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martedì 26 giugno 2012

«La politica è in un vicolo cieco»



 da la Nuova Sardegna

«La politica è in un vicolo cieco»

Crisi e potere, a “Pensieri e parole” Roberto Andò parla del suo nuovo libro,“ Il trono vuoto”
di Anna Sanna SASSARI. Il segretario del maggiore partito di opposizione italiano, in crisi di consensi, decide di sparire e si rifugia a Parigi da una vecchia amica. La moglie e i vertici del partito lo sostituiscono con il fratello gemello, un filosofo geniale segnato da una depressione bipolare, che con il suo linguaggio estraneo alla politica si rivelerà in grado di riportare la creatività al potere. Roberto Andò racconta l’anima ammalata della politica nel nostro Paese, nel suo primo romanzo “Il trono vuoto” (edito da Bompiani), vincitore del Premio Campiello 2012 nella categoria degli esordienti. Il regista di “Sotto falso nome” e “Viaggio segreto” ha presentato il libro ieri sera nell’ex supercarcere di Fornelli all’Asinara, nella giornata di chiusura del festival “Pensieri e Parole – Libri e Film all’Asinara”. «Mi sembrava interessante – racconta lo scrittore – cogliere l’interiorità dell’uomo politico nel momento in cui sente che la politica non ha più senso. Il politico oggi si presenta in una forma del tutto nuova, è figura dell’incertezza, dell’indecisione, e non della scelta e della decisione come in passato. I leader di allora erano imprendibili, quasi mitizzati. Oggi invece compaiono tutte le sere in televisione e perdono ogni fascino, presentandosi nelle loro fragilità».
Le interessava analizzare che cosa comporta il potere dal punto di vista di chi se ne fa carico?
«Ho cercato di focalizzarmi su cosa sia oggi l’esercizio del potere, che prezzo comporta. Una dimensione in cui l’uomo politico non sta più bene come prima, perché il suo è diventato un ruolo scomodo. Si trova in una sorta di schizofrenia: da un lato vorrebbe il potere, dall’altro vuole fuggirne. Forse perché i luoghi della decisione si sono spostati altrove, come dimostra quello che sta succedendo in Europa, dove i leader contano poco e contano molto di più le banche, i mercati finanziari».
Il suo personaggio, è il segretario del principale partito di sinistra italiano. È della crisi del Partito Democratico che parla?
«Quando ho scritto il libro il Pd era il maggiore partito di opposizione, ma io parlo della crisi della sinistra in generale, che dopo Enrico Berlinguer non è stata più un grado di esprimere un leader che si facesse carico del peso della politica con tanto rigore e lucidità. Dopo di lui sono arrivati personaggi sfocati. È come se la politica non fosse più un luogo per pensare. L’uomo politico che racconto si muove nel vuoto ed è cresciuto dentro il vuoto, come tutti i politici del nostro tempo».
Il romanzo è uscito proprio in un momento in cui la politica ha lasciato il “trono” ai tecnici.
«In realtà è stato scritto quando al potere c’era ancora Berlusconi. Con l’avvento di Monti l’aspetto del “trono vuoto” si è accentuato, perché oggi abbiamo un governo che ha l’aria di dire: “Il vero potere non lo abbiamo noi, ma la politica, che ci ha dato delega di prendere decisioni che non può e non vuole prendere”. È un paradosso che nasce in un momento particolare in cui i partiti non si sono resi conto del cambiamento epocale in atto a livello mondiale, non sanno cosa fare, non sanno rispondere ai bisogni».
Nel libro la risposta a questo vuoto sembra arrivare da un fratello filosofo e malato, capace però di parlare alla gente.
«Ovviamente la mia non è una ricetta politica, è finzione. Racconto un uomo che pur venendo da uno stato di sofferenza ha la capacità di creare empatia,usando un linguaggio che attinge alla poesia, è passione e verità. Un linguaggio opposto a quello della politica,ripetitivo, rituale, spesso menzognero. Il mio intento era raccontare lo stato dell’anima della politica nel nostro Paese, un’anima ammalata che cerca uno sbocco che ancora nessuno è stato in grado di trovare».

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