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sabato 17 marzo 2012

Wole Soyinka, nigeriano, premio Nobel per la letteratura nel 1986, racconta l'Africa coloniale tra passato e presente


Wole Soyinka, nigeriano, premio Nobel per la letteratura
nel 1986, racconta l'Africa coloniale tra passato e presente

di Paola Pastacaldi


PORDENONE – Il colonialismo non è una parola che appartiene al passato. Il colonialismo, non solo ha lasciato dei segni tutt’ora evidenti nei Paesi colonizzati, - questo lo sappiamo bene - ma vive ancora nei regimi dittatoriali sotto forma di un nuovo colonialismo che a volte è più inetto e corrotto di quello del passato. E’ Wole Soyinka, nigeriano, premio Nobel per la letteratura nel 1986,  -  primo africano a ricevere il Nobel -  a spiegarci questo aspetto dell'Africa moderna.  Wole Soyinka è arrivato sabato a Pordenone, graziosa cittadina del Friuli, in qualità di protagonista del Festival Dedica (che proseguirà sino al 24 marzo) quest’anno interamente dedicato a lui e ai suoi scritti con letture, rappresentazioni teatrali, interviste e musica.

Incontriamo Soyinka insieme ad altri giornalisti al teatro Verdi. Soyinka è drammaturgo, poeta e attore, ha 78 anni, ma non li dimostra. In nessun senso. Una folta capigliatura bianca e ribelle è un tratto distintivo della sua negritudine, mentre una prosa lucida segna la sua parola non priva di ironia.

La sua parola, come il suo teatro, sono stati dedicati alla difesa della dignità umana e richiamano costantemente la cultura greca con i suoi miti che Soyinka nei suoi libri ha ben saputo mescolare a quelli della sua etnia yoruba cui appartiene. E’ un intellettuale che ha la brillantezza di raccontare l'Africa oltre gli stereotipi che purtroppo molti europei ancora conservano di questo grande e meraviglioso continente che è stato la culla dell’umanità (il primo uomo sarebe nato in Etiopia). Assalito dalle domande sulla morte di Franco Lamollinara, l'ingegnere italiano ucciso dal gruppo terroristico di militanti islamici Boko Aram (che quest’anno ha minacciato di morte anche lui e ha fatto oltre 160 morti) risponde in modo diretto: "Gli estremisti religiosi sono opportunisti e ciò accade in molte regioni del mondo. Il fondamentalismo si è sparso in tutto il pianeta ed era ineviabile che raggiungesse anche il continente africano tanto da distruggere stati come la Somalia. La brutalità del nuovo imperialismo è enorme. Ma chi crede nella vita non può accettare questa dittatura dell'irrazionale".

In Africa, un paese molto vasto e molto diverso da una regione all’altra, si combatte un grande scontro tra potere e libertà. Soyinka definisce il suo continente a questo riguardo come un "paese dal carattere molto drammatico, che sempre mostra i suoi vissuti in modo eclatante".

Riguardo alle dittature africane Soyinka fa riemergere la parola coloniale.

"In molti paesi africani estremamente  impoveriti la situazione economica non è diversa dal periodo coloniale del passato".

Ecco la forza del' intellettuale di affiancare all’ analisi storica del colonialismo quella nuova che ha il coraggio di denunciare - anche a rischio della sua vita - l’ arroganza dei nuovi poteri, non ultimo quello nigeriano, per avere creato nei paesi un disagio gravissimo e deprivato i suoi cittadini della dignità e della libertà.

Riguardo alla Nigeria, lo stato più popoloso dell'Africa e il primo produttore di greggio del continente africano e il quinto fornitore Usa, la parola corruzione ritorna sovente negli interventi. Soyinka usa parole forti: “Non importa chi sale al potere, ciò che conta è che il sistema prescelto sia discusso e approvato dal popolo.  L’accentramento del potere ha creato un nuovo potere coloniale, un nuovo imperialismo e un nuovo colonialismo, venuti dopo il vecchio colonialismo. In Nigeria si avverte una forte tensione. Se non si farà chiarezza temo si arriverà ad uno scontro. Non mi importa che colore abbia chi indossa lo stivale del colonialismo, conta l’oppressione non il colore dell’oppressore”.

Soyinka rilancia il tema della corruzione ai suoi interlocutori italiani domandando: "Quanti paesi vivono la corruzione anche in Europa, in Italia? Un paese come la Grecia è persino collassato proprio per la sua corruzione”.

Chiediamo a Wole Soyinka perché le persone fuggono dall'Africa, perché continuano a lasciare il loro paese, perché sentono sempre la necessità di andarsene. L'Europa rimane un mito indistruttibibile? Nella risposta di Soyinka ritorna il tema del colonialismo. 

"Non trovo così strano che le persone siano attratte dalle potenze ex coloniali, si dirigono in fondo verso le ex colonie, niente di più naturale".

Come accaduto per altri popoli poveri, anche se all'interno di altri sistemi di potere e di economia, vedi gli albanesi, la fuga nella speranza di conquistare un benessere visto e pubblicizzato in televisione  venduto come qualsiasi altro prodotto. "Esistono per gli africani dei legami che si sono creati durante i periodi coloniali in in virtù della storia coloniale; le persone seguono questi legami che sono economici, culturali e si muovono inseguendoli".

Parole molto dure Soyinka utilizza per descrivere le rivoluzioni africane trasformate in dittature.

"Molti africani guardano ormai con sospetto e scetticismo le rivoluzioni. L'Africa è stanca di messia, perché molti messia di queste rivoluzioni si sono rivelati più inetti e sfruttatori persino dei vecchi padroni coloniali. Non c'è perciò più fiducia in coloro che parlano di rivoluzione".

Non occorre fare esempi, ce ne sarebbero molti. Perché resiste la dittatura?

"I militari sono un nuovo colonialismo per il semplice fatto che non hanno discusso con il popolo il loro sistema di potere.  

"Nei paesi ex coloniali si cerca di eliminare ciò che è appartenuto al passato ma in realtà non è possibile perché c'è stato il sincretismo e dunque il condizionamento è già avvenuto".

A chi chiede a Soyinka una parola sul potere o il ruolo delle donne africane, la risposta è disorientante e orripilante insieme: "L'Africa è grande e le situazioni sono molte e diverse dall’Italia e una dal’altra. Ci sono stati dove le donne sono libere e hanno potere e fanno cose che gli uomini non possono fare e ci sono stati dove ad una ragazza che rifiuta di sposare il promesso sposo scelto dalla famiglia  viene amputata una gamba e è anche accaduto che la ragazza sia fuggita e poi quando è ritornata la famiglia abbia amputato l'altra gamba".

E' sorprendente la visione di Soyinka perché non indulge in descrizioni che cerchino la mediazione. Le sue parole sembrano avere sempre una visione anche teatrale nel senso della tragedia greca. Sono catartiche. Per questo suo credere nel sincretismo, l’Africa diviene figlia di un sapere passato coloniale e di un vissuto odierno, dove tutto si mescola. Non a caso il Nobel gli è stato dato per l’uso inedito dei miti e dei riti africani per le sue contaminazioni co la cultura occidentlae. Per sonoscere gli dei del Panteon di Wole Soyinka un titolo vale la pena di essere letto, da poco ripubblicato da Jaka Book, si intitola “Akè. Gli anni dell’infanzia”, un viaggio nella vita di questo grande uomo nato e cresciuto per scelta seguendo l’istinto e la strada insieme alla cultura, la sua e la nostra.

Con un sorriso entusiasta e conscio di colpire annuncia che il prossimo Festival Black Heritage in Lagos sarà quest’anno dedicato al tema the Black in the Mediterranean blue sottolineando la similarità straordinaria che esiste tra la cultura nigeriana e quella italiana, tra la Commedia d’arte e le antiche maschere yoruba nigeriane. Un percorso dunque comune nel passato a fianco della divinità Egungun anche per chi non sa vivere senza Internet.

Paola Pastacaldi


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