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giovedì 28 giugno 2012

E la Lega creò Dio a sua immagine

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Come possono i leghisti adorare il Dio Po, sostenere idee e politiche incompatibili con il Vangelo (come quelle fondate sul disprezzo per gli stranieri) e, nel contempo, dichiararsi ferventi cattolici? Nel libro di Augusto Cavadi "Il dio dei leghisti" (Edizioni San Paolo) alcune possibili risposte a questa domanda, sulla scorta di una approfondita analisi della “teologia leghista” «del tutto compatibile con una lettura istituzionale, moralistica, moderata e identitaria del cristianesimo».

di Valerio Gigante


Ci sono stati libri che della Lega hanno analizzato le contraddizioni tra “paganesimo celtico” e difesa ad oltranza delle “radici cristiane”. Altri che hanno evidenziato l’assoluta incompatibilità tra la xenofobia leghista ed il messaggio evangelico. Altri ancora hanno ricostruito puntualmente la storia dei rapporti tra gerarchia ecclesiastica e Lega, a partire da Tangentopoli e dalla successiva dissoluzione del “partito dei cattolici”. Saggi e articoli, come quelli di Ilvo Diamanti, hanno inoltre dimostrato la sostanziale continuità, anche di ceto politico, tra Dc e Lega Nord. Insomma, di bibliografia, sul partito fondato da Umberto Bossi e sui suoi rapporti con l’istituzione ecclesiastica ed il mondo cattolico, ce n’é a iosa.

Mancava finora (se si escludono alcuni interventi del procuratore Roberto Scarpinato) uno studio sistematico che più che alla radice della questione cattolico-leghista – cioè delle relazioni fra Chiesa e Carroccio – affrontasse il problema “teologico” ad esso sottostante: come sia cioè possibile che quasi la metà dei militanti dei militanti leghisti – circa il 40%, secondo le statistiche più recenti – si definisca «cattolico praticante», pur avendo stili, linguaggi, pratiche che sembrano assolutamente distanti, se non del tutto incompatibili, con l’appartenenza, anche solo formale (cioè inerente alla semplice osservanza del magistero e del catechismo) alla Chiesa cattolica. Siccome però il fenomeno esiste, e non si ricordano sinora vescovi che, al di là di sporadiche dichiarazioni, abbiano lanciato anatemi, né pronunciato scomuniche contro i leghisti, militanti o dirigenti, che abbiano sostenuto la secessione, la rivolta fiscale, i respingimenti, le ronde, le pallottole agli scafisti, la discriminazione nei confronti degli “stranieri”, l’insulto e la delegittimazione incessante verso ogni forma di pensiero diverso dal proprio, è segno che la teologia e l’ecclesiologia cattolica devono avere in sé una qualche compatibilità con le idee e i princìpi dei seguaci di Bossi e dei “barbari sognanti”.

Uno studio del genere non poteva che tentarlo Augusto Cavadi, insegnante, scrittore e saggista, già autore, tre anni fa, di un libro analogo, "Il dio dei mafiosi" (Paoline, 2009), che fu a suo modo un piccolo caso letterario e che si era occupato della “teologia mafiosa”, cioè di quel sistema di credenze, riferimenti simbolici e pratiche devozionali che caratterizzano la religiosità delle cosche mafiose. E che rende possibile coniugare quello che appare inconiugabile (ma che la storia ci ha insegnato essere poi perfettamente integrabile): il Vangelo e la lupara, il messaggio di fratellanza e misericordia di Gesù con la violenza e la sopraffazione erette a sistema.

Il nuovo lavoro di Cavadi si intitola "Il dio dei leghisti" (Edizioni San Paolo, 2012, p. 188, euro 14). Stavolta mutatis mutandis, Cavadi si occupa delle “teologia leghista”, cioè di quel codice culturale-religioso che costituisce l’asse portante delle idee della Lega e dei suoi militanti in ambito religioso e che sono, scrive l’autore, «del tutto compatibili con una lettura istituzionale, moralistica, moderata e identitaria del cristianesimo». Non a caso, il leghismo si è diffuso nelle zone più ‘bianche’ del Nord Italia, dove il messaggio evangelico più “radicale” è stato da decenni già ampiamente trasformato, come afferma lo stesso Cavadi, «nell’ideologia moderata, perbenista, tendenzialmente qualunquista» di una delle area geografiche più benestanti del Continente, dove il “prossimo” non è più chi è nel bisogno, ma letteralmente chi ti è più vicino, cioè chi ti assomiglia, chi ha interessi materiali comuni o simili ai tuoi.

Certo, se del cristianesimo scegliessimo invece «un’interpretazione profetica, agapica, rivoluzionaria ed universalistica», assai minoritaria nella Chiesa dei nostri tempi, come già nel passato, allora – come rileva Cavadi nel suo volume – la situazione sarebbe diversa. Difficilmente la Chiesa di don Milani e Dossetti, Giovanni XXIII e don Mazzolari, di don Tonino Bello e mons. Romero (per citare esponenti ancora all’interno dell’istituzione, seppure in limine), come quella di tanti teologi e vescovi del post concilio riuscirebbe omogenea o compatibile con il leghismo. È invece, scrive l’autore, «l’incontro del cattolicesimo mediterraneo tradizionalista con l’egoismo piccolo-borghese ipermoderno», ad aver reso possibile la «miscela infernale» catto-leghista.

E del resto, se la Chiesa fosse o fosse stata realmente e radicalmente fedele al Vangelo di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, che mangia con pubblicani, i peccatori e le prostitute, che non scaglia la prima pietra, che non esita ad intrattenersi con samaritani, lebbrosi, emarginati di ogni genere, sarebbe acerrima nemica, e nemica tout court, della logica e dell’ideologia dominante, del senso comune, del denaro e del potere, di ogni forma di alleanza trono-altare, cioè della difesa degli interessi e dell’ordine costituito. Così non è stato e così non è. E così non deve quindi affatto sorprendere che le classi dominanti, con i loro guardiani e sostenitori, abbiano quasi sempre trovato sostegno e supporto nella Chiesa. E con esso anche il conforto di una ideologia – o una “teologia” – che puntellasse la loro organica alleanza con le gerarchie ecclesiastiche.

Eppure, sostiene Cavadi, è semplicistico, spiegare la consonanza Chiesa-Lega solo con la categoria del mero tornaconto elettorale, del «fidanzamento di interesse». C’è in molti militanti leghisti la «convinzione sincera, autentica e radicata che la Chiesa cattolica sia depositaria della verità integrale sull’uomo, sul cosmo e sulla storia e che abbia il dovere (prima ancora che il diritto) di “convertire” alla propria dottrina, alla propria etica, alla propria organizzazione gerarchica e alla propria “pastorale” l’intera umanità».

Al fondo, ci sarebbe, secondo l’autore, una questione “identitaria”, più che religiosa in senso stretto, perché per la Lega «la religione è interpretata come fattore di unità etnica e di identificazione simbolica. Poi, diventa quasi marginale se a rappresentarlo è il Po o il crocifisso». La “tradizione” (e cosa più che un certo tipo di cristianesimo la garantisce?) preserva le “radici”, il senso stesso di una comunità “arroccata” a difesa della propria lingua, abitudini, territorio, folklore. Fino alla “razza” ed al colore della pelle.

Un Dio, quello leghista, creato a immagine e somiglianza del Carroccio. Come ad immagine e somiglianza del sistema dominante l’immagine di Dio è stata spesso rappresentata, veicolata, talvolta inculcata, comunque difesa, anche con la violenza, contro tutto e tutti. Spesso anche contro l’evidenza evangelica. Se ciò è possibile, è chiaro che la questione investe soprattutto la Chiesa cattolica ed il suo modo di rapportarsi e comunicare il messaggio evangelico. Come nel caso dei cosiddetti “valori non negoziabili”, e sul modo con cui tali valori vengono scelti. Se essi, coerentemente con il Vangelo, invece che radicarsi sulla morale sessuale, la bioetica, famiglia eterosessuale, la sussidiarietà, fossero «l’agape divina, la tenerezza del Padre verso i deboli, l’accoglienza di chi versa nel bisogno», «la cura per la bellezza del creato, la resistenza caparbia ad ogni genere di violenza interpersonale e collettiva, l’equa distribuzione dei beni materiali», allora – scrive Cavadi – «gli Stati, i movimenti sociali, i partiti politici che enfatizzano l’egoismo individuale e di gruppo, il privilegio dei privilegiati, la sacralità dei confini, la liceità della guerra come mezzo per dirimere i conflitti, l’autonomia della sfera economica rispetto a qualsiasi parametro etico si guarderebbero bene dal chiedere la compagnia della Chiesa».

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