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domenica 4 dicembre 2011

Quando i romani crearono il vino: Roma caput vini

Quando i romani crearono il vino: Roma caput vini


Molti sanno che nella seconda guerra mondiale al seguito delle armate americane operavano impianti mobili di imbottigliamento della Coca Cola. I soldati dovevano sentirsi come a casa e questa bevanda faceva parte delle loro abitudini alimentari che andavano il più possibile mantenute. Al termine della guerra questi impianti restarono in Europa e la Coca Cola diventò parte della nostra quotidianità. Un libro appena pubblicato ci spiega che lo stesso processo sta all'origine dei grandi vitigni europei. Tutto iniziò quando Marco Aurelio Probo incaricò i legionari di piantare viti nei territori conquistati.

Marino Niola

Quando i romani crearono il vino


C´è una cosa che gli Italiani non sanno e che i Francesi non vogliono sapere. Che a fare la gloria dei grandi vini d´Oltralpe sono stati i Romani. Con buona pace dei Galli e di Asterix. Lo dicono Giovanni Negri e Elisabetta Petrini, autori di Roma caput vini. La sorprendente scoperta che cambia il mondo del vino, (Mondadori, pagg. 216, euro 18). Gli autori, sulla scorta di uno screening genetico di tutta la viticultura europea, riscrivono la storia del vecchio mondo in chiave enologica. Dando a Cesare quel che è di Cesare. Se è vero, infatti, che i Greci sono stati i primi esportatori di grandi crus, come il leggendario rosso di Chios, è solo con l´avanzata delle legioni capitoline che la vite è arrivata ai quattro angoli del globo. E il vino è diventato un consumo di massa, una bevanda per tutti.

Grazie a una pensata geniale di Marco Aurelio Probo, imperatore tra il 276 e il 282 dopo Cristo, che in soli sei anni ha ridisegnato la geografia enogastronomica del mondo antico e posto le basi di quella moderna. Trasformando i suoi legionari in vignaioli con il compito di piantare viti in tutti i territori conquistati. Per produrre in loco il vino per le truppe tagliando drasticamente i costi del trasporto. In questo modo la Pannonia, l´Illiria, la Dalmazia, la Gallia, l´Iberia diventano altrettanti chateaux, tutti al servizio dell´imperatore. Che si può considerare il primo esempio di grande propriétaire récoltant.

E che tutte le grandi bottiglie del vecchio continente, dalla Borgogna alla Mosella, dal Bordolese al Reno discendano dai gloriosi tralci quiriti lo confermano i loro nomi. Che gli autori ripassano in rassegna facendo apparire dietro denominazioni apparentemente autoctone una discendenza che più latina non si può. A cominciare dall´etichetta più prestigiosa del mondo, quella Romanée Conti che prende l´appellativo dal fazzoletto di terra che i Borgognoni chiamarono romana per mostrarsi grati all´imperatore Probo. E l´aristocraticissimo Mersault non è altro che il muris saltus, letteralmente salto del topo. Mentre lo Champagne deriva dalla parola campus, la stessa da cui viene Campania. Che fu la terra del Falerno, del Cecubo e del Surrentinum, le più esclusive appellations dell´antichità. Insieme alla falanghina che era il vino di pronta beva per le falangi. Una sorta di razione kappa per tenere alto l´umore della truppa.

Tanti doc per una sola origine. L´infinita fantasmagoria di colori, odori, sapori della tavolozza enologica contemporanea insomma discende quasi esclusivamente da uno stesso ceppo.. Che i Romani chiamano semplicemente nostrum, come dire nostrano. E che nel medioevo, diventerà Heunisch che in tedesco vuol dire la stessa cosa. Una specie di Adamo dei grappoli che troverà la sua Eva nel Frankisch, che significa semplicemente Altro, forestiero. Dal matrimonio nascerà il 75 per cento dei vitigni europei, dallo Chardonnay al Pinot, dal Traminer al Sauvignon, dalla Schiava al Nebbiolo di Dronero. Figli ma anche figliastri. Che spesso hanno altrettanta fortuna degli eredi legittimi. Un esempio per tutti, il Chianti così detto dal gentilizio etrusco Clanti, letteralmente figliastro.

Mettendo insieme storia e genetica, gli autori ricostruiscono l´intero albero genealogico del nettare di Bacco. Ma anche le ragioni sociali della sua irresistibile ascesa. Che ne fa la bevanda simbolo dell´imperialismo romano. Esattamente come la Coca Cola lo è di quello americano. E proprio nella distanza tra il succo della vite e la bibita alla cola Negri e Petrini misurano la distanza tra l´impero di ieri e quello di oggi. Fra Roma e New York. Fra Manhattan e i fori. Fra i lupanari di Pompei e le slots di Las Vegas. Fra Dioniso e Babbo Natale. Fra fornicatio e Californication. Insomma tra una civiltà dove le bollicine sono l´effetto di un fermento divino e un´altra dove è tutta questione di bicarbonato.

(Da: La Repubblica del 9 novembre 2011)

Giovanni Negri-Elisabetta Petrini
Roma caput vini
Mondadori, 2011
18 euro

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