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martedì 3 gennaio 2012

"Vita da Paz", la migliore biografia sul genio Andrea Pazienza

La copertina del libro e l'autore, Giubilei La copertina del libro e l'autore, Giubilei 

"Vita da Paz", la migliore biografia sul genio Andrea Pazienza

di Cristiano Sanna
"Morto un genio non se ne fa un altro". Lo scrissero all'indomani della morte di Andrea Pazienza, tradito dall'ultima "pera" dopo un periodo in cui si era ripulito. Paz moriva il 16 giugno del 1988, aveva 32 anni. Se ne andava qualcosa di irripetibile, uno che era riuscito a raccontare l'Italia dei giovani irrequieti e sognatori, del Movimento e del terrorismo, del Dams e dell'eroina che venne a spegnere il ribellismo di una generazione che, come scrisse Pier Vittorio Tondelli, non era stata capace di credere veramente in nulla, "se non nella propria dannazione". Su Apaz sono stati scritti e pubblicati libri a vagonate, spesso continuando a ristampare all'infinito ogni suo scarabocchio o perpetuando frasi fatte e racconti ammantati di mitologia, dunque pieni di esagerazioni ed inesattezze, sul genio del racconto a fumetti. Per questo Vita da Paz, scritto da Franco Giubilei, giornalista de La Stampa e pubblicato da Black Velvet, è forse l'unica biografia imperdibile del disegnatore.
Polifonia senza rete di protezione - Giubilei mette da parte il si dice e la trasfigurazione da rockstar che Pazienza ha subito già mentre era in vita e si mantiene fedele al detto secondo cui nessun grand'uomo è così grande agli occhi del suo cameriere. Dunque Vita da Paz si situa esattamente agli antipodi delle rievocazioni di Andrea stile Vincenzo Mollica. Uno per cui qualsiasi cosa è bellissima, bravissima e imperdibile. In questo libro a ritrarre Andrea sono le persone che lo hanno conosciuto, amato, odiato, che con lui hanno lavorato, condiviso rote eroiniche e sconvolgimenti emotivi gravi quanto terremoti, che ne hanno ammirato il lato solare e detestato, o inutilmente compatito, quello oscuro. Parlano i vecchi compari di avventure fumettistiche e non, da Filippo Scozzari (autore dell'inarrivabile e consigliatissimo Prima pagare poi ricordare sul Settantasette e Paz) a Freak Antoni degli Skiantos, dalla "guardia del corpo" Marcello D'Angelo fino a Betta. La mitica Elisabetta Pellerano, grande amore di Andrea Pazienza finché l'instabilità del disegnatore e i suoi viaggi chimici non la portarono tra le braccia di uno dei suoi migliori amici, il pittore Marcello Jori. Parlano Vincenzo Sparagna di Frigidaire e Vincino del Male. Parla Sandro Visca, insegnante di materie artistiche di un Andrenza ancora liceale, tutto talento e insofferenza.
Alice è in paradiso, ma è stata una stagione all'inferno - Parlano i fondatori di Radio Alice, culla del Movimento tra molotov e musica new wave, libero amore addizionato di rabbia post sessantottina, parla la proprietaria del Bar Cirenaica in via Emilia Ponente 223, sopra il quale viveva Paz studente, parlano Giorgio Lavagna e Sandro Raffini, fumettisti anche loro (ex?), ai tempi musicisti nei Gaznevada, che di Andrea testimoniano il segreto della grande presa popolare e la capacità di rendersi insopportabile nel suo eccesso di egocentrismo, di machismo destrorso a base di culto del corpo, arti marziali, armature da Kendo. Ci sono le testimonianze di grandi autori come Tanino Liberatore, strabiliato dalla velocità, dalla fantasia e dalla bravura di Pazienza al tavolo da disegno, e c'è la voce di Sergio Staino che prestò soldi ad un Paz piangente, a suo dire inseguito dai creditori, che molto probabilmente con quei soldi comprò l'eroina che l'avrebbe stroncato, dopo essere stato ripescato dall'overdose per ben quattro volte. E' un racconto rigoroso che comincia dall'adolescenza all'ombra del Gargano, passa per i tumulti bolognesi e ha il suo epilogo fra le campagne attorno a Montepulciano. Lì si era ritirato Andrea Pazienza dopo il matrimonio con Marina Comandini, con cui condivideva sesso, creatività a fumetti e spade. Lavorava a Pompeo e alle altre sue ultime cose. Cercava riparo dalle pressioni e da brutte storie sfuggitegli di mano nella grande città, Andrea, ma era inseguito da se stesso, dall'ombra della morte del "gemello tossico" Stefano Tamburini, dalla percezione di non poter più sfidare se stesso divorandosi carne e creatività come ai tempi dei vent'anni, quando con Penthotal divenne la star del fumetto italiano, una stella rivoluzionaria. Quando la bara uscì dalla chiesa, nell'incredulità generale (scrive Giubilei) in mezzo a tanta gente e a tanto sole esplose un tuono improvviso. Il suono della rabbia per averlo perso troppo presto, del rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere. Dunque che almeno si racconti in modo corretto e oggettivo ciò che fu. Come accade fra queste pagine.

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