La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

Informazione Contro!
Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

sabato 7 gennaio 2012

Caproni: «In Sardegna i sassi hanno voce»

da Sardegna24

CULTURA

Caproni: «In Sardegna i sassi hanno voce»

caproni
È terra di macigni / terra di gente sassosa / terra dove la rosa / si dice non alligni». È la Liguria di Giorgio Caproni, terra d’adozione per lui che cento anni ad oggi nasceva a Livorno; lui, protagonista del Novecento italiano in versi, che reinventò la rima sostanziandola con il suo potente “io lirico”: «Rime che non siano labili / anche se orecchiabili / rime non crepuscolari / ma verdi, elementari». Oneste, come quelle di Saba. «Ho un debole per i sassi - scriveva Caproni - per quelli toccati dalla mano e testimoni della storia dell’uomo». Lo confessava, fuori da ogni metafora e analogia di cui è materiata ogni poesia, in una prosa scritta il 13 settembre 1961. Si intitolava Un minuzzolo di Sardegna: testo di grande intensità simbolica, sconosciuto ai più e pubblicato nella raccolta Aereoporto delle rondini e altre cartoline di viaggio (Manni Editore).

«I sassi m’incantano - spiegava Caproni - e non so dire esattamente il perché. Qui in casa ne ho uno, piccolo fino a starmi nel pugno, ed è tutto quanto ha riportato di concreto (di palpabile) da un mio recente viaggio in Sardegna». Con tutta probabilità «si può supporre - dice il critico letterario Donato Valli - che Un minuzzolo di Sardegna sia il frutto di un viaggio compiuto da Caproni nell’isola nel settembre del 1955». In ottima compagnia a quanto pare: «con Giuseppe Ungaretti e Carlo Bo». «Ma quanti ne avrei raccolti - continuava Caproni - se avessi avuto tasche meno incapaci e meno timor del mondo, in questa isola, assolutamente inimmaginabile à la clarté des lampes, dove la realtà è così inaspettatamente forte da vincere il più azzardato sogno, e da prenderti, sull’istante, il cuore». E poi l’affondo: «I sassi della Sardegna sono sassi parlanti, sono il primo linguaggio dell’isola, e sono essi a dirti subito, col loro differente colore, il Giudicato che stai attraversando (...) fra stazzo e stazzo, nei quali ti par di riconoscere la nervatura ossea, e quasi ossessiva, di quella favolosa foglia pietrificata ch’è, in mezzo al mare turchino, la verde Sardegna».

Di poesia è innervata la prosa di Caproni che racconta i “suoi” sassi, «gialli e crudelmente brillanti di granito nel vasto sole della Gallura (un granito così duro da dolerti nelle unghie vedendolo tagliato dall’uomo con tanta scioltezza fra i sughereti, dolorosi anch’essi negli occhi, col loro tronco spellato fino a mostrare il rosso sangue della polpa viva)»; e i muretti che «diventano all’improvviso bianchi come la pomice, o come il gesso, non appena passi dalla Gallura al Logudoro o alla Nurra, per poi farsi altrove, altrettanto inaspettatamente, rossi d’una sempre porosa e spumosa trachite, o neri d’un’altra trachite dalle stesse qualità, quasi tu percorressi non una regione italianissima d’oggi ma le pagine illustrate, in technicolor, d’una rammodernata storia del pianeta terra: dove appunto la meraviglia si rinnova, ad ogni voltar di foglio». Non una “regione italianissima” appare la Sardegna agli occhi del poeta, ma qualche cosa d’altro, perché «è un fatto che chiunque salpa la prima volta dalla banchina di Civitavecchia per raggiungere all’alba le bianche scogliere d’Olbia, la prima impressione ch’egli riceverà attraversando la Gallura sarà proprio quello d’essere sbarcato, più che in un’isola del mare, in un’isola del Tempo Perduto. D’un Tempo Perduto, per intenderci subito, più alla Conan Doyle che alla Marcel Proust» (di cui Caproni fu traduttore, ndr)».

Doyle non perché avesse inventato Sherlock Holmes, ma perché scrisse Il mondo perduto (1912), romanzo i cui protagonisti sono prigionieri di un'isola fuori dal tempo, sopravvissuta misteriosamente nel cuore della giungla amazzonica. Incontaminata e selvaggia isola la Sardegna, «grazie soprattutto alla primordiale ventata di giovinezza che investe il visitatore fra i sassi sardi, i quali gli porgon subito la più riposta chiave del fascino unico della Sardegna: di questa terra arcaica, tale da far sentire subito che i suoi forti arcaismi non sono come cose defunte, ma quanto mai contemporanee e vive nell’aria; e ciò sempre in virtù delle sue medesime pietre, la solidificazione, direi, d’una memoria talmente limpida di fatti remotissimi, da darti l’impressione ch’essi siano accaduti un momento fa, o meglio che stiano ancora accadendo nell’eterno, pietrificato presente dell’isola». Sensazioni che Caproni salvò nella memoria servendosi, per richiamarle, di una sua propria petit madeleine questa volta sì, proustiana: «Come ritorno volentieri al palpabile lieve sassetto bianco e spugnoso come un cantuccio di ricotta che ho sullo scrittoio. È un pezzettino di Sardegna che ho voluto portare con me, e che ora, al solo guardarlo, mi colma di tenerezza il cuore, come il ricciolo rubato con le forbici alla ragazza amata in terra lontana. L’ho raccattato ai piedi della basilica pisana di Saccargia, tutta a strisce bianche e nere, fiore di delicata e robusta architettura nella verde e solitaria piana. Chi oserebbe descrivere un tale fiore di pietra e di tempo?».

“Il fiore di pietra”, come ogni poesia, è indescrivibile: «La Sardegna - osserva Valli - è per così dire oggettivata in una parte infinitesimale della sua natura di roccia incrollabile e corrosa dai venti e dal mare: un minuscolo sasso che il poeta porta con sé dal viaggio quasi a mo’ di talismano montaliano». Rarefatta dicromia, maestosa bellezza di Saccargia in un piccolo sasso «pegno di amore», «talismano che finirà col portarmi fortuna: giacché io mi sono ripromesso, raccattandolo, di riportarlo un giorno al luogo d’origine, cosa che se davvero avverrà, vorrà in definitiva dire che la mia vita non sarà più andata così male come ogni giorno, con un leggero palpito, temo che vada». Era Giorgio Caproni, poeta e partigiano. Seppe interiorizzare la Sardegna e tutti i luoghi di cui scrisse «sino a trasformare - conclude Valli - la geografia fisica in geografia dell’anima». “Petrose” le sue rime quanto tenero il suo cuore che lasciò, per sempre, a Saccargia. (Giambernardo Piroddi)

Nessun commento:

Posta un commento