La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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giovedì 5 gennaio 2012

La (finta) intervista al (vero) Eco da una donna che lo ama molto...

da l' Unità

La (finta) intervista al (vero) Eco
da una donna che lo ama molto...

umberto eco mezzobusto 640
Umberto Eco: «Saggista, filosofo, scrittore, accademico, semiologo, linguista, massmediologo e bibliofilo italiano  di fama internazionale», recita Wikipedia. Un po’ intimidita da tutti questi titoli, nel giorno dei suoi 80 anni, lo incontro, fra tutti i libri che portano il suo nome in copertina, decisa a fargli qualche domanda fin qui taciuta. Ad esempio sul suo carattere.

Umberto Eco, lei si sente una persona mite e bonaria, come molti la descrivono, o si riconosce maggiormente in un carattere insofferente e polemico?

«Ho sofferto molte volte nel vedermi accusato di voler riuscire simpatico a tutti i costi, così che lo scoprirmi antipatico - quando succede - mi riempie d’orgoglio e di virtuosa soddisfazione. Mi è successo ultimamente, con l’ultimo romanzo, che ha irritato qualche cattolico. Mi è successo alcuni anni fa quando ho preso, esplicitamente, posizione rispetto al governo. Credo nell’opportunità e nella bontà di un’antipatia positiva. È antipatico chi ci dà un’altra versione della verità».

Provi a darci qualche suggerimento in questo senso… Come di esercita l’antipatia positiva?
«Ad esempio, educando le persone - i fanciulli innanzi tutto (ma ci sono anche molti adulti disposti ad avere l’incanto dei bambini)- alla realtà così com’è. È inutile coltivare le illusioni, cercare di mantenerle per evitare il dolore del disincanto. La vita va affrontata in tutte le sue espressioni di fatto. La maggioranza silenziosa va educata, anzi: tenuta sveglia. E le sveglie non sono mai state simpatiche a nessuno».

Lei parla spesso di educazione e, tutto sommato, si è occupato proprio di questo per molti anni, insegnando.
«Sì, credo molto nel legame formativo che si instaura tra giovani e anziani. E spero di non offendere nessuna delle grandi personalità che ho incontrato se dico che la mia massima gratitudine, tuttora, va a due dei miei insegnanti di scuola: la prof.ssa Bellini, che mi ha insegnato l’arte dell’invenzione, e il prof. Marino, che mi ha insegnato la libera critica».

Vogliamo provare, per una volta, a spiegare che cos’è la semiotica, visto che è a questa disciplina che si è dedicato per una vita. Alzi lo sguardo verso una nuvola, e poi lo riabbassi verso il suo foglio. Cosa vede?
«È banale dire che vede due cose molto diverse, e che una nuvola è differente da una parola. Lo sa anche un bambino. È meno banale, invece, chiedersi, magari soltanto sulla base di alcuni usi linguistici comuni, cosa ci sia che potrebbe apparentarle. Ecco, gran parte della mia ricerca si è aggirata tutta, più o meno, intorno a questa domanda ossessiva».

E così facendo, ho fatto semiotica. Definirebbe questo tipo di sapere, e di ricerca, un sapere impegnato, politico?
«Qualunque sistema semantico, cioè qualunque lingua e universo culturale, costituisce un modo di dare forma al mondo. Come tale costituisce una interpretazione parziale del mondo stesso e può essere sempre ristrutturato non appena nuovi giudizi intervengono a metterlo in crisi. Ma in generale si rifugge da tale controllo e si resta ancorati alle proprie visioni “parziali”, assolutizzando la relatività del proprio punto di vista. Per definire questa visione parzializzata del mondo si può ricorrere al concetto marxiano di ideologia come “falsa coscienza”. Io credo di aver fatto - lungo tutta la mia esperienza semiotica - un lavoro anti-ideologico. Smascherare i discorsi ideologici è la mia forma personale e professionale, di impegno politico».

Citare Marx è ormai inusuale… E parlare di ideologie anche; si parla molto più spesso di fine delle ideologie…
«È vero, si parla di crisi delle ideologie. Errore. Caso mai bisognerebbe parlare di modificazione delle ideologie. È caratteristico delle nuove ideologie non essere riconoscibili come tali, così che possano essere vissute come verità. Tra qualche tempo ci renderemo conto dell’ideologia che ci ha accompagnato in questi anni».

Ma si può fare qualcosa per sfuggire al meccanismo delle ideologie? Per non esserne vittima?
«Si può studiare semiotica! E così capire i meccanismi del kitsch, del fascismo, della cultura della P38, del berlusconismo. Rintracciando i presupposti taciuti e ridisegnando le genealogie dei concetti, si esercita la fatica della critica, che se anche non ci consentirà di dire cosa, nel mondo, è buono, almeno ci renderà più facile riconoscere ciò che è cattivo».

Ma in questo modo la vita non diventa un’esperienza tutta e solo cerebrale, intellettuale?
«L’ho già detto mille volte: questa idea è falsa. La semiotica e ogni forma di conoscenza critica non impediscono nessuna passione e non atrofizzano le nostre emozioni. Anche i ginecologi, come ripeto spesso, si innamorano».

Perché a un certo punto ha deviato dalla teoria semiotica e si è lanciato nella narrativa? Si annoiava?
«Io non mi sono dedicato alla narrativa tardi. Fin da bambino, in effetti, scrivevo romanzi e sono autore di molti libri incompiuti, cui dedicavo talmente tante energie nella fase iniziale (la copertina, il titolo, le illustrazioni….) che alla fine del primo capitolo ero già stanco. La verità è che non ho mai creduto così nettamente alla distinzione tra narrativa e saggistica. Perché Omero sarebbe creativo e Platone no? I miei saggi spesso sono il racconto della mia esperienza di ricerca e non per questo sono meno teorici».

E però la maggior parte delle persone ritiene che «Anna Karenina» e la «Critica della ragion pura» siano due cose profondamente diverse. E siccome lei crede e parte sempre dal buon senso, una spiegazione di questa convinzione me la dovrà dare.

«Certo, sono diverse le esperienze di lettura e il rapporto con la Verità che questi due libri instaurano. Al di là di altre ragioni estetiche, penso che noi leggiamo romanzi perché essi ci danno la sensazione confortevole di vivere in un mondo dove la nozione di verità non può essere messa in discussione, mentre il mondo reale sembra essere un luogo ben più insidioso. Il più insidioso di tutti è il mondo della riflessione critica e filosofica: lì, se non assumi un radicale principio di fallibilismo, non fai mai un passo in avanti».

Il fatto di avere già ottant’anni non la mette a disagio?
«No, non ho mai capito quelli che si arrabbiano con gli anni che passano o si deprimono o nascondono la propria età. Io sono contento di essere arrivato ad ottant’anni. Non era mica scontato. È un traguardo, non una sventura. E poi più gli anni passano, più le cose diventano chiare, e vivere diventa un po’ più facile».

Cosa direbbe se un intervistatore stupido le chiedesse un consiglio per invecchiare come lei?

«Lo inviterei a leggere. È l’unico modo per moltiplicare la propria vita, e viverne cento. E se l’esperienza del libro ancora vi intimidisce, incominciate, senza timori, a leggere libri al gabinetto. Scoprirete che anche voi avete un’anima».

Spero che questa intervista non le sia sembrata impertinente…
«Mah…. In fondo sono tornate fuori solo cose che ho già scritto. E anche a me sono sempre piaciute le interviste inventate. Anche io da giovane scrivevo “interviste impossibili”».

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