La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

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romanzo di Gianni Zanata

Il calcio dell' Asino

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Il calcio dell’Asino. Il calvario di un giornale ribelle (1892-1925) e del suo direttore Giovanni de Nava (Giva)

NON STO TANTO MALE

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romanzo di Gianni Zanata

sabato 16 luglio 2011

Tra dolore e memoria

Archivio cartaceo | di Luca Telese
15 luglio 2011




Tra dolore e memoria
Si potrebbe cominciare, per esempio, da questo farneticante comunicato di rivendicazione all’Ansa. Dieci gennaio 1978, tre uomini, nove colpi di Nagant, un ginocchio spappolato, un uomo a terra: “Qui Brigate Rosse. Abbiamo colpito Gian Carlo Ghirotto, dirigente delle presse Fiat di Rivalta”. Geometrica potenza? Macché. All’altro capo del telefono il giornalista risponde: “Gian Carlo, di Rivalta? Veramente il ferito si chiama Gustavo, e lavora a Mirafiori”.

Il problema è che Gian Carlo ha un gemello che si chiama Gustavo e che lavora a pochi isolati da lui. Ma siccome siamo a Torino, nel pieno dell’impazzimento di un decennio folle, la morale brigatista si incarica di correggere con l’ideologia quello che non torna nella realtà. Lo fa con un nuovo volantino, un capolavoro di ottusità che restituisce bene lo spirito del tempo: “Il nucleo armato delle Br aveva il compito di colpire il capo di fabbricazione del settore presse della Fiat di Rivalta, Gian Carlo Ghirotto. L’errore di persona non ha però fatto fallire l’obiettivo, pur colpendo il fratello Gustavo. Non creda il Ghirotto Gian Carlo, servo della multinazionale Fiat che sia finita così, e di poter continuare impunemente la sua opera di attacco contro gli operai. La prossima volta non ci saranno gemelli a salvarlo”.

Basterebbe in fondo questo frammento di follia, per raccontare un libro – Anni Spietati – e una città che negli anni di piombo diventò la metafora di una tragedia nazionale. Città-simbolo perché di mille identità e di mille conflitti: la città del lavoro e dei terroni, la città del Torino e quella della Juve, dell’Avvocato Agnelli e del sindaco Novelli, la capitale della Fiat, dell’Azionismo e di Lotta continua, del Pci e delle Brigate rosse.

In questi anni in cui i saggi e i libri sul terrorismo si sono moltiplicati, a scapito della qualità, Anni spietati, il romanzo scritto a quattro mani da Stefano Caselli e da Davide Valentini (uscito da pochi giorni per Laterza, 193 pp. 15 euro) è davvero una piccola perla. In primo luogo perché è scritto in maniera avvincente, asciutta, senza sbavature. E poi perché, fin dal primo capitolo, Anni spietati ti trasporta in un racconto per immagini: sembra la partitura di un lungometraggio, il prodotto di un Philip Roth allucinato, mentre è un libro inchiavardato solidamente al vangelo intransigente della cronaca. So che qualcuno potrebbe denunciare un conflitto di interessi, visto che uno dei due autori, Stefano Caselli, lavora per questo giornale. In realtà, senza questo impedimento avrei scritto di più e più liberamente.

Perché Anni spietati non è l’addizione di un calendario funebre o un bollettino di guerra, ma uno dei pochi libri scritti sulla lotta armata che riesce a restituire la complessità di un mosaico articolato e complesso. Il libro si apre con una mano che tasta una saracinesca a via Milio, nel quartiere Borgo San Paolo, nel 2010. E ci trova un foro di proiettile. Puoi iniziare a raccontare gli anni di piombo, a Torino, a partire da quel foro. Oppure dalla mattina in cui Emanuele Iurilli, un giovane studente dell’Itis Carlo Grassi muore in mezzo a una strada vittima per errore. Puoi raccontare la sua storia scoprendo che ciò che lo ha condannato a morte è stata una chiacchierata con il suo professore per una tesina su Fenoglio. Mezz’ora di ritardo sulla tabella del destino, e sei tu il corpo che rimane incastrato in una sparatoria da far west piemontese post moderno.

Puoi raccontare il dibattito allucinato nella sinistra extraparlamentare sulla morte di Carlo Casalegno, a partire da un’altra tacca. Il foro di un altro proiettile esploso che Andrea, figlio del giornalista de La Stampa, vede, nella cabina dell’ascensore di casa, per la prima volta trentatrè anni dopo la morte del padre. Ma Andrea è il figlio della vittima da un lato e dall’altro il militante di un movimento extraparlamentare che saluta con gioia quell’esecuzione. Quanto è denso di amarezza e di problemi il cortocircuito fra l’intervista che Andrea rilasciò al suo quotidiano, Lotta continua, e il racconto che fa trent’anni dopo, agli autori di questo libro.

Puoi partire da quel cartello, il primo osceno marketing pubblicitario a cinque punte: “Niente resterà impunito, colpirne uno per educarne cento”. Oppure raccontare che dietro quel cartello c’è Hidalgo Macchiarini sequestrato dai terroristi. Oppure, come fanno Caselli e Valentini, raccontare quello che nella foto si vede solo in parte. Risalendo la canna di pistola si può trovare la mano di Alberto Franceschini, l’autore di Mara Renato e Io, uno dei padri fondatori della lotta armata.

Puoi raccontare il rogo dell’Angelo Azzurro, attraverso l’incredibile testimonianza che un corpo totalmente carbonizzato e tuttavia ancora parlante – quello di Roberto Crescenzio – rilascia pochi istanti prima di morire. Roberto ha avuto la sfortuna di chiudersi nel bagno di un bar, mentre ci piovono sopra delle molotov. Morirà poco dopo, ma racconta la sua fuga impossibile.

Puoi raccontare Marco Donat Cattin, il terrorista figlio del ministro, Patrizio Peci, il pentito che distrusse le Brigate rosse, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli. Puoi farlo perché in Anni spietati Torino diventa il cuore di tutto. Anzi, era il cuore di tutto. Ma se la scrittura non ce lo avesse mostrato non ce ne saremo accorti.

Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2011

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