niente. La teoria dello scherzo finito in tragedia è quella della difesa del gioielliere. Bruno Tabocchini portò avanti questa teoria e riuscì ad affermarla in tribunale attraverso un processo per direttissima celebrato in 18 giorni. Un processo anomalo e pieno di pecche. La verità è che si è trattato di una disgrazia. Erano anni particolarmente difficili. Romanzo Criminale descrive in modo filmico quel periodo, ma rende l’idea di una Roma città a mano armata dove c’erano sparatorie e morti all’ordine del giorno".
Ma nello specifico, come si arrivò alla disgrazia?
"C’era un gioielliere che viveva in un clima d’ansia e che aveva già subito una rapina vera scatenando una sparatoria a cielo aperto. Tabocchini era una corda di violino ed era emotivamente molto provato, vide entrare nella sua gioielleria due persone che non conosceva cioè Re Cecconi e Pietro Ghedin, accompagnate da un profumiere romano chiamato Giorgio Fraticcioli. In pochissimi secondi si consumò la tragedia: una incomprensione, Tabocchini che tira fuori la pistola e la punta su Ghedin, poi gira l’arma su Re Cecconi sfiora il grilletto e parte un colpo mortale. Era una pistola priva di sicura e con il cane sensibilizzato quindi è bastato spostare l’arma e sfiorare il grilletto per colpire il calciatore. E’ una dinamica assurda, ma è esattamente questo quello che è successo".
Allora come mai si è creato il mito dello scherzo di Re Cecconi e delle parole "Fermi tutti, questa è una rapina"?
"L’informazione allora era diversa e non c’era la multicanalità. Le notizie venivano veicolate in parte attraverso i giornali e in parte attraverso i canali e la radio Rai. La versione diffusa da questi canali, molto ristretti, fu quella dello scherzo perché l’unico che parlò con la stampa in quel tragico 18 gennaio fu il gioielliere. L’altro testimone oculare dell’omicidio era l’attuale allenatore della nazionale di calcio femminile Pietro Ghedin. Quella sera Ghedin andò a dormire a casa di Gigi Martini, suo compagno di squadra e amico inseparabile di Re Cecconi. Ghedin gli raccontò che 'Cecco' non aveva fatto nulla. Nei giorni successivi, probabilmente pressato dall’opinione pubblica, Ghedin cambiò versione avvalorando la tesi dello scherzo. Anche in tribunale fornì due versioni diverse: nella frase preliminare disse che non c’era stato nessuno scherzo, mentre durante il processo cambiò e ribaltò la sua versione. Infatti dagli atti emerge che anche il giudice gli domandò perché stesse cambiando versione. La tesi dello scherzo a questo punto venne avvalorata anche dal profumiere e nessuno ebbe il coraggio di indagare oltre. Perché? C’è un altro elemento molto importante di questa vicenda: Re Cecconi venne bollato politicamente".
Cosa c’entra la politica con un fatto di cronaca nera indirettamente legato al mondo del calcio?
"Già, cosa c’entra la politica con il calcio? Allora però la Lazio veniva bollata dai mezzi di informazione come una squadra marcatamente schierata a destra. Quindi i media non solo non indagarono sulla morte del calciatore, ma lo bollarono come fascista. Re Cecconi era un paracadutista e quindi l’equazione fu molto semplice: aveva un disprezzo per la vita e voleva viverla in modo spericolato, quindi si era meritato quella pallottola. Non era assolutamente così. Innanzitutto non era di destra, ma semplicemente si disinteressava della politica. Non aveva mai detto: 'Fermi tutti, questa è una rapina'. E questo emerge chiaramente dagli atti processuali. Il mito si crea su questo equivoco con un vortice perverso favorito dallo schiacciamento dell’opinione pubblica foraggiata dalla lobby degli orafi".
La "lobby degli orafi" aveva una forza tale da influenzare l'opinione pubblica?
"All’epoca era una categoria molto forte politicamente. Gli orafi erano costantemente vittime di rapine. Basta pensare a quello che sarebbe accaduto nel 1979 a Milano con Torregiani. Da diverso tempo erano presi di mira da parte dei gruppetti del sottobosco eversivo e dagli extraparlamentari di destra e sinistra che utilizzavano le rapine per l’autofinanziamento. Gli orafi si ritrovarono con un omicidio eccellente, quello di un calciatore famoso, che li portò sulle prime pagine di tutti i quotidiani e sulle reti Rai e a questo punto si strinsero intorno a Bruno Tabocchini pretendendo una sentenza di assoluzione per il gioielliere. Fecero una petizione popolare e presidiarono per 18 giorni il tribunale di Roma. Contemporaneamente Re Cecconi venne abbandonato dalla tifoseria laziale e non venne sostenuto dall'opinione pubblica dopo la demonizzazione subita da parte della sinistra. Abbandonato a se stesso lo sfortunato Re Cecconi, passò il teorema dello scherzo. A questo punto il giudice, nonostante le forti richieste della pubblica accusa contro Tabocchini che smontavano completamente la teoria dello scherzo finito male, diede ragione alla difesa e assolse il gioielliere. Per questo motivo per 35 anni si è perpetrato questo mito".
Quali sono state le reazioni davanti alla sua inchiesta e alla riapertura del caso?
"La prima reazione è stata quella della famiglia di Re Cecconi. La moglie e vedova di 'Cecco' e i suoi figli mi hanno ringraziato perché ho dato loro delle certezze su quelli che fino ad oggi erano solo indizi. Non dimentichiamo che al tempo della tragedia la moglie di Re Cecconi aveva poco più di vent’anni, il primo figlio due e il secondo solo sei mesi. Non avevano seguito il processo e le carte non le avevano mai viste. Quindi una reazione estremamente positiva da parte di chi ha sempre avuto dei sentori che le cose non erano andate come venivano raccontate. C’è stata poi quella altrettanto positiva di tutti gli ex compagni del calciatore. I campioni d’Italia della Lazio sono venuti alla presentazione del libro e di un film sulla vicenda censurato dalla Rai. Anche loro mi hanno confermato che avevano dei dubbi, ma nessuna certezza".
C’è stata però anche qualche reazione negativa da parte dei nostri colleghi giornalisti.
"E’ stata una piccola parte formata perlopiù da alcuni giornalisti dell’epoca che percorrendo il filone del sentito dire e della vox populi hanno avvallato e avvalorato la tesi dello scherzo senza andare a leggere le carte del processo o a raccogliere le testimonianze di prima mano. Si sono scontrati con la mia versione e qualcuno di questi giornalisti non ha voluto accettare la revisione. Invece in questi casi la revisione è importantissima, basta pensare al caso di Donati Bergamini che è tornato alla ribalta in questi giorni con la riapertura del caso e il ribaltamento delle teorie iniziali".
Lei ha accennato anche allo strano caso del film della Rai prima girato, poi censurato e quindi mai andato in onda.
"S'intitola L'appello - Il Caso Re Cecconi, non è mai stato diffuso e nessuno, neanche chi l’aveva interpretato, l’aveva mai visto. La prima assoluta di questo film è stata il 18 gennaio 2012 durante la presentazione ufficiale del mio libro. Il film è stato realizzato nel 1983 e svelava tante verità nascoste, ma venne subito censurato perché la famiglia del gioielliere si oppose denunciando la Rai e lo sceneggiatore. La causa è andata avanti per tredici lunghissimi anni e per tutto questo periodo il tribunale ha intimato alla Rai di non mandarlo in onda. La cosa strana è che la Rai ha vinto la causa, ma poi non l’ha mai mandato in tv arrivando a dimenticarsi di averlo girato. E’ un film importante perché evidenzia tante di quelle falle della vicenda che poi ho riscontrato nel mio libro".

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