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venerdì 2 marzo 2012

"Cesare deve morire": Shakespeare a Rebibbia

"Cesare deve morire": Shakespeare a Rebibbia

di Emanuele Bigi
“Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”. È una delle frasi emblematiche di Cesare deve morire (nelle sale dal 2 marzo) dei fratelli Taviani, vincitori dell’Orso d’oro al Festival di Berlino. Viene pronunciata e scritta in un libro da Cosimo Rega, uno dei detenuti del carcere di Rebibbia che ha preso parte a questo film. L’arte miracolosamente diventa uno strumento di libertà, uno strumento che permette ad alcuni di questi uomini condannati per omicidio, per traffico di sostanze stupefacenti o per delitti legati alla criminalità organizzata di continuare a vivere.
Shakespeare recitato in siciliano, romano e napoletano - “Quando abbiamo vinto il premio il primo pensiero è andato a queste persone che portano con sé delle colpe, ma che sono e restano sempre degli uomini”, dichiara uno dei fratelli, già Palma d’oro nel 1977 con Padre padrone. I Taviani sono stati folgorati da una recita organizzata a Rebibbia dal regista Fabio Cavalli, “è stata una delle emozioni più grandi degli ultimi anni – commentano - sentire un’opera di Shakespeare in siciliano, romano e napoletano ci ha colpito. Così è nata l’idea di rappresentare il Giulio Cesare con i detenuti”.
Paolo Taviani: "In qualche detenuto c’è talento" - Un testo che si aggrappa inconsciamente alle vite di questi uomini, “che parla di omicidi, di congiure, di odio e di libertà, sentimenti che rimandano alla quotidianità trascorsa dei nostri attori – dichiara Paolo – sicuramente in qualcuno di loro c’è del talento, ma davanti alla macchina da presa portano se stessi, il loro vissuto, le loro memorie drammatiche”. Ed è proprio questo continuo gioco di specchi che fa di questo piccolo film teatrale, distribuito dalla Sacher di Nanni Moretti (“ringrazio i distributori che non l’hanno voluto – dice l’attore/regista – credo sia un film che sprigioni un’energia rara”), un film denso, speciale e dalle forti emozioni.
L'importanza dei laboratori teatrali - A renderlo speciale sono i suoi interpreti: Rega (Cassio), Giovanni Arcuri (Cesare), Antonio Frasca (Marcantonio), Salvatore Striano, nei panni di Bruto che dichiara quanto i laboratori teatrali debbano essere obbligatori “in tutti i penitenziari italiani perché aiutano a prendere coscienza di se stessi”. “Aiutano a uscire da una condizione infernale – afferma Vittorio Taviani - una frase di un detenuto rivolta alla moglie, che non è stata inserita nel film per problemi di montaggio, diceva: ‘Giovanna vieni a vedermi recitare perché mi sembra di potermi perdonare’”. Cesare deve morire è un viaggio di redenzione che trova il suo più stretto alleato nell’arte drammatica.

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