La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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sabato 30 giugno 2012

Un’estate d’amianto, di Gianni Zanata


Un’estate d’amianto
Pomeriggio di sole. Brezza marina, trentaquattro gradi.
Il maresciallo Canuto è seduto di fianco all’apparecchiatura per le intercettazioni telefoniche. Impugna una matita e fissa con espressione assente una rivista di enigmistica poggiata sulla scrivania. Si sfrega il mento con la punta della matita, arriccia le labbra.
Sotto la rivista fa capolino una copia del quotidiano locale.
Titolo a centro pagina: Poetto, l’allarme amianto si estende. Occhiello: Frammenti di eternit anche a Quartu.
Il maresciallo Canuto prende una manciata di salatini da un piattino ormai semivuoto, li sgranocchia rumorosamente. Poi si pulisce le dita strisciandosele con cura sui pantaloni. Quindi beve un sorso di aranciata da una lattina e riprende a riflettere sulle definizioni già risolte.
Sedici orizzontale: lo proteggeva lo schiniere. Sei lettere. Stinco.
Diciannove verticale: dovrebbe spiazzare l’avversario. Undici lettere. Stratagemma. Otto orizzontale: spesso superano i re. Quattro lettere. Assi.
Dodici orizzontale: governo del popolo. Dieci lettere.
Questa è già un filo più difficile, pensa.
Al maresciallo Canuto scappa un rutto al sapore d’agrume. Nello stesso istante, sul display dell’apparecchiatura per le intercettazioni si accende una lucina rossa. Il maresciallo sbuffa, si sistema gli auricolari.
– Pronto?
– Eja.
– Pronto, mi senti?
– Eja! Cosa c’è, avvocato?
– Ma si può sapere che cazzo avete combinato?
– Itta?
– Avete fatto un casino!
– Aundi? Itta ses narèndi?
– Ma, dico, stai scherzando, vero?
– O s’abogau, ma itta bòlisi? Di cosa ti lamenti? Ma l’hai visto il lavoretto che c’abbiamo cravato a Quartu? Amianto in d’ogna logu. Ma sparpagliato bene bene, eh. Doxi chilus, ne abbiamo messo.
– Ma chi cazzo vi ha detto di portare l’eternit a Quartu?
– Oh, innanzitutto, cerca di non urlare, o avvocato. Abbassa la cresta e no ti pongas a tzerriài, banda beni?
– Urlare? Urlare è poco! Vi dovrei prendere tutti a calci in culo!
– Oh, ma ses cugliunendi? Guà che siete stati voi a dirci di riempire di eternit anche la spiaggia di Quartu. Altrimenti lo avremmo scaricato da un’altra parte. Guà che dall’ospedale Marino in poi è ancora tutto da fare, no ti pensis che sia un lavoretto da niente, oh! Sai quanti chili c’abbiamo sistemato, tra la quinta e la sesta fermata? Non c’hai nemmeno un’idea, tu. Itta ndi scisi tui, abogau facc’e pruppu. Non c’hai nemmeno un’idea del casino che abbiamo dovuto fare per trovare tutto quell’amianto. Ma cosa pensi che te lo tirino addosso, l’eternit? Là ghe è roba pericolosa.
– Questo lo so anch’io.
– E inzà cosa vuoi?
– Voglio sapere chi cazzo vi ha detto di buttare l’amianto anche sulla spiaggia di Quartu! Al comune di Quartu ci sono i nostri fratelli, i nostri amici. Capito? Qui il casino l’abbiamo fatto soltanto per.
– Ma itta? Guà che siete stati voi a.
– Ascolta a me. Per che cosa pensi che abbiamo scatenato tutto questo casino, eh? A chi è che dovevamo mettere un cazzo nel culo, eh? Ma non un cazzo qualsiasi. Uno di quei cazzi grossi che prima di sfilarselo vedrai che cosa passerà, il signorino che sta in via Roma, lasciatelo dire.
– Ma guà che.
– Senti a me. A chi è che dovevamo metterlo nel culo? Ai nostri amici di Quartu? Eh?
– No?
– No! Lo capisci? Non sono lì i nostri nemici, mi segui?
– Ma itta ndi scìu! Voi mi avete detto di.
– Noi non ti abbiamo detto proprio niente! Qui le cose stanno diversamente! Tu di politica non ne capisci un cazzo. Ora ti spiego. C’era da rompere i coglioni al signorino di via Roma. C’era da rovinare la stagione estiva dei cagliaritani, così che loro se la prendessero con chi sappiamo. C’era da rovinare la stagione dei baretti. C’era da fare casino, ma molto molto, così che tra qualche anno in quella spiaggia non ci andrà più nessuno, e quando rivinceremo le elezioni, perché le elezioni le vinciamo noi, la prossima volta, te lo dico io, non le vinceranno più questi comunisti dei miei coglioni, capito?, quando saremo noi a governare, di nuovo, finalmente, al Poetto sai cosa ci facciamo?
– No.
– Sai cosa ci facciamo?
– Appu nau ca no!
– Ci facciamo tutti gli alberghi e i Casinò che vogliamo! Altro che spiaggia dei centomila! Hai capito? Roba per pochi! Per la crema, hai capito?
– O avvocato, senti a me.
– Ma cosa ti spiego a fare, tanto non capisci.
– Là ghi no seu tontu, o avvocato! Certe cose le capisco anch’io, cosa credi.
– Ecco, bravo, allora, se le capisci, le cose, mi spieghi che cazzo vi è passato per la testa? Mi spieghi che cosa c’entra l’amianto a Quartu?
– Ma non è sa propriu cosa?
– Nooo!
– E itta ti pozzu nai, o avvocato. A me mi ha chiamato il tizio dell’altra volta e mi ha detto: “Guà che ci sono Renzo, Mariano ed Emilio che”.
– Sssshh! Non ti mettere a fare nomi!
– Eh? Itta? Non ti sento bene.
– Ho detto di NON FARE NOMI al telefono!
– Eja, banda beni. Comunque sia, mi ha chiamato e mi ha detto: “Portane un po’ anche alla Marinella, di quell’eternit”.
– Alla Marinella?
– Eja! E così abbiamo fatto, o avvocato! Secondo te io mi prendo la responsabilità di buttare amianto aundi càpitara?
– E cosa c’entra la Marinella?
– E che cosa ne so, o avvocato! Se non le sapete voi, queste cose. Io di politica non ne capisco niente, l’hai detto anche tu! Deu seu scetti unu manovali, as cumprendiu?
– …
– …
– Oh, cazzo.
– Itta è?
– Oh, cazzo.
– Avvocato? Mi senti?
– Marinella. Oh, cazzo.
– Eja. Così ha detto. E così abbiamo fatto.
– Ma lo sai chi è Marinella? Lo sai?
– Eja, su ristoranti. Si pappara beni, m’anti nau.
– Non c’entra niente il ristorante.
– Ah, no?
– No. Marinella è quella che ha il baretto alla settima fermata. Era lì che dovevate scaricare l’amianto.
– Cess! E immoi? Itta faeusu?
– Lascia perdere.
– Eus fattu casinu?
– Un po’.
– Cess!
– E vabbè. Vuol dire che le prossime elezioni le vinciamo a Cagliari e le perdiamo a Quartu.
– Questa la so, o avvocato!
– Eh?
– Anche se non ne capisco niente, di politica, questa la so, o avvocato! Da una parte vinco io, dall’altra vinci tu: è la regola dell’alternanza! Siamo in democrazia, isbò.
Clic. Si interrompe la comunicazione.
Il maresciallo Canuto si sfila gli auricolari, riprende a consultare il riquadro delle parole crociate.
Dodici orizzontale: governo del popolo. Dieci lettere.
– Assemblea! – dice improvvisamente a voce alta.
Comincia a scrivere. Poi si ferma e scuote la testa.
Non ci sta. Sono nove. Troppo corta. E poi che cosa c’entra l’assemblea, pensa.
Il maresciallo Canuto appoggia la matita, si alza e va alla finestra. Fa caldo, trentacinque gradi. Un soffio d’aria torrida e salmastra gli accarezza il viso, mentre in lontananza, oltre il molo Ichnusa, un gruppo di gabbiani stride e svolazza sulla scia di una piccola barca.
Però, pensa, Cagliari è proprio una bella città.

n.b.
Questa è una storiella finta, una storiella di fantasia, non c’entra nulla con la realtà.
Mi sembra chiaro, no?


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