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martedì 19 giugno 2012

Padre, figlio, l'autismo e il viaggio: "Se ti abbraccio non aver paura"

Andrea e Franco Antonello, protagonisti del libro di Ervas Andrea e Franco Antonello, protagonisti del libro di Ervas 

Padre, figlio, l'autismo e il viaggio: "Se ti abbraccio non aver paura"

di Cristiano Sanna
"Suo figlio è autistico". La diangosi che tanti genitori già conoscono, stavolta rigurarda Franco Antonello e il suo Andrea. Comicia un viaggio in una dimensione difficile, spiazzante, con la patologia che spariglia le carte della vita e mette in gioco tutte le dinamiche di comportamento di una famiglia. Anni spesi a inseguire consulti specialistici, a cercare il modo di accompagnare Andrea fino ad un rapporto non traumatico con le cose e persone attorno. Anni di ricerca spirituale, anche. Fino a che comincia un altro viaggio: quello di un padre e di un figlio che per tre mesi macinano insieme chilometri per gli Stati Uniti e poi per il Centro e Sudamerica. Tre mesi per perdersi, ritrovarsi, scoprire cose inedite l'uno dell'altro. Durante i quali i ruoli si ribaltano e Andrea semina il cammino percorso di pezzetti di carta, preparando la via verso il ritorno. La storia, vera, è stata raccolta e scritta da Fulvio Ervas. Leggendolo, non è difficile capire perché Se ti abbraccio non aver paura (Marcos Y Marcos) è uno dei libri più venduti in Italia. Ne parliamo con l'autore.
Colpisce, nella lettura del suo bel libro, il modo in cui Andrea "sente" e capisce le persone: toccando la loro pancia. Niente male come approccio in un mondo in cui rinunciamo all'approccio "di pancia" perché sconveniente, non abbastanza cerebrale e convenzionale.
"Andrea è estremamente fisico: pur con tutte le difficoltà determinate dall’autismo, si sforza di avere un contatto con il mondo al di fuori di sé. Questo sentire l’altro, abbracciando e toccando, con intensità anche diverse, le pance è una connessione improvvisa, diretta, spiazzante. Spesso disturba e spaventa, anche giustamente. Non è semplice accettare contatti così invadenti. Però, simbolicamente, ci ricorda che essere spontanei, arrivare alla 'pancia', può produrre occasioni di comunicazione molto intensa e vera".
La storia di un padre che porta il figlio autistico è certamente interessante ma è solo questo il motivo per cui lei ha deciso di scrivere il libro?
"Davvero non è semplice capire tutte le motivazioni che ti spingono a scrivere un libro, questo come gli altri. Forse entra in gioco lo stato d’animo che ti domina nel momento in cui incontri la storia, certamente le esperienze di vita che hai attraversato, l’empatia con quel ragazzo stravagante e dai movimenti eleganti, lo sguardo sfuggente e interrogativo. Importante, per me, è stata l’identificazione nella figura di un padre che si mette in gioco per un figlio. Parlare di responsabilità genitoriale: questo è un tema che sento molto".
C'è chi dice che il successo del libro stia nella capacità di stare sempre sul piano umano, emozionale, dell'avventura di Franco e Andrea. In altre parole, nel non perdersi nella "freddezza" del report medico alla Oliver Sacks. E' d'accordo?
"Una delle difficoltà nel narrare questa storia sta nel trovare la giusta distanza: non sono il padre biologico di Andrea, dovevo essere solo il padre narrativo. Dovevo farlo senza confondere le due posizioni, senza cadere nella descrizione di un caso clinico. Andrea è sempre stato per me un adolescente incappato in un mondo parallelo. Non ho voluto enfatizzare le caratteristiche del suo autismo, ma gli sforzi per intersecare la realtà e vivere al meglio la relazione con essa".
Durante il viaggio per l'America, Andrea sembra comporre la trama per il ritorno a casa, Franco invece tende al piacere del perdersi. E' per la paura di riaffrontare la quotidianità "civile" dell'autismo del figlio al rientro a casa, o è perché il perdersi del figlio è rivelatore rispetto al modo in cui si può guardare la realtà?
"Credo che affrontare, positivamente, tante difficoltà, rispondere a tante piccole questioni poste dal viaggio, sia un modo per alleviare l’animo, aiutandolo a sentire che si può agire e non subire. In fin dei conti questo viaggio è un zigzag dove conta poco la coordinata geografica, persino le caratteristiche specifiche del luogo, conta piuttosto la dimensione di libertà. Se l’autismo è una sorta di prigione, quando sia possibile, proviamo ad evadere. Probabilmente, Franco, in questo progetto di evasione trova una potente motivazione che a lungo lo tiene con il suo motore interiore acceso”.
Come procedono le iniziative della Casa per Jorge e de I bambini delle fate, agevolate anche grazie al ricavato della vendita del libro?
"L’obiettivo di raggiungere una quota per costruire una casa degna di questo nome per Jorge, il ragazzo autistico incontrato da Franco e Andrea in Costarica, mi pare raggiunto. La Fondazione I bambini delle fate, ideata da Franco per finanziare progetti a sostegno di ragazzi autistici ( ma non solo), è molto attiva e si possono vedere gli sviluppi dei vari progetti sul loro sito".

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