La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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martedì 3 gennaio 2012

Giulio Einaudi divoratore di giovani

da LA STAMPA - Cultura

Giulio Einaudi divoratore di giovani

Giulio Einaudi nacque a Dogliani (Cn), il 2 gennaio 1912. Studiò al liceo d’Azeglio di Torino, fra i compagni futuri intellettuali come Bobbio e Ginzburg, con cui fondò la sua casa editrice. Morì nel 1999

Il grande editore nasceva il 2 gennaio di 100 anni fa. Non era un conservatore: andava a caccia di nuovi talenti in modo singolare

WALTER BARBERIS
Einaudi non era un conservatore. Aveva rispetto per persone e cose d’altri tempi; ma la sua voracità di novità era incontenibile. Era questo uno dei motivi per cui era un grande divoratore di giovani. In essi egli vedeva ogni possibile espressione di insubordinazione a ordini precostituiti; incontrava freschezza di sguardi; cercava il grumo di sensibilità inedite e di intelligenze non ancora addomesticate. Il giovane, oltre ogni retorica generazionale, era nella sua considerazione potenzialmente ricchissimo di umori incontaminati, ovviamente non era inghiottito dai ranghi di alcuna accademia, lucido e verginale, in una sorta di condizione di natura, senza depositi di polvere, né appesantito dai cascami di qualche ideologia, libero da discipline di partito. Dalle parole di un giovane potevano come d’incanto farsi evidenti prospettive impensate. In via di formarsi su una qualsiasi strada, poteva rivelare un talento. E allora Einaudi, come un cacciatore in savane urbane, si apprestava alla cattura della sua preda, sfruttandone l’inesperienza e solleticandone la curiosità, accendendolo di interessi o provocandone una qualche reazione.

Le sue strategie di avvicinamento e di viluppo nelle sue spire quasi sempre letali erano molteplici. Einaudi creava l’occasione di un incontro e a seconda della persona che aveva di fronte cominciava le sue misurazioni strategiche con sistemi diversi e non di rado bizzarri. Attacchi frontali, digressioni, aggiramenti, silenzi gonfi di aspettative, oppure domande incalzanti, apparentemente ingenue o decisamente imbarazzanti. Individuato in un seminario universitario, nel corso di un dibattito pubblico, nella confusione di una festa privata, nel corso di un viaggio al fianco di qualche più celebre intellettuale, Einaudi irretiva il giovane di turno confondendone subito il senso di orientamento: trascinandolo su una automobile e trasferendolo in uno dei suoi «laboratori» abituali, trattorie periferiche dimesse negli arredi e scadenti nel cibo, viottoli isolati fra i boschi della collina torinese, piccole biblioteche di provincia custodi di qualche rarità bibliografica, abitazioni di amici, preferibilmente nel Ponente Ligure.

In quei luoghi di varia banalità, egli innescava le micce della sua implacabile curiosità e sottoponeva il suo interlocutore a una serie di imponderabili prove. Einaudi sapeva benissimo che anche la più dotata delle sue giovani scoperte poteva cadere in uno dei suoi innumerevoli tranelli; spesso il giovane svettava nella sua considerazione dimostrandosi capace di opportuni silenzi, abile nel sottrarsi ai più facili e insidiosi inviti verbali, capace di reggere sguardi prolungati senza parole goffamente orientate a riempire spazi sonori. Il giovane che avesse saputo evitare la trivialità delle consuetudini, dei luoghi comuni, che fosse stato capace di poche secche opinioni, a sua volta senza fronzoli e magari ostentando più fastidio che soggezione per quelle crudeli messe in scena, ebbene quello guadagnava punti preziosi nelle classifiche che Einaudi stilava quotidianamente su persone e cose. Non erano armi solo sue; era un po’ lo stile della casa. Anche Calvino era uno specialista in colloqui astrusi, fatti prevalentemente di pesanti sospensioni della parola, intervallati da finta balbuzie, divaganti su temi prima di una apparente vaghezza e poi improvvisamente deviati senza possibilità di fuga su un tema di cultura su cui il malcapitato interlocutore era costretto a giocarsi l’intera posta. Erano pratiche crudeli che piacevano molto ai soci fondatori di quella nobile associazione di spiriti eletti. Ed Einaudi, di quelle pratiche iniziatiche, che altrove sarebbero state definite di selezione del personale o qualcosa di simile, era il gran sacerdote, l’inimitabile officiante.

Così Einaudi scovava i suoi giovani collaboratori, con prove che avevano ovviamente tassi altissimi di mortalità, ma che quasi sempre gli consentivano di appropriarsi di una linfa vitale, di catturare una idea. Speculare a quella indagine che sviscerava letteralmente il fortunato o il malcapitato a cui toccava di sostenere la prova suprema, Einaudi giocava la partita della umiliazione dei suoi più vecchi sodali; per accecare la giovane preda e incoraggiarla a una reazione genuina, non esitava a zittire, a mortificare, a ridicolizzare i suoi uomini più fidati, a metterne in gioco persino l’autorevolezza. Essi sapevano, ma non sempre i modi di Einaudi consentivano di assorbire gli urti come battute di un copione conosciuto; per quanto preparati alla visione di quei sacrifici umani e a esserne coinvolti, più di una volta queste rappresentazioni finivano con strascichi che guastavano relazioni consolidate e ferite urticanti difficili da sanare. In quei momenti di caccia Einaudi ostentava un cinismo difficilmente sopportabile, dimostrava di saper fare terra bruciata attorno a sé anche in zone che apparivano affrancate da rapporti fiduciari ferreamente assicurati da anni di consuetudine e di lavoro. D’altronde, Einaudi ha sempre fatto così, ha scoperto nuove creature e le ha messe alla prova con una euforica impazienza emotiva e con una metodica pazienza artigianale.

Gran parte degli amori e dei disamori di Giulio Einaudi, di quella che è stata giudicata una regia relazionale spietata e al tempo stesso accorta, proficua di incontri e noncurante di scontri, è stata dettata dalla insaziabile curiosità per la segretezza, le incognite, le potenzialità di persone sconosciute, appena incontrate, raccontate da qualcuno, intraviste fra le pieghe di qualche avvenimento. Tutto ciò, per sua stessa ammissione, aveva lo scopo di favorire un continuo rinnovamento; non senza l’intenzione beffarda di irridere ogni ambiente che assumesse una gestualità conformistica, che si paludasse di una presunta classicità, che si celebrasse e si compiacessedi sé. Non c’è da stupirsi che i critici di Einaudi siano stati molti, spesso con visuali opposte: chi additandolo come estenuato cultore di retoriche e vezzi giovanilistici; chi ritraendolo come l’impietrito custode di un passato lontanissimo, di una chiesa politica e culturale dai riti inesorabilmente inattuali. Ma, assumendo il punto di vista di Einaudi, quelle visuali erano entrambe distorte. Egli, semplicemente, cercò sempre di stanare nel lavoro quotidiano anticipazioni di futuro, idee e persone. Naturalmente, alla sua maniera.

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