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giovedì 17 novembre 2011

Carlo Galli: "Il disagio della democrazia" si vince con una nuova guerra di intenti

Carlo Galli e il suo libro Carlo Galli e il suo libro 

Carlo Galli: "Il disagio della democrazia" si vince con una nuova guerra di intenti

di Cristiano Sanna
C'è una malata grave di nome democrazia. I mali che la divorano sono molteplici, talvolta travestiti da cure, come sta sperimentando l'Italia sulla sua pelle illividita dalla caduta del governo Berlusconi a favore dell'uomo dei mercati, Mario Monti. Ma ad essersi ammalata è prima di tutto la nostra memoria di cosa sia realmente la democrazia, di come si sia arrivati a costruirla, lottando per essa e anche imponendola alle grandi masse popolari. Servono poco più di cento pagine a Carlo Galli, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all'Università di Bologna, per descrivere da cosa nasca Il disagio della democrazia (titolo pubblicato da Einaudi). Attenzione: non si tratta di un bignamino, né di un instant book. La chiarezza di scrittura di Galli gli permette di non aver bisogno di centinaia e centinaia di pagine per la sua ricognizione sul percorso del governo del popolo dall'antica Grecia ad oggi. Fino alla crisi attuale che impone una serie di riflessioni storiche, filosofiche e soprattutto politiche. Ne abbiamo parlato con l'autore.
Molti dei conflitti che insanguinano il mondo sono frutto della pretesa occidentale di esportare la democrazia così come la intendiamo da questa parte del mondo. Ma se la democrazia è in uno stato di disagio, allora esportiamo disagio.
"C'è un decollo di Paesi in cui si viveva peggio, c'era più povertà, i diritti umani non esistevano. Come in tutte le nascite, il passo è malfermo, pieno di disfunzioni e di contraddizioni che il nostro modello si porta appresso. La democrazia non è perfetta, soprattutto nella versione capitalista che sta perdendo in parte la progressione che ha sostenuto i sistemi che regolano le nostre vite".
Molti pensatori, da lei richiamati in questa storia della democrazia e delle sue crisi, sostengono che uno degli effetti dell'applicazione del modello occidentale capitalistico sia il ripiego dell'individuo su se stesso, in una sorta di rassegnazione alla lunga mortifera sul piano del progresso. Lo è in ogni caso o soltanto quando crolla il fondale del benessere economico garantito?
"E' un effetto strettamente legato a questo tipo di sistema di valori, indipendentemente dal suo andamento. La democrazia non si rivolge ai soggetti, agli individui. Dovrebbe rivolgersi al popolo ma il popolo non esiste, la collettività è guidata da elite di opinione e di potere che sono il motore guida di un movimento. Il benessere economico serve a non sentire il dolore per il tradimento della considerazione individuale. L'individuo dovrebbe essere sovrano di sé, invece diventa massa indistinta. Questo causa il disagio".
Consumatori, dunque. Ma anche questa illusione di piacere legata all'acquisto di beni decade in tempi di crisi economica.
"Purtroppo sì, questo accentua il senso di malessere e di tradimento".
Lei scrive di "conflitto oppressivo mai emancipatorio", indicandolo tra le peggiori disfunzioni della democrazia. Si riferisce al populismo?
"Ma certo. Molti pensatori francesi sostengono che la vera democrazia stia soprattutto nell'accettare che il popolo sia parte costituente del continuo evolversi di essa, e che dal conflitto tra le parti si perfezioni il miglioramento di questo sistema di vita. Ma non tutti i conflitti sono produttivi, spesso degenerano proprio nel populismo e nell'espressione violenta del razzismo. Di cui non a caso assistiamo ad un rigurgito proprio negli ultimi tempi".
Tra gli effetti più drammatici del male della democrazia c'è la perdita di potere della classe borghese. E' destinata a scomparire?
"La borghesia così come la conosce chi ha non meno di trentacinque anni è il frutto di un progetto dei sistemi liberal e socialdemocratici che hanno favorito la creazione di una sterminata massa media per cultura e benessere, felice di aver accesso a beni e istruzione fino a poco prima inimmaginabili. Ma in un sistema polarizzato dalle nuove elite di potere finanziario il ceto medio tende ad erodersi. E' coinvolto nel più grosso attacco alla democrazia che la storia ricordi, ma bisogna ricordarsi che la politica è volontà di potere. La democrazia non cade dall'alto per miracolo o grazie al caso, può essere garantita da una forte volontà di contropotere di cui oggi si sente la mancanza".
Le manifestazioni di movimenti come gli Indignados o Occupy Wall Street sono segnali di una nuova volontà di potere?
"Può essere, parliamo per ipotesi e osserviamo il fenomeno in divenire. Manca la formazione di una cultura omogenea, di un pensiero che crei movimento comune. Ora ci sono tanti rivoli vitali, i primi germogli, il problema è superare questa frammentazione Un modo può essere saldarsi al mondo sindacale, che dalla sua è sospettosissimo perché vede in questi giovani dei dilettanti. Ignorando che quelli sono i figli degli operai traditi e che saranno gli operai del futuro. Cresciuti in un momento in cui elite antidemocratiche si affermano controllando e distruggendo le istituzioni attraverso cui funziona la democrazia. La prima cosa da fare è non solo smascherare il danno ideologico fatto da chi dice 'la democrazia è il popolo, il popolo sono io'  come Berlusconi ma anche a chi tornano utili certi disegni populisti. Dunque smascherare i rapporti perversi tra politici e centri di potere che attengono al mondo della finanza. La verità del berlusconismo è un personaggio come Lavitola, per dirla in breve".
E' arrivata l'onda che sembra spazzare via la Seconda repubblica.  Berlusconi va giù, arriva Monti. Ma pochi hanno la sensazione che sia un nuovo inizio, un rinnovamento.
"Infatti la preoccupazione è che arrivi l'orda barbarica che finisce di sbranare del tutto la democrazia. L'Italia oggi non ha una società civile ma una serie di giungle lobbyste. Ecco perché è più importante che mai ricostruire certe elite politiche e intellettuali che convergano con l'agire della gente per salvare quella che chiamiamo collettività. Se gli indignati funzionano, se l'università e la scuola funzionano, se i politici mostrano visione e determinazione ben maggiori di ciò che vediamo in questi giorni, se tutto questo si verifica, e bisogna volerlo con tutte le forze, c'è la possibilità di far fronte al disagio della democrazia. E' una prova durissima, come quella che gli italiani hanno affrontato dopo la Seconda guerra mondiale. A ben vedere, è la stessa prova che sono chiamati a sostenere quei popoli che negli scorsi mesi hanno combattuto contro le dittature, rovesciandone alcune. Se si limiteranno ad accettare la parvenza di democrazia che vendiamo noi occidentali oggi, non miglioreranno la loro vita. Avranno vera democrazia solo se la vorranno e perseguiranno con le loro migliori energie".

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