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sabato 9 giugno 2012

Le stragi di Capaci e di Via D'Amelio, John Follain ricostruisce "i 57 giorni che hanno sconvolto l'Italia"

  • da Tiscali
John Follain (foto di Nick Cornish) John Follain (foto di Nick Cornish) 

Le stragi di Capaci e di Via D'Amelio, John Follain ricostruisce "i 57 giorni che hanno sconvolto l'Italia"

di Michael Pontrelli
John Follain, giornalista inglese, ex corrispondente dall’Italia di Reuters e del Sunday Times, si è cimentato nel difficile compito di ricostruire, attraverso lo studio di una vasta documentazione, i motivi che hanno portato alla stagione delle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il risultato del suo lavoro è il libro “I 57 giorni che hanno sconvolto l’Italia” edito da Newton Compton. Le oltre 300 pagine del saggio hanno come obiettivo principale quello di rispondere ad un quesito che ha tormentato per anni milioni di italiani: “Perché i due magistrati dovevano morire?”. Abbiamo posto questa domanda direttamente all’autore con il quale abbiamo discusso non solo della mafia di 20 anni fa ma anche di quella di oggi e delle possibilità che lo Stato italiano riesca, finalmente, a sconfiggere uno dei tumori più grandi che affliggono il Paese.
Follain, perché un giornalista inglese come lei si è appassionato ad una vicenda “tipicamente” italiana?
"Perché Giovanni Falcone e Paolo Borsellino rappresentono ‘Italy at its best’ e cioè l’Italia nei suoi aspetti migliori. Cio’ che hanno fatto e hanno subito valgono come insegnamento anche per altri paesi. Giovane corrispondente a Roma per l’agenzia Reuters, ho intervistato Falcone sette mesi prima della strage di Capaci. Sono rimasto impressionato dalla sua bravura, dal suo rifiuto di parlare di se stesso. Falcone mi fece una dichiarazione profetica: 'Quelli che ritengono di fare qualcosa di utile sono più esposti di altri, per molte ragioni: per inerzia, ignoranza e codardia di altri. E vengono assassinati, inesorabilmente. Tutto qui'. Spesso un autore scrive un libro perché questo non esiste ed è quello che vorrebbe leggere. Nel mio caso, volevo una ricostruzione dettagliata di ciò che Cosa Nostra aveva fatto, delle ultime settimane di Falcone e Borsellino e anche di come lo Stato abbia dato la caccia ai responsabili. Una domanda che mi sono posto tanta volte è: 'come mai l’Italia produce eroi e poi li distrugge?'".
Il suo racconto si basa sullo studio di oltre 15.000 pagine di documenti. Perché Falcone e Borsellino dovevano morire? E’ riuscito a rispondere a questa domanda che ha scelto come sottotitolo del suo libro?
"Entrambi dovevano morire per ciò che avevano fatto contro Cosa Nostra e per quello che potevano ancora fare. Cosa Nostra aveva deciso di ucciderli molti anni prima, sopratutto dopo il maxi-processo e il tentativo fallito di Totò Riina di ribaltare le sentenze di condanna in Cassazione . Tanti sono gli elementi e fatti che hanno portano alle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Borsellino stesso definiva il suo amico 'il mio scudo contro la vendetta di Cosa Nostra … Finché sarà vivo Falcone io sarò sempre il secondo della lista'. Nella strategia di scontro con lo Stato di quel periodo, il fatto che Borsellino diventò 'l’erede' di Falcone dopo Capaci, decretò la sua morte. C’è l’ipotesi che la tragedia di Via d’Amelio sia da attribuire anche ad altri interessi, forse politici e legati a una trattativa con Cosa Nostra. Vedere la mafia come mera esecutrice di un mandato altrui sarebbe un’eccezione, in genere la mafia non lavora per altri, casomai fa lavorare altri per se stessa".
Almeno la morte di Borsellino si sarebbe potuta evitare, visto il precedente di Falcone?
"Penso che davanti alla determinazione e alle risorse di Cosa Nostra, nessuna di questi due stragi potevano essere evitate. Ne erano ben consci Falcone e Borsellino. Falcone si piegava più volentieri al peso della scorta, la gestiva lui stesso con grande meticolosita’ ma nè lui nè Borsellino pensavano che una tale protezione poteva impedire un attentato.
Certo, col senno di poi, si può chiedere come mai l’elicottero che seguiva Falcone durante i suoi spostamenti tra Punta Raisi e Palermo sia stato soppresso. Giuseppe Ayala mi ha raccontato che dopo Via d’Amelio, quando arrivava a Punta Raisi, trovava ad aspettarlo due elicotteri dei carabinieri. Decideva su quale salire all’ultimo momento e i due elicotteri seguivano percorsi diversi".
Falcone e Borsellino saranno per sempre ricordati come due simboli della lotta contro la mafia. Quali sono le differenze principali tra i due uomini?
"Ci sono molte più similitudini che differenze. Sono nati e cresciuti nello stesso quartiere di Palermo, avevano entrambi senso dello Stato, coraggio, intelligenza, determinazione. L’ex giudice istruttore Antonino Caponnetto descriveva Falcone come introverso e con l’aria preoccupata mentre Borsellino era estroverso e molto più sereno. Borsellino era di destra, Falcone di sinistra. A Caponnetto piaceva dire che vivevano 'vite parallele'".
Che differenze ci sono tra la mafia oggi e quella di 20 anni fa? Quale delle due è più potente e pericolosa?
"E’ sempre difficile parlare di 'vecchia' e 'nuova' mafia, perché purtroppo la vera essenza di Cosa Nostra non cambia. Ma è chiaro che Cosa Nostra oggi ha scelto di evitare uno scontro frontale con lo Stato, perché ha imparato da Capaci e Via d’Amelio che questo porterebbe a più repressione. Ma è sempre potente e pericolosa, anche perché agisce in modo sommerso, arrichendosi e infiltrando la politica".
Lo Stato italiano riuscirà mai a sconfiggere definitivamente la mafia?
"Non in questa generazione, né nella prossima. La mafia è troppo radicata nella storia, nella società, nell’economia siciliana e nazionale per poter sperare in una fine veloce. E comunque non si può delegare a Falcone, a Borsellino, ai loro colleghi di oggi o alle forze di polizia, il compito di sconfiggere Cosa Nostra. La repressione è necessaria ma non basta. Mi ha colpito un’incontro a Corleone con una famiglia che chiese di restare anonima. Anche questo è indicativo. La figlia sedicenne mi disse che nella sua scuola, la mafia non era mai stata nominata. I parenti di Falcone, di Borsellino, il giudice Giuseppe Ayala e tanti altri spieganoche è nelle scuole della Sicilia che si deve insegnare alle nuove generazioni la cultura del rispetto della legge e dello Stato".
Perché la mafia è nata in Italia e non in Inghilterra? Quale aspetto culturale italiano gioca un ruolo determinante nello sviluppo di questo fenomeno criminale?
"Se guardiamo solo questi due paesi, quello che mi colpisce di più è l’assenza di un potere forte, centrale, che ha sicuramente contribuito alla nascita di Cosa Nostra. Ancora oggi, lo Stato è troppo spesso assente in Sicilia e non garantisce ai suoi abitanti i loro diritti di cittadini. Quindi la gente si rivolge alla mafia per avere dei 'favori' che vanno dalla sicurezza di un lavoro alle concessioni edilizie. Falcone diceva che una massima dovrebbe essere scolpita sullo scranno di ogni magistrato, di ogni poliziotto e, aggiungerei, di tanti altri: 'Possiamo sempre fare qualcosa'".

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